Chi considera i talk una trincea russa non ha capito che la tv è il vuoto perfetto

www.huffingtonpost.it
13 Maggio 2022

Chi considera i talk una trincea russa

non ha capito che la tv è il vuoto perfetto

di Nicola Mirenzi
Non è la tv a manipolare il telespettatore, ma il telespettatore a manipolare la tv. L’eterno errore, dai tempi dei tg di Berlusconi, è crederla una bestia addomesticabile. Leggere Enzensbeger e rassegnarsi
Mentre ieri l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes, è stato chiamato a rispondere seriamente, davanti al Copasir, della penetrazione delle spie russe nelle trasmissioni tv italiane, una spaventosa escalation nell’incoscienza pubblica è giunta al culmine: dalla fede che attraverso la televisione si vincano solamente le elezioni, si è passati più tragicamente a credere che con la tv si possa vincere anche la guerra.
Giorno e notte, i parlamentari del comitato di vigilanza Rai studiano formule per contenere il potenziale esplosivo dei talk show, tanto più necessarie quanto più si allunga il conflitto al confine orientale dell’Europa. Nelle bozze preparatorie del testo – su cui sono d’accordo tutti i partiti, tranne Fratelli d’Italia e i Cinque stelle, quest’ultimi alle prese con una bozza tutta loro – scrivono che le trasmissioni televisive dovranno chiamare solo ospiti di “comprovata competenza e autorevolezza”, nella convinzione che la competenza e l’autorevolezza redimeranno finalmente la televisione italiana dai morbi culturali che diffonde.
E così, pur convinti di essersi lasciati alle spalle le anticaglie della Prima repubblica, la logica che custodiscono nelle retrovie della propria coscienza è invece la stessa che portò lo Stato italiano a concedere alle tv commerciali il diritto di trasmettere in diretta, in cambio però dell’obbligo di allestire quotidianamente dei telegiornali. Articolo 20 comma 6 della legge Mammì: l’informazione come argine al dilagare immorale delle merci.
Era il 1990 e il saggio di Hans Magnus Enzensberger sulla televisione come “vuoto perfetto” era stato pubblicato in tedesco da appena tre anni. Si poteva anche capire che in Italia pochi lo avessero fatto proprio. Ma oggi?
L’imprevedibile (allora) scrittore tedesco pensava che un tratto accomunasse coloro che desiderano raddrizzare il legno storto della televisione: la convinzione che la tv rincretinisce. Politici, teorici della comunicazione, pedagoghi, mamme e padri di famiglia, preti e professori democratici: tutti uniti nella credenza che il povero telespettatore sia una vittima indifesa, mentre dietro le quinte si nasconderebbe l’astuto colpevole. Pochi subdoli manipolatori contro milioni di idioti. Bianca Berlinguer e i poveri agnellini all’ascolto.
Visto il clima, nell’eventuale processo per crimini contro l’umanità in cui potrei essere chiamato a rispondere, come collaborazionista della tv commerciale italiana, credo che chiamerei a testimoniare le pagine del saggio di Enzensberger in cui egli ribalta la questione e scrive: “Le direttive del legislatore scoppiano dinanzi alla prassi dello spettatore come bolle di sapone. Assai lungi dal lasciarsi manipolare (educare, informare, formare, illuminare, ammonire), egli manipola il medium, per imporre i propri desideri. Chi non si sottomette ad essi viene punito attraverso i tasti del telecomando con la revoca dell’audience; chi li soddisfa viene ricompensato con quote eccellenti”.
Per anni, una parte delle intelligenze più intelligenti del Paese ha creduto che Berlusconi vincesse per colpa delle sue malefiche televisioni. Poi è stata la volta dei populisti e oggi si è arrivati a considerare la tv una trincea del nemico russo. I politici di professione, che ogni giorno smaniano per finire confezionati in un servizio del telegiornale con la loro irrinunciabile dichiarazione, credono che la televisione sia una bestia che può essere addomesticata ai loro capricci e usata per raggiungere e consolidare il potere. La considerano un’istituzione pedagogica, una scuola di morale. Mentre i colti del pensiero critico annusano forze produttive che attendono solo di essere liberate per avviare inauditi processi di apprendimento. Entrambi citano immancabilmente il maestro Manzi. Così proponendosi solennemente di riformare la televisione con delle concezioni della tv già antiche con l’avvento della tv satellitare, figurarsi oggi con internet.
Studiano attentamente la Rai per immaginarsi la trasformazione, ma non si soffermano sul fatto che è una televisione pubblica che sta sul mercato della pubblicità come le reti private, si concentrano piuttosto sull’intervento di questo o quell’altro ospite, proponendosi di aggiustarne severamente i toni e le argomentazioni.
Diceva Enzensberger che la televisione è del tutto compiuta quando essa raggiunge l’obiettivo di essere completamente priva di contenuto. E pur non temendo rivali su questo fronte, la televisione italiana riesce a produrre una quantità incredibile di martiri, eroi della libertà d’espressione, coraggiosi combattenti dell’anticonformismo, tutti issati su questo vasto nulla. Ecco perché peggio di un Paese in balìa dei talk show, c’è solo un Paese che crede che si possano per giunta riempire di qualcosa.

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