
da Italia Caritas - maggio 2010
Haiti, isola sconvolta. Comandano i più forti
di Paolo Lambruschi
Viaggio nel paese devastato dal terremoto di gennaio. Gli umanitari girano scortati, la corruzione minaccia di bersi gli aiuti, i campi di tende invadono le strade, la capitale andrebbe svuotata. Ma non mancano segni di rinascita….
Attorno alla cattedrale distrutta di Port au Prince sopravvive ogni giorno una folla di mendicanti, che circonda le persone in preghiera davanti allo scheletro del tempio. Mamme con bambini piccoli in braccio, padri storpi o ciechi per il glaucoma, che si avvicinano guidati da figli che avranno al massimo dieci anni. Tra le macerie della città vecchia aleggia l'odore della morte. Ci sono palazzi accartocciati, da dove nessuno ha estratto i cadaveri per gettarli nelle fosse comuni.
Tre mesi fa, ad Haiti, è accaduto un disastro peggiore dello tsunami che a fine 2006 sconvolse una decina di stati del Sud-est asiatico, ma concentrato in pochi chilometri quadrati. La scossa ha abbattuto, nel centro della capitale, i palazzi coloniali, la cattedrale, il palazzo presidenziale, quasi tutti i ministeri. Poi sono crollate, come per un effetto domino, le case costruite sulla ghiaia in periferia. Hanno resistito invece le case dei ricchi, in collina, a Petionville. E le baraccopoli come Citè Soleil, che ospita mezzo milione di persone.
Anche il carcere si è sbriciolato, quattromila detenuti sono evasi, tra loro i criminali più incalliti della capitale. Così gli occidentali, le migliaia e migliaia di operatori umanitari, non possono mai girare da soli. E dopo il tramonto scatta il coprifuoco. In ogni spiazzo sono sorte tendopoli spontanee e sovraffollate, dove vivono decine di migliaia di persone, senza acqua e con pochi bagni chimici: le ong con gli aiuti vi possono entrare solo se scortate dai marines americani. E se non c'è posto negli accampamenti, le tende più lacere, a volte solo teli di plastica, invadono la strada. Inevitabile che la situazione umanitaria e quella igienico-sanitaria rimangano difficili. L'acqua costa 60 centesimi al litro, il costo della vita è schizzato ai livelli di Los Angeles. Per strada fiorisce il mercato nero degli aiuti.
Sulla Rue des Miracles, la via dei miracoli, l'arteria che taglia il centro di Port au Prince fino al porto, la vita è ripresa in uno scenario spettrale. Davanti agli scheletri dei palazzi è tornato il piccolo commercio di strada, mentre le radio diffondono musica caraibica. «In fondo non vivevamo molto diversamente prima, ci si arrangiava - dice con sarcasmo un venditore della storica "borsa del ferro", che dopo il terremoto è fiorente più che mai -. Solo il traffico è diventato più caotico, a causa delle macerie». Per le vie, in effetti, sfrecciano i Tap Tap, gli autobus colorati e che portano scritte religiose, emblemi dell'influenza del voodoo che pervade la cultura sincretistica haitiana e della crescente importanza, negli slum, delle sette evangeliche. Agli angoli delle strade, cumuli di rovine ed ettari di spazzatura, che alla sera qualcuno brucia.
Enormi problemi sociali
Si stimano in tre milioni, ad Haiti, le persone afflitte dal sisma, che ne ha lasciate più di un milione senza casa. Pesante l'impatto sui bambini: un milione e mezzo quelli colpiti dal terremoto, più di 300 mila senza casa. Moltissimi inoltre i minori privi di uno o entrambi i genitori: erano 380 mila prima del terremoto, adesso sono molti di più.
Il paese più povero e meno sviluppato dell'occidente oggi è in miseria. «Le entrate dello stato - spiega il nunzio apostolico, il filippino Bernardito Auza - sono crollate al 20%, il governo non ha soldi per pagare i dipendenti pubblici». Ed era, nel 2009, il terzo apparato statale più corrotto del globo. La Conferenza dei donatori, il 31 marzo ha fissato il budget per il piano di ricostruzione del paese in circa 13 miliardi di dollari, fino al 2020. Lo gestirà una commissione composta dal governo e dall'ex presidente Usa, Bill Clinton, per i primi 18 mesi. Poi resterà nelle mani degli haitiani. E non si sa se i poveri e gli sfollati di Aity, come la chiamano nella lingua locale, vedranno qualcosa. Da Ban Ki Moon, segretario generale dell'Onu, fino alle 5 mila ong sul campo, il mantra che si sente ripetere è «ricostruire per cambiare e generare sviluppo». Ma intanto serve un piano di infrastrutture, una road map per sgomberare la capitale, costruita per 200 mila abitanti e oggi costretta a sopportarne 3 milioni, più della metà ammassati in ghetti invivibili già prima del sisma. Solo così si può pensare di ricostruire. Senza contare gli interventi che sarebbero necessari per affrontare gli enormi problemi sociali, dalla mancanza di una sanità pubblica all'analfabetismo, che colpisce più della metà di una popolazione che ha un'aspettativa media di vita di 50 anni, quindi molto giovane, eppure senza futuro. La chiesa cattolica, una delle poche istituzioni funzionanti, ha fornito al governo un piano, in bozza, che punta sul sostegno alla scolarizzazione come strategia di sviluppo.
