Perché l’imputato Matteo Salvini rischia grosso nel processo Open Arms

da espresso.repubblica.it/

Perché l’imputato Matteo Salvini

rischia grosso nel processo Open Arms

Per l’accusa il no allo sbarco dei migranti della nave della Ong fu una scelta solitaria dell’allora ministro dell’Interno, che ignorò l’emergenza umanitaria. Ecco cosa emerge dai verbali
di Lorenzo Tondo
12 SETTEMBRE 2022
Il 17 aprile del 2021, Matteo Salvini è finito sotto processo con l’accusa di omissione di atti d’ufficio e sequestro di persona, per aver negato, due anni prima, lo sbarco a Lampedusa dei richiedenti asilo soccorsi da un’imbarcazione della Ong spagnola Open Arms. Sono passati più di tre anni e altrettanti governi, e, salvo colpi di scena alle elezioni del 25 settembre, il leader della Lega, dalle prossime udienze, potrebbe sedersi sul banco degli imputati da ministro dell’Interno, la stessa carica che ricopriva nel 2019.
Nemmeno il Salvini più ottimista avrebbe immaginato uno scenario del genere, quello di dimostrare ai giudici e all’opinione pubblica, a pochi giorni dal voto, che la strategia dei porti chiusi, osteggiata dalle leggi, gode del consenso degli italiani. Così, alla prossima udienza a Palermo, il 16 settembre, a nove giorni dal voto, l’aula bunker del capoluogo siciliano rischia di trasformarsi nell’ennesimo palco elettorale. Perché il Salvini che punta a ri-fare il ministro dell’Interno da mesi ha riproposto i ritornelli sulla spettrale «invasione di migranti», sulla necessità di chiudere i porti e la promessa di re-introdurre i suoi decreti sicurezza. Quale migliore occasione per ricordare agli italiani che, per la «difesa dei confini», Salvini viene processato e nella stessa aula dei mafiosi? Poco importa se la difesa dei confini c’entri poco o nulla con questo processo e che, a leggere bene le carte, Salvini, a differenza dei casi del divieto di sbarco imposto alle navi Gregoretti e Diciotti, qui, rischia davvero grosso.
Andiamo con ordine. La nave della Ong spagnola Open Arms, i primi di agosto del 2019, soccorre, in diverse operazioni, 164 richiedenti asilo, molti dei quali torturati in Libia. Dopo aver avuto notificato il consueto divieto d’ingresso nelle acque italiane (la prassi durante il governo in cui Salvini era il capo del Viminale), gli avvocati della Open Arms fanno ricorso al Tar del Lazio. Denunciano la grave situazione umanitaria, psicologica e sanitaria a bordo, con decine di persone stremate dal viaggio, dal caldo e dalla fatica. E, con buona sorpresa di molti, il Tar dà loro ragione.
Un tribunale amministrativo crea dunque un precedente importantissimo: un gruppo di richiedenti asilo in viaggio dalla Libia, a bordo di una nave umanitaria, non può rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale. Nessun decreto sicurezza o scelta personale può impedire loro, dunque, di sbarcare. A ribadire il concetto, arriva l’inchiesta della procura di Agrigento, guidata dal procuratore Luigi Patronaggio, che, volato d’urgenza in elicottero a Lampedusa con alcuni medici, parla di «situazione esplosiva».
L’inchiesta, per la natura dei reati ipotizzati, passa a Palermo. E si arriva all’udienza preliminare da cui è scaturito il processo incentrato sulla presunta responsabilità personale di Salvini nella scelta che non fu collegiale ma individuale, secondo la ricostruzione dell’accusa.
«La Open Arms aveva necessità, per la situazione in cui si trovava, di ottenere un luogo sicuro ed entro un tempo ragionevole da parte di una autorità?», si è chiesta davanti al gip la procuratrice reggente di Palermo Marzia Sabella. «La risposta non può che essere positiva. A bordo vi erano soggetti con varie patologie per i quali sono stati necessari diversi interventi di evacuazione medica», ha proseguito.
A differenza degli altri casi Gregoretti e Diciotti, secondo i pm del capolougo sicliano Marzia Sabella, Francesco Lo Voi, ex procuratore capo, poi nominato alla guida della Procura di Roma e Gery Ferrara, questa volta, la decisione di impedire ai migranti di sbarcare, non sarebbe il risultato di una scelta condivisa da tutto il governo, come l’ex ministro aveva sostenuto in precedenza, ma ascrivibile al solo ed unico Salvini.
«C’è un dato che è fuori discussione», ha detto il procuratore Lo Voi sempre in udienza preliminare: «Il rilascio del noto Pos (luogo sicuro di sbarco) compete esclusivamente ed unicamente al ministro dell’Interno. E le conclusioni a cui ci portano le testimonianze raccolte sono che non si tratti affatto di un atto politico».
Una decisione, dunque, di cui il solo Salvini porterebbe la responsabilità. Ne è convinto anche Michele Calantropo, legale di parte civile per conto dell’Arci Sicilia: «Credo che il Tribunale dei ministri abbia svolto un certosino lavoro di ricostruzione fattuale nell’elencare le ragioni che hanno determinato il rinvio a giudizio di Salvini. Se si leggono le deposizioni testimoniali, nessuno ha smentito che il divieto di sbarco dei migranti sia stato determinato dall’esclusiva, cosciente e volontaria azione dell’imputato».
All’udienza del prossimo 16 settembre, saranno chiamati a deporre gli ex ministri Elisabetta Trenta (Difesa) e Danilo Toninelli (Infrastrutture e Trasporti). Entrambi non avrebbero firmato il decreto di divieto allo sbarco che Salvini aveva chiesto loro di riproporre dopo la pronuncia del Tar. Tra i testimoni ammessi c’è anche la star di hollywood Richard Gere, che in quei giorni, colpito dalla vicenda, mentre si trovava in vacanza in Italia, decise di comprare scorte di cibo e acqua e di recarsi a bordo della Open Arms. Salvini ha invitato l’attore a ospitare i migranti nelle sue ville. Eppure, la testimonianza dell’attore, come sostiene l’accusa, non è una trovata mediatica, bensì il tentativo di avere dalla viva voce di un osservatore obiettivo, in grado di riferire sulle condizioni reali in cui versavano i richiedenti asilo, costretti a rimanere a bordo per 19 giorni prima di vedersi riconosciuto il diritto di sbarcare. Un diritto che, ha sottolineato il pm Ferrara, «lo Stato Italiano non può violare». Perché il nostro Paese «è vincolato ai principi di diritto internazionale universalmente riconosciuti tra cui quello che impone ad ogni Stato l’obbligo di salvare la vita di chi si trovi in pericolo in mare. E tale obbligo prevale su ogni altra norma nazionale o su ogni altro accordo tra Stati», ha concluso Ferrara.
Durante il processo, la comunicazione di Salvini ha provato a dirottare l’attenzione sulle inchieste aperte a carico delle Ong, contro le quali si è abbattuta una bufera giudiziaria che ha bloccato i salvataggi. Ma tutte le inchieste, eccetto una, sono state archiviate. L’unico caso pendente, ma il processo per presunti accordi tra trafficanti e volontari è sospeso a causa di errori procedurali, è il primo, risalente al 2017 e riguarda la controversa vicenda della nave Iuventa, della Ong Jugend Rettet. Dalle carte verrebbe fuori un’altra verità sui rapporti tra l’Italia e la Guarda costiera libica, foraggiata dalle intese strette con il nostro governo. Emblematica l’intercettazione in cui un ufficiale libico risponde a un sos di Roma: «Per me oggi è giorno libero».

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