Viktor Orbán spiegato a Giorgia Meloni

da www.huffingtonpost.it
16 Settembre 2022

Viktor Orbán

spiegato a Giorgia Meloni

di Luca Bianco
Per la leader FdI l’Ungheria è una democrazia, perché si tengono le elezioni. Ignora le restrizioni alle libertà e allo stato di diritto messe in atto da Budapest. Altrimenti anche la Russia di Putin sarebbe una democrazia
Quello che dice Giorgia Meloni è vero: Orbán Viktor ha vinto più volte le elezioni politiche. L’aver ottenuto percentuali di consenso bulgare, però, non significa che un leader sia effettivamente un democratico. Non c’è bisogno di un colpo di Stato affinché un dittatore arrivi al potere. Putin e Mussolini insegnano. L’aver vinto per cinque volte non attribuisce al primo ministro d’Ungheria il tana liberi tutti per fare “quello che gli pare”. Non è che chi vince ha sempre ragione su tutto. E democrazia prima di tutto significa riconoscere e proteggere anche diritti e libertà pre-politiche di opposizioni e minoranze. In dodici anni al potere, Orbán ha violato più volte questi confini: il ferreo controllo sulla stampa, le discriminazioni religiose, il restringimento dei diritti civili. Ecco perché ieri il Parlamento europeo ha votato un documento che definisce l’Ungheria una “autocrazia elettorale” con un voto a larga maggioranza. Fdi? Ha votato contro.
La svolta illiberale, a Budapest, non è una tesi strampalata di esperti o avversari politici della destra orbaniana. la chiamano autocrazia goulash. Una diversa idea di democrazia, figlia delle dittature ‘popolari’ aderenti al Patto di Varsavia. Di prove ce ne sono tante: la scomparsa della libertà di stampa, ad esempio. Dopo dodici anni di battaglie, di testate indipendenti nel paese se ne contano una manciata. Fino a qualche tempo fa ci si poteva ancora sintonizzare su Klubradio, emittente radiofonica collegata alla sinistra liberal del paese, chiusa definitivamente nel 2020, per non aver presentato nei tempi stabiliti la richiesta di rinnovo della licenza. Un vizietto burocratico già utilizzato in passato con altre testate dal potente Consiglio dei media, organo statale i cui vertici sono tutti nominati da Fidesz, il partito del premier. Controllando il Consiglio, Orbán è in grado di sanzionare e censurare in maniera del tutto discrezionale le pubblicazioni a stampa, radio-televisive e online.
Quello messo in piedi a Budapest è un sistema ben congegnato, fin da quando Orbán è tornato premier. La lunga mano di Fidesz infatti interviene direttamente alle “pompe di benzina” della stampa ungherese: nel 2010 una legge sull’informazione ha consegnato all’Autorità Nazionale delle Telecomunicazioni – anche in questo caso il capo è nominato direttamente dall’ufficio del primo ministro – il totale monopolio sulle agenzie di stampa. Le testate dalle quali giornali, radio e Tv di Stato ricevono e rilanciano le notizie. Ciò permette, indirettamente, al governo di assicurarsi la piena aderenza delle testate pubbliche alla linea ufficiale.
Nel privato, invece, il sistema diventa ancora più raffinato. I giornali che non si avvalgono delle agenzie di stampa – che è un po’ come se un quotidiano italiano lavorasse senza Ansa, Adnkronos, Agi e così via – vengono ricattati con la pubblicità: la legge ‘bavaglio’ del 2010, infatti, prevede che ogni media privato sia costretto a superare l’ok dell’Ant per poter vendere pubblicità, cioè la principale fonte d’entrata per un giornale insieme ai lettori. Poi, ovviamente, ci sono anche gli imprenditori vicini al partito di maggioranza. Uno in particolare: il conservatore Miklos Vaszily, amico personale di Orbán, controlla i principali media del paese. Index, Tv2 e il portale online Origo. La concentrazione editoriale, infine, fornisce un assist alla censura governativa: secondo un’inchiesta uscita nel 2020 sul New York Times, sono più di cinquecento le società giornalistiche, nazionali e locali, raggruppate in un’unica fondazione, la Central European Media Foundation, il cui unico scopo è quello di difendere le posizioni governative.