Bambini schiavizzati
E sul terreno, come vanno gli interventi umanitari? Mentre quasi tutti i campi di sfollati sono in pericolo, a causa della stagione delle piogge, sono migliaia, noti e meno noti, i soggetti attivi nel paese. La rete Caritas finora ha lavorato sulla prima emergenza, distribuendo cibo insieme al Programma alimentare mondiale dell'Onu, costruendo rifugi, creando impianti d'acqua potabile e installando docce e latrine, allestendo dal 6 aprile, data di riapertura delle scuole, luoghi sicuri per i bambini in un paese dove la schiavitù minorile è tollerata. Ogni donna haitiana in media mette al mondo cinque figli, se non è in grado di mantenerli li vende per poche gourde, la moneta locale, a famiglie più ricche. Si chiamano restavek, i trovatelli, e sono circa 300 mila su sei milioni di minori e 12 milioni di abitanti. Spesso sfruttati dalle famiglie acquirenti, non di rado trafficati. «La zona al confine con la Repubblica Domenicana è a forte rischio - spiega Susan Tcalek, avvocato esperto di diritti dei minori del Catholic relief service, la Caritas statunitense, che ad Haiti ha avviato diversi progetti di aiuto e monitoraggio -. Anche perché non esiste un'anagrafe e oltre confine i bambini sono spesso ridotti in schiavitù».
Mauro Ansaldi, invece, è l'italiano che coordina l'azione della rete internazionale Caritas. Un veterano della cooperazione e delle emergenze. «Non ho mai visto una situazione simile - ammette -. Resteremo qui molti anni, ma intanto è difficile uscire dall'emergenza». Oggi lo sforzo comune delle ong e dei governi è trovare posti sicuri per creare campi stabili. Dalla capitale dovranno spostarsi 600 mila senza tetto. Caritas ha cominciato, anticipando l'esodo, a distribuire il cibo fuori Port au Prince. Per esempio sulla collina di Sainte Marie, periferia della capitale.
Qui, alle 10 del mattino, ci sono già duemila bambini in fila alla mensa della parrocchia di padre Jacques Beaudry. Il cibo lo mette il Pam, la distribuzione è garantita in due turni dalla rete Caritas. A metà mattina tocca ai più piccoli, dai 6 ai 12 anni. Alle 12 arriva il turno dei ragazzi fino ai 16 anni, che in precedenza hanno servito i fratelli minori. «Almeno mangiano una volta al giorno - spiega padre Jacques -. In più abbiamo riattivato sotto le tende le classi delle scuole parrocchiali distrutte». Il missionario canadese, 76 anni, gli ultimi 45 a Port au Prince, prima del sisma faceva studiare duemila ragazzi. Oggi si occupa del campo spontaneo che si è formato nella sua parrocchia, nelle cui tende vivono in 5 mila. Ma la voce si è sparsa, e la gente continua ad arrivare. «Qui con la Caritas ci sono le condizioni per lavorare - spiega il norvegese Hans Harvik, responsabile del team del Pam, vecchio lupo della cooperazione -. In più mi pare educativo che siano i bambini più grandi a servire il cibo ai piccoli. E non i militari in assetto di guerra» Come accade ogni giorno a Port au Prince, città senza legge, dove comanda il più forte.
La rete internazionale Caritas continua il lavoro per le popolazioni dei paesi latinoamericani colpiti dai terremoti di inizio anno (info: www.caritasitaliana.it). Caritas Italiana sostiene tale sforzo.
