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24 luglio 2009

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Golpe in Honduras: la Chiesa da che parte sta?


Riassumiamo i fatti. il 28 giugno scorso un gruppo di militari arresta all'alba il presidente Manuel Zelaya Rosales all'interno della sua residenza e lo porta in una base dell'aviazione militare, per condurlo nella vicina Costa Rica. Dietro il golpe c'è addirittura la Corte Suprema. Lo hanno reso noto gli stessi giudici spiegando di aver ordinato ai militari di agire perché Zelaya aveva tentato di violare la legge facendo votare il referendum per autorizzare la sua rielezione alle consultazioni che si svolgeranno il 29 novembre. I poteri di Zelaya sono passati temporaneamente al presidente del Congresso Roberto Micheletti.

Manuel Zelaya
 
 
 
Roberto Micheletti
 
 
 
da ADISTA - Documenti n. 83
 
 
CON L'OLIGARCHIA, CONTRO IL POPOLO.
LA COERENZA DELLE GERARCHIE ECCLESIASTICHE
LATINOAMERICANE

 
DOC-2169. TEGUCIGALPA-ADISTA. Ci è rimasto male, il card. Oscar Rodriguez Maradiaga (foto), a sentirsi chiamare golpista (v. Adista n. 79/09). È un’accusa ingiusta, spiega lui alla stampa internazionale, visto che il golpe in Honduras non c’è stato. E precisa: «Abbiamo spiegato quanto è successo e non abbiamo legittimato nessuno» (Clarín, 12/7), come se il fatto di ripetere continuamente che «non è un colpo di Stato» e che «i passi compiuti sono quelli previsti dalla Costituzione» (El Mundo, 12/7) non significhi legittimare il governo de facto di Roberto Micheletti.

Per il cardinale, a violare la Costituzione è stato invece Manuel Zelaya, il quale aveva sì cominciato a fare «cose molto buone», come combattere, «con grande fermezza», le multinazionali petrolifere, ma poi aveva preso a «costruire sull’odio» e a farsi sostenere dal «denaro di Chávez», puntando sull’Alba (il modello di integrazione bolivariano centrato sulla cooperazione e la solidarietà) e mirando ad una riforma della Costituzione: «Siamo vissuti 20 anni sotto regimi dittatoriali e quello che si andava ora preparando era un’altra dittatura» (El Mundo, 12/7). Accusa, questa, che non impedisce all’arcivescovo di ricordare come la missione della Chiesa non sia «quella di optare per una posizione concreta ma di cercare la riconciliazione e la pace». Ed è in quest’ottica che, a giudizio del cardinale, sarebbe «più prudente» e «più patriottico» che Zelaya rinunciasse a tornare immediatamente: «La polarizzazione è grande - ha spiegato al Clarín - e vi sono armi nelle mani di civili» (ma sono altre le armi che uccidono, come indica l’assassinio del dirigente operaio Roger Ivan Bados). «Neppure ai tempi delle guerre centroamericane – spiega a El Mundo – in Honduras c’era l’odio che c’è ora… ». Meglio allora che Zelaya si faccia da parte, e pazienza per «le più povere» a cui, per ammissione dello stesso arcivescovo, egli «ha dato speranza».

Per quanto vi sia chi, a cominciare proprio dal Clarín, sottolinei come Maradiaga si sia giocato le sue chance di diventare papa, da Roma non giungono segnali di disagio nei confronti del cardinale. Se, come evidenzia Avvenire (14/7), L’Osservatore Romano ha dato ampio risalto al comunicato filogolpista della Conferenza episcopale, stilato dopo una riunione plenaria a cui ha partecipato anche il nunzio apostolico, è lo stesso Benedetto XVI, all’Angelus del 12 luglio, a scegliere di non contraddire l’episcopato. «Vorrei oggi invitarvi a pregare per quel caro Paese – ha detto il papa – affinché (...) tutti i suoi abitanti percorrano pazientemente la via del dialogo, della comprensione reciproca e della riconciliazione». «Ciò è possibile – ha concluso – se, superando le tendenze particolaristiche, ognuno si sforza di cercare la verità e di perseguire con tenacia il bene comune: è questa la condizione per assicurare una convivenza pacifica e un’autentica vita democratica». Una posizione di perfetta equidistanza, dunque, senza alcuna distinzione tra governo legittimo e governo de facto.

