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24 luglio 2010

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Samuele, profeta religioso e civile


NONA DOMENICA DOPO PENTECOSTE

1Sam 16,1-13; 2Tm 2,8-13; Mt 22,41-46

Domenica scorsa abbiamo visto come mai anche il popolo ebraico, educato ad un altro tipo di governo, sia stato tentato come gli altri popoli di volere un re. Con il profeta Samuele cessa il periodo dei giudici, e inizia con Saul il periodo controverso della monarchia. La scelta di Saul non è stata felice: sembra quasi una cattiveria di Dio che talora si diverte a farcela pagare facendoci governare dagli uomini peggiori. Da notare subito la differenza tra la scelta di Saul e quella di Davide. Saul è stato scelto per sorteggio (almeno secondo una certa versione dei fatti), Davide per una scelta esplicita di Dio tramite il profeta Samuele.
Vorrei anzitutto soffermarmi sulla figura di Samuele, che mi sembra particolarmente interessante, ed è sconosciuta alla maggior parte di noi. Ho trovato un libro di Carlo Maria Martini (mi piacerebbe leggerlo), dal titolo già significativo: “Samuele profeta religioso e civile”. Ed ecco in sintesi il libro: Samuele visse nel periodo della decadenza della nazione di Israele. Eppure è certamente uno degli esempi più significativi di servizio alla Parola di Dio e di impegno e solidarietà con le vicende degli uomini. La sua figura costituisce un richiamo forte e puntuale alla nostra fede, perché diventi sempre più legame con la nostra storia, servizio alla nostra gente, amore per la nostra terra.
Ho trovato su un sito di internet queste note, che mi sembrano chiare su Samuele.

“Samuele è uno di quei pochi personaggi biblici di cui ci viene narrata la nascita e l'infanzia. Gli altri personaggi di cui sono narrate in maniera privilegiata le circostanze della nascita e dell'infanzia, sono Isacco e Mosè nell'Antico Testamento, Giovanni Battista e Gesù nel Nuovo Testamento.
Samuele è anche un condottiero ma non nel senso di un grande capo di eserciti. È colui che raduna Israele, dà coraggio, lo porta alla coscienza della sua unità: crea le premesse per una riscossa nazionale e politica.
È l'uomo che riassume la coscienza religiosa della elezione di Jahvé e la porta all'estreme conseguenze. Tutto questo, che era latente in Israele e viveva in modo oscuro nel popolo, Samuele lo mette in luce.
È un uomo in cui il popolo ritrova se stesso, capisce il meglio di sé, intende la vocazione di libertà e di dignità alla quale è stato chiamato da Dio presso il Sinai. La vocazione di Samuele è tutto questo: è un condottiero nel senso profondo della parola.
È anche giudice: colui che amministra la giustizia nelle difficoltà di Israele. Samuele fu giudice per tutto il tempo della sua vita.
Samuele è anche l'uomo della transizione tra l'epoca dei Giudici e la Monarchia. Se noi avessimo chiesto a Samuele, al tempo in cui girava per i grandi santuari di Betel, di Galgala, di Mizpa, se lui volesse dare un re al popolo, egli avrebbe chiaramente risposto di no. Non sentiva in questo modo l'unità di Israele, bensì la concepiva come una unità religiosa e di fratellanza. Le circostanze lo conducono ad essere l'uomo della transizione che ungerà addirittura due re: prima Saul e poi Davide.
È l'uomo della transizione attraverso grandi sofferenze: percorre la sua vita tra le esaltazioni e le amarezze. Il mondo gli si cambia improvvisamente sotto gli occhi: la visione tribale della giustizia tra fratelli si trasforma in una visuale di unità monarchica; il candidato che ha unto e che credeva definito deve essere sostituito. La delusione e l'amarezza di Samuele sono grandi.
Samuele è l'uomo che ha servito con assoluto disinteresse l'opera di Dio, ed in cambio ha ricevuto ben poco: neppure un successo personale duraturo perché l'erede per sempre è Davide. Lui è semplicemente colui che indica la strada di Israele e non colui che ne porta in mano il destino futuro”.

Alcune considerazioni personali. Anzitutto è Interessante Samuele come l’uomo della transizione. È una missione difficile. Forse per questo mi sento vicino a Samuele, il profeta religioso e civile. Dunque, anche civile. Ci si batte per il popolo perché prenda coscienza di se stesso, come popolo.
Accenno solo ad una seconda considerazione. Riguarda la diversa scelta dei primi due re d’Israele: Saul e Davide. Saul è stato scelto per la sua prestanza fisica (era alto e bello), o per una specie di sorteggio, secondo una versione riottosa alla monarchia. Davide invece sarà scelto con un altro criterio: lo sguardo di Dio si posa sugli umili, sui piccoli, su coloro che contano di meno, sugli scarti della società. E con questi compie miracoli. Eppure basterebbe leggere la Storia, quella vera, per rendercene conto, ma noi no, continuiamo ancora a riporre le nostre speranze negli uomini di potere.
Anche Davide rivelerà da re di essere soggetto alle tentazioni del potere, ma la causa di Dio e del suo popolo prevarrà sempre sulle sue debolezze. Il problema non è tanto la debolezza umana di un uomo di potere, ma il fatto che l’uomo di potere fonda le sue debolezze sul suo potere, e si permette ogni liceità in forza del suo potere. Oggi il vero problema non è tanto la corruzione di qualche politico, ma il fatto che la politica fa della corruzione un sistema di potere. E la gente non capisce. Si scandalizza di qualche debolezza di un politico, o di un uomo di chiesa, e ingoia un sistema che è fondato sul marcio o sulla corruzione.
In fondo, non mi sento di mettere sotto accusa del tutto Saul. In parte lo vedo come una vendetta di Dio nei riguardi di un popolo duro di comprendonio: aveva voluto un re, ed eccolo, il suo re. Dio preferirà Davide, ma comunque il suo ideale era un altro. Verrà, nei tempi stabiliti. Un discendente di Davide. Il Messia. Sì, un discendente per dinastia. Ma Gesù Cristo incarnerà un altro concetto di società. Sì, anch’egli parlerà di regno, ma con altri orizzonti. Vedeva oltre i confini di un potere umano. Così oltre che siamo ancora qui, incapaci di vedere l’oltre.
        

 

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Commenti
  1. Il Signore ha fatto proprio di tutto per darci un cuore di carne, anzichè un cuore di pietra. Ha mandato i Profeti, ha mandato suo Figlio, ossia si è impegnato personalmente venendo sulla terra, per darci un soffio del suo Spirito.La morte di Cristo, quel Cristo che avrebbe potuto con la sua onnipotenza far morire tutti i suoi aguzzini, non è stata una sconfitta, ma un grandissimo insegnamento ad amare, non poteva esserci esempio più luminoso. L'egoismo è stato SCONFITTO, Cristo lo ha VINTO. Avessimo almeno colto un barlume dell'esempio di Cristo, non dico nel sacrificare la vita ma almeno i nostri egoismi che dovremmo inchiodare su quella Croce, affinchè non producano ulteriori sofferenze all'umanità. Ad ogni ferita, ad ogni chiodo che gli veniva piantato nella carne ,l'egoismo subìva una sconfitta da parte dell'Amore, poichè Gesù in realtà uccideva i nostri egoismi e le nostre idolatrie terrene. Però noi siamo ancora qui, incapaci di vedere oltre. Non mi resta che consolarmi, con la Parabola del ricco Epulone e sul suo epilogo, ed avere fede e speranza. E come scrive S. Paolo nella lettera ai Romani 5, 5 "la speranza poi non delude, perchè l'Amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato".



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