Per Haiti ha raccolto, grazie alla colletta indetta dalla Cei e alle offerte pervenute, oltre 14 milioni di euro. Dei 3 milioni stanziati per la primissima emergenza, 1 è stato già utilizzato: 200 mila euro per l'acquisto di 5 mila tende, 350 mila euro per l'acquisto di kit di alimentazione e igiene da distribuire a famiglie con bambini, 120 mila per l'approvvigionamento di acqua potabile, 330 mila per la pulizia e la costruzione di latrine nei campi di sfollati. La rete di Caritas Internationalis dal 1° maggio affronta la seconda fase dell'emergenza. Caritas Italiana è presente ad Haiti con un espatriato che opera nel team della rete internazionale Caritas; un altro operatore è in partenza a giugno.
Per il Cile, Caritas Italiana ha invece per ora stanziato 100 mila euro, destinati alla riabilitazione all'attività produttiva per dieci famiglie di contadini e pescatori, che hanno perso le loro attività a seguito del violento sisma. Il programma di sostegno di Caritas Italiana prevede l'acquisto di barconi e reti per la pesca e materiali per la semina dei campi. Anche questo intervento avviene in coordinamento con la rete internazionale Caritas e Caritas Cile.
L’impraticabile Panamericana spacca il paese andino. Come la notevole distanza tra ricchi e poveri. Inasprita dal terremoto
di Francesco Stefanini
“L’effetto più inatteso del devastante terremoto che ha colpito il Cile è stata la scoperta dell'enorme divario che ancora esiste tra ricchi e poveri. Una spaccatura che era stata tenuta finora nascosta per decenni". Marc Cooper, noto reporter statunitense, ha commentato così gli effetti del sisma che, con una magnitudo 8,8 della scala Richter, ha squartato nella notte del 28 febbraio il paese andino, causando oltre 500 vittime e più di 1 milione di sfollati. Case basse e più solide, popolazione più sparpagliata sul territorio, distanza dell'epicentro rispetto i grandi centri abitati, soprattutto un Pil maggiore di 11 volte: per questo in Cile non si è verificata l'ecatombe di Haiti. "Sistemi paese" diversamente sviluppati hanno reagito in maniera opposta a sollecitazioni simili.
Tuttavia le cifre in Cile sono importanti. Caritas Cile, citando il ministero delle finanze, ricorda i 22 milioni di euro di danni complessivi, le 800 mila persone colpite direttamente (di cui 260 mila in maniera importante) e i 2 milioni indirettamente; le 4 mila scuole danneggiate e i 25 ospedali con seri danni. "Mappa desolante. Il sud si riempie di baracche": così titolava un importante quotidiano locale (Diario Las Ultimas Noticias), domenica 28 marzo, stimando una disoccupazione in crescita nelle zone rurali, dal 10 al 15%, rispetto a un tasso nazionale che si aggira intorno all'8%.
Promesse di ricostruzione
Dal terremoto esce un paese spaccato, diviso da un'impraticabile autostrada Panamericana, ma anche da un'incolmabile distanza sociale. Il paese con la più antica normativa antisismica al mondo (datata 1928), dopo quella della California, nell'emergenza ha svelato crepe allarmanti: l'abbandono al loro destino di ampi settori popolari, la negligenza dei funzionari, di conseguenza il vandalismo e lo sciacallaggio. Qualcuno ha definito il Cile del post-terremoto come il luogo dell'incontro tra la “Jaguar del Sudamerica" e il sottosviluppo, con una capitale, Santiago, che ha retto bene l'urto delle scosse e degli sfollati e tanti paesini isolati che sono andati completamente distrutti.
E così, a Concepción si sono visti i militari per le strade a ristabilire l'ordine pubblico e il coprifuoco notturno, per evitare saccheggi e ladrocini nelle case lasciate vuote. E sotto le scosse di assestamento ha tremato anche il palco da cui il neoeletto presidente, l'imprenditore miliardario Sebastian Pinera, ha promesso un impegno intenso nella ricostruzione del paese: un milione di posti di lavoro, case, assistenza ai poveri, più spazio alle imprese private.
Il presidente si è presentato con un programma "giocoforza ridimensionato", hanno scritto i media internazionali. E Tomas Mosciatti - direttore di Radio Bio Bio, secondo molti il più informato e obiettivo mezzo di comunicazione oggi in Cile - ha gettato un'ombra sugli affari del dopo sisma: “Il maxiappalto per l'acquisto di materiali per la costruzione - ha scritto Mosciatti - è stato dato senza nessuna gara a tre grosse corporazioni cilene, Easy, Sodimac, Construmar (i primi due legati a filo doppio a membri dell'esecutivo, secondo alcune testate, ndr). Sindaci, amministratori locali, governatori, assessori potranno comprare solo in queste catene e non in altre".