Ma che sia o meno sostenuto dal Vaticano, è un fatto che il card. Maradiaga, appoggiando i golpisti, ha provocato una spaccatura nella Chiesa. Se infatti i vescovi sono con lui - con l’eccezione di mons. Luis Alfonso Santos, vescovo di Santa Rosa de Copán, che ha condannato chiaramente il golpe - lo stesso non si può dire dei religiosi e delle religiose, dei preti, dei fedeli.

Netta è infatti la condanna del colpo di Stato da parte dalla Conferenza dei religiosi e delle religiose, che, in un comunicato emesso il 9 luglio, respinge «la rottura dell’ordine costituzionale e la limitazione delle garanzie costituzionali del popolo», come pure la repressione e il controllo dell’informazione. E la stessa condanna viene dalla Commissione Provinciale di Apostolato Sociale della Provincia Centroamericana della Compagnia di Gesù, secondo cui «la dirigenza del Partido Liberal ha chiamato in soccorso del suo progetto socialmente elitario le forze armate, per realizzare e mantenere un autogolpe che impone al Paese, attraverso procedimenti anticostituzionali, un regime autoritario e repressivo che non garantisce la celebrazione e la limpidezza delle elezioni del prossimo novembre»; dai domenicani della Provincia centroamericana, che chiedono «a tutti i religiosi e i membri della Famiglia domenicana di rifiutare in maniera categorica il golpe inflitto all’istituzionalità democratica honduregna e di sollecitare l’appoggio nazionale e internazionale per la restaurazione della stessa nel più breve arco di tempo»; ancora dai domenicani, ma insieme a suore claretiane e sorelle della Misericordia, che, oltre a condannare il colpo di Stato, chiedono - e sono i soli a farlo esplicitamente - che Zelaya, «di cui con il colpo di Stato sono stati violati tutti i diritti, venga reintegrato nella sua carica costituzionale come presidente della Repubblica dell’Honduras».

Non tutti concordano sull’operato di Zelaya: «La società civile – scrive ad esempio la Commissione di Apostolato Sociale dei gesuiti – ha diritto a scendere in strada e a far sentire la propria voce non perché il governo del presidente Manuel Zelaya Rosales sia stato un buon governo, ma perché il rimedio del colpo di Stato ci porta una malattia politica e sociale ben peggiore di quella che avevamo con l’improvvisata e caotica amministrazione di Zelaya e del suo gruppo». Mentre, al contrario, la famiglia domenicana in Centroamerica evidenzia, come risultati dell’amministrazione Zelaya, i tagli ai profitti delle transnazionali petrolifere, «l’importazione di farmaci generici da Cuba a prezzi molti più vantaggiosi di quelli offerti dalle imprese farmaceutiche nazionali e internazionali», «la decisione di elevare il salario minimo, uno dei più bassi dell’Istmo, da 182 a 291 dollari», le misure a favore dell’ambiente e contro le compagnie minerarie: provvedimenti, tutti, che «hanno generato profondo malessere in diversi gruppi dell’impresa privata».

Ma al di là del giudizio più o meno positivo sul governo del presidente Zelaya, e anche al di là dell’ambiguo richiamo comune al dialogo «tra tutti i settori», resta il fatto che, di fronte al colpo di Stato, la posizione dei religiosi si pone in netto contrasto con quella dei vescovi, tanto da indurre i domenicani a considerare «di grande importanza» il compito, certamente tutt’altro che semplice, di «riannodare il dialogo intraecclesiale per precisare i punti comuni che portino a un’azione di impegno congiunto per la pace, la giustizia e la solidarietà con i più poveri».

