
dal sito della Diocesi di Milano
Le difficoltà della Milano solidale
Rapporto sulla Città
Alla metropoli serve
una reazione d’orgoglio
L’intervento del presidente della Fondazione Ambrosianeum
13.07.2010
di Marco GARZONIO
Occorre un segnale di discontinuità. A Milano è di casa una maturità politico-sociale, presente, incisiva e diffusa quanto più uno non possa credere. Circoli, fondazioni, associazioni, gruppi di genitori, cooperative delle più varie referenze ideali e ragioni sociali, siti, blog esprimono ormai un moto d’opinione capillare. In parte incanalano le insofferenze e i disagi, che sono tanti, in parte avanzano proposte che spesso assomigliano a quei messaggi in bottiglia lanciati dai naufraghi, in parte contribuiscono a tenere viva la stagione dei sogni, con l’aspirazione mai sopita che essi trovino presto il modo di permeare la realtà e trasformarla; autentiche ragioni di vita, insomma. Ma è il ponte con la politica che manca, come se questa, almeno nelle espressioni attuali, procedesse in maniera autoreferenziale, quasi autistica, sicura di sé e del proprio potere, pericolosamente immemore di quanto accadde ai partiti prima di Tangentopoli, i quali si muovevano con sicumera e sembravano convinti che nulla potesse mai metterli in discussione; salvo poi il risveglio amarissimo ed eclatante, distruttivo per tutti, non solo per loro.
D’altro canto, per quanto riguarda le espressioni sociali accade un fenomeno complesso, un misto di reattività e di rassegnazione, consumato tra frustrazione e rabbia. Esse è come se avessero perso la fiducia di veder accolte e rappresentate le proprie istanze: da chi governa, in quanto non sembra mostrare curiosità e ha i propri interessi di riferimento cui accudire, risaputi e meno noti, qualche volta inconfessabili; e da chi occupa i banchi dell’opposizione, nella quale vedono protrarsi, con preoccupanti segnali di possibile cronicizzazione, un’incapacità ad ascoltare e a elaborare il nuovo. Ma ciò che sfugge a quelle espressioni sociali è che scorgono in chi sia fuori dalle stanze ufficiali del potere un attaccamento allo statu quo, davvero incomprensibile, come se anche dall’immobilismo derivasse una sorta di rendita di posizione per chi gioca il ruolo dell’oppositore. Un mistero spiegabile forse solo con l’esistenza di formule di consociativismo tra governo e opposizione (magari favorite dalle attività del movimento cooperativistico, di colori diversi, ma convergenti negli interessi), che garantiscono almeno la sopravvivenza economica, oltre a canali di comunicazione.
La creatività ambrosiana, se c’è ancora (e io resto convinto che al fondo essa resista a tutti i tentativi di rendere la città grigia e indifferente, inospitale e ripiegata) si trova di fronte a una sfida ineludibile: una lotta che deve coinvolgere tutti, se si vuol davvero sperare di uscirne; una sorta di patto civico che attraversi anche gli schieramenti e, se necessario, li scompagini, perché la voglia di cambiamento autentico supera le logiche di parte. Si prospetta, cioè, una chiamata a raccolta di quelle del tipo cui Milano, nella storia antica e più recente, è stata in grado di rispondere quando ha dovuto porre rimedio a grandi crisi o a passaggi epocali, per conquistare autonomia e diventar padrona di se stessa. Ovvero, una reazione d’orgoglio.
Si tratta, insomma di intraprendere una battaglia politica e culturale a livello nazionale, affinché vengano corretti quei guasti che si son prodotti a seguito della riforma degli enti locali del 1993, in materia di rappresentatività e di governance. E, intanto, nelle more, applicando il "rito ambrosiano", si inventino modalità concrete per riportare al centro della vita cittadina la cultura dell’agorà; vengano esperiti cioè i modi opportuni perché la disposizione d’animo all’incontro e al dialogo sia riportata a esercizio quotidiano di convivenza. Non v’è bisogno di immaginare chissà quali interventi di ingegneria istituzionale. Ciò che serve è semmai un po’ di coraggio civile, che non stravolga l’impianto (l’elezione diretta del sindaco, per dirne una, non è in discussione), ma porti a rivedere meccanismi e competenze, a tagliare anche, dove necessario. In via principale il compito è di recuperare un ruolo dignitoso e rilevante al Consiglio comunale, perché la città ritrovi il cuore, la passione e la ragione dello stare assieme, recuperi il luogo deputato e unificante in cui convergano le rappresentanze di quell’agorà, abbiano voce le tante energie intellettuali e umane, le ingegnosità, le innumerevoli competenze, le tantissime professionalità, le voglie di intrapresa che la città esprime, i bisogni reali delle famiglie, di chi lavora e di chi l’occupazione l’ha persa, di chi cerca casa, di chi ha un disabile o un anziano con sé.
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