In generale, comunque, il sisma segna un prima e un dopo per il paese delle contraddizioni, dove si lotta per il diritto al libero accesso all'acqua, nonostante riserve idriche tra le più ingenti al mondo; dove parte della popolazione crede "nella pericolosa leggenda che il Cile si è in qualche modo lasciato alle spalle il terzo mondo. Niente di più falso" e dove “il regime di libero mercato ha favorito le élite" (Internazionale). Un sfida importante e difficile attende ora lo stato del rame, delle differenze sociali e del tasso di sviluppo più alto tra i paesi dell'America Latina. Una sfida delicata, nella nazione divisa tra la Santiago degli sfarzi e le periferie punteggiate da campamentos o poblaciones (terre, in genere incolte e disabitate, abusivamente occupate da famiglie nullatenenti): bisogna ridurre le distanze tra ricchi e poveri, impedendo che il sisma amplifichi la disuguaglianza endemica.
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LIBERTÀ PER MARCO CAMENISCH







Commenti
Filemore
June 22nd, 2010
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Che strano....come mai qui non ci sono i caschi blu dell' ONU o i militari della Nato in missione di pace?
Perchè qui non ci sono i soldati in servizio di polizia?
Perchè qui non ci sono i soldati del genio militare con le loro ruspe, le loro gru, le loro trivelle, i loro camion...
Perchè qui non ci sono i depositi di viveri ed i battaglioni logistici dell'esercito per la distribuzione?
perchè qui non ci sono i carabinieri di guardia ai seggi elettorali?
Perchè qui non c'è la solidarietà politica per ricostruire il tessuto economico?
Domande sceme: NON C'è il petrolio e non ci sono miniere...in Afghanistan c'è invece lo zinco
vincenzo
June 22nd, 2010
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Filemore che dici? gli americani e l'europa sono in afghanistan per la democrazia,perchè non c'è solo lo zinco,anche ferro litio e petrolio più democrazia di questa...comunque l'uomo è penoso parla sempre di risorse che scarseggiano ma intanto distruggono tonnelate di derrate alimentari per non abbassare i prezzi e i porci non avere il giusto gauadagno,Haiti non offre nulla ed e destinata all'abbandono a sè stessa o per lo meno contare solo sulle organizzazioni umanitarie che con il loro piccolo contributo che diventa enormedi fronte alla popolazione Haitana,Filemore credimi l'uomo è in un terrificante declino.
Davide
June 22nd, 2010
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Relativamente alla situazione haitiana, mi chiedo se non sia opportuno un intervento di truppe ONU per salvaguardare gli aiuti umanitari e far si che effettivamente arrivino alla popolazione stremata e non siano prede del più forte. Se non in questo caso quando?
Giuseppe
June 22nd, 2010
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Come giustamente osserva chi mi ha preceduto, qui si può anche morire. Per i “grandi” della terra (o presunti tali) non c’è alcun tornaconto ad organizzare uno straccio di intevento, tanto si sono messi la coscienza a posto con gli aiuti dei primi giorni. Sembra di vedere il modo di operare del nostro governo: L’Aquila non ci ha insegna niente?
E meno male che Bertolaso l’hanno rispedito a casa di corsa, altrimenti si sarebbero ritrovati tra i piedi i vari Anemone, Balducci, Zampolini e tutta l’allegra brigata…
lina
June 22nd, 2010
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Nell'orrore che traspare dall'articolo, innanzitutto voglio cogliere ed apprezzare quel barlume di amore per l'umanità che traspare dall'operato della Caritas. Per quanto riguarda quegli esseri sciagurati che perpetrano ingiustizie e danni, soprusi e ruberie, a poveri provati fino all'estremo, senza la minima compassione, e per quanto riguarda il silenzio che sembra abbia Dio in queste situazioni e l'apparente trionfo del male, mi sembra di trovare una risposta nelle parole del Santo Curato d'Ars. In un'omelia chiedeva:" chi sono coloro che subiscono di più la tentazione? Sono senza dubbio gli ubriachi, gli spudorati che si gettano alla cieca nelle lordure, o l' avaro che pensa ad arricchirsi in ogni modo.No, non sono affatto costoro; al contrario il demonio li disprezza, o meglio, li protegge perchè possano fare il male per il maggior tempo possibile, dal momento che più a lungo essi vivranno, più i loro cattivi esempi trascineranno le anime all'inferno".
Filemore
June 23rd, 2010
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x Vincenzo
Giusto....questione di vocabolario.
Democrazia sinonimo di risorse minerarie.
x Davide.
L'ONU non può intervenire perchè ad Haiti non c'è una questione ma solo dei problemucci di sopravvivenza quotidiana, delle inezie.