Se i vescovi dell’Honduras, esattamente come i loro colleghi del Venezuela, della Bolivia e dell’Ecuador, si sono schierati con i golpisti e contro il popolo, da alcuni vescovi latinoamericani giunge, al contrario, un messaggio di condanna inequivocabile del governo de facto. «Con spirito fraterno e nella passione per la Nostra America, libera e unita – scrive per esempio dom Pedro Casaldáliga -, vogliamo esprimere la nostra totale solidarietà al popolo dell’Honduras in questa ora di tensione e di violenza. Che si rispetti la democrazia, che è rispettare la volontà del popolo». Solidarietà «a tutti coloro che vogliono un Honduras democratico» esprime anche dom Demétrio Valentini, vescovo di Jales e presidente della Caritas brasiliana, invitando la popolazione a restare «salda e unita», e ad evitare derive violente. E di ritorno del «‘gorillismo’, che distrugge libertà e perseguita indifesi» ma che «non metterà mai a tacere i clamori di libertà e di dignità della popolazione», parla mons. Mario Moronta, vescovo di San Cristóbal, in Venezuela (tra i pochi non schierati contro Hugo Chávez). «Abbiamo visto con stupore ed impotenza - denuncia il vescovo - come ancora vi sia chi giustifica quello che sta succedendo. Sottolineano che non si tratta di un golpe ma di una successione costituzionale... Si ripete così tanto la menzogna che alla fine si arriva a considerarla una verità accettata da tutti». «Come uomo che cerca di crescere nella fede, come uomo che cerca di camminare insieme al suo popolo, come pastore e interprete dei clamori della sua gente, mi sento colpito da quello che sta avvenendo in Honduras. Abbiamo già avuto la triste esperienza dell’11-12 aprile del 2002 (il tentato golpe in Venezuela, ndr). Si ripete lo stesso schema...».

E mentre l’attuale fase di stallo (a cui sicuramente contribuisce l’iniziativa, promossa da Hillary Clinton, di avviare un dialogo con la mediazione del presidente del Costa Rica Oscar Arias) gioca tutta a favore del governo de facto, diventa sempre più chiaro che il golpe in Honduras, come ha evidenziato da subito il Premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, rappresenta una minaccia per tutta l’America Latina. «Se il presidente Manuel Zelaya – scrive il 10 luglio Fidel Castro – non viene reintegrato nel suo incarico, un’ondata di colpi di Stato rischia di rovesciare molti governi dell’America Latina», o, quanto meno, i militari di estrema destra, «educati nella dottrina della sicurezza della Scuola delle Americhe», rialzeranno la testa indebolendo l’autorità di molti governi latinoamericani.

Di seguito, in una nostra traduzione dallo spagnolo, il comunicato congiunto di domenicani, suore claretiane e sorelle della Misericordia e i commenti di Juan Almendares, difensore dei diritti umani, già rettore dell’Università Autonoma dell’Honduras (Alai, 25/6/09); del teologo Alejandro Dausá, del Centro Martin Luther King a L’Avana (Tribuna popular, 9/7/09); del teologo argentino Rubén Dri (Página 12, 6/7/09). (claudia fanti)
 
 
UNIAMOCI TUTTI ALLA PROTESTA
di Famiglia domenicana, Suore claretiane,
Sorelle della Misericordia

Noi membri della Famiglia domenicana, suore claretiane e sorelle della Misericordia, come comunità cristiana, di fronte agli avvenimenti socio-politici che si stanno svolgendo nel nostro Paese, condanniamo:

1. La violazione della Costituzione della Repubblica dell’Honduras, prodotta dal colpo di Stato, mediante il quale si violano tutte le garanzie costituzionali e i diritti umani delle persone e dei popoli.

2. La repressione costante e sistematica condotta tramite l’aggressione fisica a individui e gruppi da parte dell’esercito e della polizia nazionale civile.

3. La disinformazione obbligata imposta alla cittadinanza mediante la censura dei mezzi di comunicazione radio-televisivi estranei al governo de facto; la limitazione alla libera circolazione fino all’attuale stato di assedio.

