Omelie 2021 di don Giorgio: DELLA INCARNAZIONE o della Divina Maternità della B. sempre Vergine Maria

19 dicembre 2021: DELLA INCARNAZIONE o della Divina Maternità della B. sempre Vergine Maria
Is 62,10-63,3b; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a
Leggendo e rileggendo i tre brani della Messa di questa Sesta domenica di Avvento, che la Liturgia chiama anche domenica “della Incarnazione o della Divina Maternità della beata sempre Vergine Maria”, per il brano del Vangelo secondo Luca (l’arcangelo Gabriele annuncia a Maria che, per il suo sì, “fiat” in latino, diventerà madre del Figlio di Dio, “teotòkos”, come affermerà poi il Concilio di Efeso del 431), ecco, ripeto, leggendo e rileggendo i tre brani della Messa facevo alcune riflessioni.
Più che riflessioni o pensieri, erano come fossero flash di una luce interiore. I Mistici medievali dicono che siamo una “scintilla divina”: “siamo”, ovvero è il nostro essere interiore che è una scintilla dell’Intelletto divino.
Basta poco perché dalla scintilla scaturisca qualche flash di luce.
Partiamo dal brano del libro di Isaia, che in realtà, secondo gli studiosi, fa parte del cosiddetto Terzo Isaia, un profeta anonimo vissuto durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (520 d.C in poi), dopo che gli ebrei erano tornati dall’esilio babilonese.
Nel brano proposto dalla Liturgia l’invito del profeta potrebbe sembrare strano. «Passate, passate per le porte, sgombrate la via al popolo, spianate, spianate la strada, liberatela dalle pietre, innalzate un vessillo per i popoli». Ed ecco la domanda: la strada per chi? Saremmo tentati di rispondere di primo acchito: per il ritorno del Signore. E invece si tratta di una via per il popolo: perché, secondo l’antico profeta anonimo, possa tornare il popolo degli esiliati.
Gli ebrei erano stati puniti per la loro infedeltà all’alleanza, che essi avevano tradito prostituendosi con altri dèi. I babilonesi avevano distrutto Gerusalemme e il Tempio, e condotto gli ebrei in esilio a Babilonia. Ma per tornare in patria, dice il profeta, gli esuli dovevano togliere ogni ostacolo, spianare la strada, liberarla dalle pietre.
E qui, subito, tutto si fa simbolo della nostra realtà di esiliati, di stranieri, per non dire di alienati. Siamo fuori casa, lontano, condotti in esilio. Ma per tornare occorre togliere, togliere, togliere l’inessenziale. La strada deve essere sgombra di ogni ostacolo. Anche quando si è in esilio, ci si aggrappa a tutto, ancora agli idoli. Ad ogni distacco, si fa un passo sulla via via del ritorno. Si torna in patria, ovvero a casa.
Chi non sente di vivere come in un esilio? Chi non sente “nostalgia di un ritorno a una terra più vera”, dentro di noi e fuori di noi? Sì, anche fuori di noi, nell’esilio, ci sentiamo estranei tra di noi. Era successo anche tra gli stessi ebrei in esilio a Babilonia: non tutti si sentivano in esilio, perciò solidali tra loro, ma tanti si erano come accasati, come se Babilonia fosse diventata la loro patria, tradendo così di nuovo l’Alleanza con il loro Dio.
Forse questo è lo smacco di un Dio che si sente quasi impotente nel vedere quanto i suoi figli siano talmente vigliacchi da saper sfruttare anche i castighi come occasione per tradire di nuovo. Talora non capisco come Dio possa sopportare cose simili!
Dio sogna un mondo in cui l’uomo torni al Bene e al Bello. Anche io lo sogno, ma talora l’imbarbarimento è tale che mi chiedo se sia rimasto ancora un posto al Sole.
Passiamo al secondo brano che possiamo definire un gioiello del pensiero dell’apostolo Paolo, che vorrebbe descrivere ciò che il cristiano “è”, con parole che, benché prese dal linguaggio comune, acquistano nel pensiero di Paolo un significato del tutto speciale, non solo sul piano etico: ci si comporta in modo nobile se si è nobili dentro; l’agire dipende dall’essere; se mancano motivazioni profonde, il nostro comportamento sarà carnale e bestiale. La morale non va imposta, ma nasce, ha le sue origini là dove lo spirito è puro, nobile, buono, bello, santo, ovvero staccato dall’avere.
Dovremmo scrivere a carattere cubitale le parole di Paolo: «… quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri», e dai pensieri provengono le azioni.
I Mistici medievali, in primis Meister Eckhart, parlavano di “uomo nobile”, la parola preferita era ”nobiltà” (vi inviterei a leggere il Trattato scritto da Eckhart: “Dell’uomo nobile”).
La nobiltà riguarda l’essere interiore: nobiltà che si ottiene con il distacco dalle cose, purificando l’essere, ovvero lo spirito.
Mi chiedo se oggi della nobiltà d’animo o dell’essere interiore sia rimasto almeno un’ombra. Prima parlavo di imbarbarimento di una società talmente carnale da aver spento ogni valore divino. Che posto può avere in questa società la nobiltà d’animo?
Al di là di un certo “buonismo” natalizio, una melassa di sentimentalismi stomachevoli, che trovano posto perfino nelle nostre comunità cristiane, che cosa è rimasto del Mistero natalizio?
Passando al terzo brano, dovremmo trovare più tempo per riflettere, ma almeno un ritaglio di tempo: anticamente si creavano occasioni anche forzate, si imponevano momenti particolari per riflettere sul Mistero di un Dio che si è fatto carne nel grembo verginale di Maria di Nazaret.
Sì, c’era un raccoglimento quasi forzato, obbligatorio, ma tutto era vissuto in una fede che era cristallina.
Solo una cosa vorrei dirvi per aiutarvi a cogliere il brano di Luca. Dio si serve degli angeli per comunicare il suo piano. Angeli come messaggeri. Spiriti che si mettono in contatto con lo spirito dell’essere umano.
L’arcangelo Gabriele non ha assunto sembianze umane per la gioia dei pittori. Il dialogo tra Gabriele e Maria è stato del tutto spirituale. Nulla di sensibile.
Quando si entra nel mondo della Mistica scompare ogni carnalità, ogni esteriorità. Luca ha scritto un racconto, un bellissimo racconto, ma non va preso alla lettera. Va letto in senso mistico.
Quell’”entrando da lei disse” va inteso “entrando nel suo spirito, disse…”. Ma anche quel “disse” non va inteso come se l’arcangelo Gabriele avesse parlato fisicamente. Tutto in senso spirituale, mistico. Così pure quando Luca fa dire all’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” significa: ”lo Spirito santo entrò in lei”.
Luca racconta, ma lasciamo a Dio stesso che ci racconti il Bello di ciò che è successo nel grembo verginale di Dio. Qui sta la Fede, ovvero quell’interiorizzare il Divino in noi. Anche nel grembo del nostro essere Dio genera Se stesso. E non ci sono parole per raccontarlo.

1 Commento

  1. Simone ha detto:

    Questa omelia eleva lo spirito e apre alla contemplazione del mistero del Natale di Cristo.
    Grazie

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