Il controllo sulle scuole e le università. Lì dove si costruisce il cittadino-modello, così come lo vuole l’ideologia ufficiale. L’ultima riforma scolastica, datata 2019, è l’esempio perfetto di come la dittatura ungherese sia sostanzialmente travestita da democrazia: nessun libro di testo è ufficialmente vietato, ma sui banchi sono permessi solo quelli autorizzati dal Centro statale per lo sviluppo dell’istruzione. Ovviamente, tra quelli che hanno superato l’indiretta censura di Stato ci sono solo quelli che portano avanti la difesa del trittico Dio, patria e famiglia. Lo stesso in cui credono Giorgia e i suoi patrioti. Uno dei manuali scolastici si apre con l’immagine di alcuni migranti accampati fuori da una stazione della capitale con al fianco le parole del primo ministro che avverte i giovani dai pericoli dell’immigrazione e del multiculturalismo.
Da qui la guerra permanente alla Open Society del miliardario di origine ungherese George Soros. Una rete di fondazioni internazionali alla quale il finanziere naturalizzato americano ha donato più di undici miliardi di dollari. Risorse dedicate a sostenere la causa dei diritti civili, del cosmopolitismo e delle Ong favorevoli all’accoglienza dei migranti nei paesi di mezzo pianeta. Compresa l’Ungheria. Tra le iniziative di Soros c’è la fondazione dell’Università dell’Europa Centrale a Budapest. Ateneo che è stato costretto alla sospensione in seguito a una nuova legge orbaniana: ogni università ungherese, per poter restare aperta, deve stringere un accordo bilaterale con l’esecutivo. Inutile sottolineare come il primo ministro abbia bloccato ogni tentativo di arrivare a un accordo del genere.
Anche nel caso delle università, dunque, si vede all’opera il metodo Orbán. Non c’è bisogno di vietare un’attività per fermarla: basta semplicemente porre requisiti impossibili da soddisfare per rimanere aperti. È lo stesso metodo con cui Budapest ha vietato de facto la possibilità, oggi come in futuro, di celebrare anche in Ungheria unioni civili o matrimoni tra persone dello stesso sesso: in Costituzione è stato scritto che l’unico matrimonio ammesso è quello tra uomo e donna. Approccio da dittatura mascherata che invece non è stato adottato su altri temi, dove la natura dell’ideologia identitaria ungherese è esplicita. L’immigrazione in primis. Ai tempi della grande crisi dei rifugiati provenienti dalla guerra in Siria, prima dell’intesa tra Unione Europea e Turchia, il governo Orban anticipò Trump costruendo una barriera al confine balcanico del suo paese. È il 2015, tre anni prima dei ‘porti chiusi’ salviniani, e Budapest ha iniziato a respingere i migranti con muri e filo spinato violando senza indugio la Convenzione di Ginevra del 1951, accordo firmato e rispettato da 147 paesi nel mondo, tra cui anche qualche regime apertamente autoritario.
“Il rifugiato è un criminale”. La propaganda orbaniana, d’altronde, non è nata in Ungheria. È la teoria della Grande Sostituzione: la convinzione secondo cui esiste da oltre un secolo un piano fagocitato da alcuni individui potentissimi – capitalisti, banche e politici al loro servizio – che prevede la sostituzione dell’etnia europea-caucasica con quella africana. Una teoria del complotto rilanciata dalle ultradestre in tutto il mondo, da Bannon a Le Pen passando per la stessa Giorgia Meloni che in un tweet del 2016 faceva riferimento a un fantomatico “piano per la sostituzione etnica” operativo anche in Italia. Un progetto attuato con la complicità dell’allora premier Matteo Renzi.