Pertanto, rivendichiamo ed esigiamo dinanzi alla comunità nazionale e internazionale:

1. Che si ristabiliscano l’ordine costituzionale e le garanzie individuali e del popolo honduregno.

2. Che José Manuel Zelaya Rosales, di cui con il colpo di Stato sono stati violati tutti i diritti, venga reintegrato nella sua carica costituzionale come presidente della Repubblica dell’Honduras.

3. Che si ponga termine alla violenza, alla repressione e alla privazione della libertà del nostro popolo.

4. Che si rispettino e si ripristino le garanzie di tutti i cittadini della Repubblica.

Come cittadini e cittadine, membri della Chiesa, Popolo di Dio, prendiamo parte agli sforzi di rivendicazione dello Stato di Diritto e della costituzionalità sulla base della verità, della giustizia e della costruzione di una pace autentica.

Convochiamo tutti gli uomini e le donne del popolo a unirsi alle mobilitazioni di protesta contro questi abusi a danno dei nostri diritti fondamentali.
Fr. Óscar Vásquez op.; Luis Enrique Jovel; Velia Ocampo; German Turcios

 
IL NEFASTO POTERE DELLA CHIESA
A LATO DEI GOLPISTI
di Alejandro Dausá

Il documento "Edificare a partire dalla crisi", diffuso dalla Conferenza episcopale dell’Honduras, ha suscitato forti reazioni. La lettera sta a dimostrare fin dove può giungere la manipolazione dei concetti e lo stravolgimento della realtà.

Lo stesso titolo è un trucco con cui si tenta di mascherare il colpo di Stato, la soppressione della libertà e dei diritti fondamentali e l’attacco alla volontà popolare. E da lì sviluppa un grottesco esercizio pseudo-giuridico al fine di giustificare l’ingiustificabile.

Come se non bastasse, il cardinale honduregno, Oscar Rodríguez Maradiaga, ha terminato la lettura di questo aberrante documento indicando che il ritorno del presidente legittimo avrebbe potuto scatenare un bagno di sangue. Con ciò evidenziando la logica soggiacente: la vittima è il criminale, va colpevolizzata e criminalizzata per mali passati, presenti o futuri. L’avvertimento è rivolto a Manuel Zelaya, ma il suo obiettivo è indebolire la resistenza popolare, che in quest’ottica passa ad essere automaticamente responsabile di tutte le possibili disgrazie e morti.

Dinanzi a simili piroette, risulta difficile non evocare la figura di quel falegname galileo che affermava il primato dell’essere umano e la sua dignità al di sopra di qualunque legge, anche di quelle scritte nella pietra (chiaro che simile audacia gli costò cara di fronte ad acutissimi intellettuali, sempre disposti a manipolare o ad inventare giurisprudenza per sostenere un ordine socio-economico e religioso che dicevano fosse la volontà di Dio stesso...).

I vescovi honduregni si sommano così, con inusuale franchezza, a non poche conferenze episcopali latinoamericane che sono il prodotto del processo di restaurazione enfaticamente promosso da Giovanni Paolo II, grande nemico dei profeti, dichiarato sostenitore di burocrati ecclesiali e difensore di gruppi ultraconservatori, che sono quelli a cui appartiene oggi la voce dominante nella Chiesa cattolica, in accompagnamento a banchieri, finanzieri, latifondisti, grandi imprenditori, militari golpisti, all’apparenza fervidi cristiani.

Il 4 luglio, durante la prima grande marcia verso l’aero-porto di Tegucigalpa, una giornalista televisiva ha intervistato uno dei manifestanti. Piuttosto anziano, vestito da contadino, ha detto di essere un prete e di non curarsi di cosa avrebbero potuto dire i vescovi. Ha indicato la moltitudine e ha detto: «Questa è la Chiesa! Questa è un’insurrezione popolare che dobbiamo appoggiare!».

Dimostrando buona memoria, ne ha approfittato per ricordare la compagnia di sinistri personaggi come Billy Joya o Ralph Nodarse, che oggi risorgono come consiglieri o funzionari del gruppo golpista.