La famiglia, la patria e, dicevamo, anche Dio. In dodici anni Orbán si è scagliato più volte contro le minoranze islamiche, Rom e persino ebree, come quando tuonò – ancora un complotto internazionale – contro “un nemico che si nasconde, che non crede nel lavoro ma specula coi soldi”. Retorica vagamente hitleriana. Soros in effetti lasciò l’Ungheria da ragazzino proprio con l’arrivo delle truppe del Reich. La democratura di Orban, per farla breve, la si vede non solo su grandi temi ideologici, ma anche nella vita ungherese di tutti i giorni: è notizia di ieri che le donne in procinto di abortire saranno costrette ad ascoltare il battito del cuore del feto prima di prendere la decisione definitiva. La riforma del lavoro con la sostanziale reintroduzione del fenomeno medievale della corvée: i datori ungheresi possono ora richiedere ai propri dipendenti fino a 450 ore di straordinario annuali, più del doppio di quelle previste fino all’anno scorso. Una norma giustificata ufficialmente come incentivo a lavorare di più. Non propriamente un incentivo, invece, la disposizione che permette allo stesso datore di pagare gli straordinari fino a tre anni di distanza. E ancora: il divieto di fare riferimento – a scuola, sui giornali, in Tv – alla comunità Lgbtq+. La vicinanza alla Russia di Putin.
Il progressivo asservimento della magistratura, con la messa in soffitta di uno dei basamenti dello Stato di diritto. Una riforma entrata in vigore nel 2020 prevede infatti la nascita di una magistratura ‘parallela’ a quella ufficiale: tribunali speciali – ricordate il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato introdotto da Mussolini? – nominati dal ministro della Giustizia e incaricati di esprimersi su varie questioni della vita pubblica ungherese. Dal diritto di assemblea alla stampa, dagli appalti pubblici fino ad arrivare, last but not least, alla validità delle elezioni. E non si tratta di propaganda anti-governativa. La magistratura orbanizzata è stata oggetto di condanna della Corte di Giustizia Europea per la mancanza di indipendenza. Da ultimo, il richiamo di Bruxelles ha interessato anche la Corte suprema ungherese, intervenuta più volte per fermare l’applicazione di norme giuridiche nazionali in contrasto con quelle comunitare.
Insomma, Meloni ha ragione: Orbán vince regolarmente le elezioni. Ma che competizione è quella in cui tutte le garanzie e le istituzioni che rendono un paese democratico – libertà di stampa, libertà religiosa, indipendenza della magistratura e via dicendo – vengono progressivamente sospese o messe sotto il controllo del governo? In Russia, Putin viene riconfermato a suon di plebisciti da almeno un ventennio. E non c’è neanche bisogno di andare troppo lontano dall’Italia: prima della svolta totalitaria, anche il fascismo uscì largo vincitore dalle urne dell’aprile 1924. Due mesi dopo Matteotti veniva rapito e assassinato. Certo, Mussolini è stato anche un bon politicien.
Anche l’alleato senior di Fratelli d’Italia, e cioè Silvio Berlusconi ha spesso tirato fuori una tecnica retorica simile: “Sono stato votato più e più volte da centinaia di milioni di italiani. Quella della magistratura è una persecuzione politica nei miei confronti”. Se questo ragionamento fosse democratico, allora nelle Costituzioni democratiche – come la nostra – non avrebbe avuto senso mettere nero su bianco il principio di separazione dei poteri. Sennò i giudici sarebbero una categoria di funzionari pubblici eletti, e non scelti in base tramite competenze e concorso. Orbán ha mascherato la sua svolta illiberale dietro all’inappuntabile cadenza quadriennale delle elezioni. Ieri lo ha confermato anche il Parlamento europeo a larga maggioranza. Meglio tardi che mai. Gli euro-patrioti di Meloni? Hanno votato contro.

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