Joya, con il soprannome di "Licenciado Arrázola", si distinse al comando di squadroni della morte sostenuti e addestrati da ufficiali del Battaglione 601 dell’Argentina negli anni ‘80. Perseguitato dalla giustizia del suo Paese, tentò di ottenere asilo in Spagna, dove l’unico impiego che trovò fu quello di catechista nel collegio San José di Siviglia.

Da parte sua, Nodarse ha offerto un efficace appoggio al terrorista fuggitivo Luis Posada Carriles, e ha fatto parte di quella lobby che premeva sul presidente Zelaya perché gli concedesse rifugio, cosa di cui il presidente si rifiutò.

Buona parte del popolo honduregno è impegnata in a-zioni di resistenza di un coraggio raramente visto, con straordinaria integrità e disciplina, con volontà di difendere il proprio diritto di costruire un altro Paese possibile.

Intanto, alieni alla prassi del falegname galileo che non dubitava di giocarsi la sorte e di camminare con la gente delle basse, i vescovi indicano nel paragrafo finale del loro funesto documento che è ora di «pregare e digiunare».

PAX ROMANA
Rubén Dri

La Chiesa cattolica honduregna, per mezzo del suo organismo superiore, la Conferenza episcopale, ha dato pieno appoggio al golpe militare che ha destituito l’autorità costituzionale e militarizzato il Paese. Nel comunicato in cui dà la sua approvazione al colpo di Stato, essa cita l’ordine di cattura della Corte Suprema in cui si accusa il governo costituzionale di "tradimento della patria, abuso di autorità e usurpazione delle funzioni a danno dell’ammi-nistrazione pubblica e dello Stato honduregno". Ciò vuol dire che, in Honduras, tutto è stato fatto nel rispetto delle norme costituzionali.

Dopo questa chiara approvazione del golpe, la massima gerarchia ecclesiastica ripropone, in tono mieloso e ipocrita, gli inviti "al dialogo, al consenso e alla riconciliazione", che renderebbero possibile la pace in accordo alla raccomandazione di Gesù, contenuta nel Vangelo di Giovanni, citata al termine del documento ecclesiastico: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore».

Ebbene, qual è la pace che il mondo dà? Cosa si intende qui per "mondo"? "Il mio regno non proviene da questo mondo", è l’espressione tradotta normalmente con "il mio regno non è di questo mondo". "Questo mondo" è quello che si trova nelle mani di Satana, ossia dell’impero romano. Da questo, dai suoi valori, dai suoi principi, non proviene il regno di Gesù. Esso proviene da altri principi, con un’altra concezione di potere, il potere che è servizio, simboleggiato dalla lavanda dei piedi che Gesù ha realizzato con i suoi discepoli.

È questo nuovo mondo, quello di Gesù, che dà la vera pace, non come il mondo la dà. Chiaro e contundente è lo scontro tra queste due concezioni di pace: quella che dà il mondo, cioè l’impero, la pace del cimitero, quella proposta dalla gerarchia ecclesiastica honduregna; e quella che propone Gesù, la pace che è costruita tra fratelli, sfidando l’impero. Di fronte alla pax romana, basata sull’annientamento di quanti non si sottomettono, la pace che è costruita tra popoli fratelli.

Il fraintendimento della concezione di pace proposta da Gesù, interpretata come la pace che propone il potere di dominazione, ha la stessa lunga storia dei poteri dominatori. Già nel IV secolo Eusebio di Cesarea sintetizzava la visione teologica della Chiesa in tre principi - un solo Dio, una sola Chiesa, un solo Impero - che hanno costituito la base all’affermazione di Paolo Orosio, secondo cui "la pace di Cristo è la pace dell’impero", la celebre "pax romana".

La gerarchia ecclesiastica è coerente. È sempre contro i movimenti popolari e i governi che li rappresentano, quando questi propongono determinate riforme a cui le grandi imprese si oppongono. Così avviene in Venezuela, in Bolivia e in Ecuador, per citare i casi più significativi. Così avviene anche nel nostro Paese.

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