Omelie 2021 di don Giorgio: TREDICESIMA DOPO PENTECOSTE

22 agosto 2021: TREDICESIMA DOPO PENTECOSTE
2Cr 36,17c-23; Rm 10,16-20; Lc 7,1b-10
Un collegamento tra i due brani
Tra la prima lettura e il brano del Vangelo troviamo un collegamento, che potrebbe sembrare forse esteriore, ma che in realtà dovrebbe farci riflettere.
Nel primo brano si racconta che Ciro, re di Persia, invia un proclama per tutto il suo regno in cui dice che Dio gli ha ordinato di costruirgli un tempio a Gerusalemme. Nel brano del Vangelo alcuni degli anziani dei Giudei caldeggiano la causa di un centurione pagano che invoca la guarigione per il suo servo malato, ricordando a Gesù che è stato proprio lui, il centurione, a costruire loro la sinagoga.
Qual è il collegamento tra questi due brani? Due pagani che si sentono chiamati da Dio, dallo stesso Dio, a costruirgli un tempio o una sinagoga.
C’è di più. Da una parte Ciro il grande, con un editto speciale, del 538 a.C., sarà colui che permetterà agli ebrei di tornare in patria e così di poter ricostruire il loro tempio. E, dall’altra, il centurione sarà elogiato da Gesù per la sua fede: «Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!».
Pensanti e non pensanti
Sarebbe interessante approfondire questo aspetto, ovvero la presenza dei pagani nella realizzazione del regno di Dio nel mondo. Forse dire regno di Dio è limitativo, sarebbe meglio parlare di nuova umanità.
Eppure, a parte i casi particolari, quello di Ciro il Grande o del centurione romano, a cui potremmo aggiungerne altri, in cui la Provvidenza divina si è servito di tutti, credenti e non credenti, per portare avanti o a compimento un suo disegno, pensiamo al grande pensiero greco, a cui hanno attinto tutti, anche il Cristianesimo, per dare quella svolta interiore che ogni religione aveva dimenticato.
Il problema secondo me è questo: non si tratta, come ha detto il cardinale Martini, di distinguere l’umanità tra credenti e non credenti in un certo dio, ma tra pensanti e non pensanti. E qui il divario sarebbe enorme, e di diversa portata.
Già dire credente mi fa paura, perché mi fa pensare a qualcuno che crede in qualcosa o in un idolo. Le religioni hanno diviso l’umanità tra idoli e non idoli, facendo di Dio solo una immagine della loro struttura.
Inizialmente la religione partiva anche bene, magari da una rivelazione, tutta comunque da dimostrare, poi, man mano, nel corso del tempo si preoccupava unicamente di salvare la propria struttura, facendo del proprio dio una immagine di se stessa. E succedeva che imponeva dogmi, restringeva il campo della libertà di pensiero. E la libertà di pensiero lo si trovava altrove, fuori della religione e soprattutto al di fuori di quelle “rivelate”, che imponevano paletti ovunque.
Il grande pensiero greco è stato possibile tra i pagani, che avevano così tante divinità da lasciare spazio a ognuno di pensarla come voleva. E si arrivò al punto, con Socrate e Platone, e anche prima con altri filosofi, di avere di Dio una concezione così elevata da far arrossire il dio degli ebrei, e anche il dio dei cristiani, pensiamo alla concezione religiosa di Plotino.
Giustamente secondo me, la grande filosofa francese Simone Weil sosteneva, proprio lei di origini ebraiche, che le radici del Cristianesimo non vanno cercate nella religiosità ebraica, ma nell’antica filosofia greca, dove il pensiero era elevato, così elevato da creare le basi per una nuova umanità. Certo, siamo ancora qui a sopportare una società carnale e barbara, nonostante duemila anni di cristianesimo, ma il motivo è che abbiamo dimenticato le vere radici del Cristianesimo, ovvero l’antico pensiero greco.
Basterebbe rifarci all’antico oracolo di Delfi: “Conosci te stesso, e conoscerai Dio”.
In noi troviamo quel mondo del Divino in cui porre la nostra fede. E Cristo è venuto proprio per dirci questo: “Sii te stesso e sarai Dio”. Quel “convertitevi”, “metanoèite”, cambiate mentalità, lanciato all’inizio del suo ministero pubblico, che significato aveva? Forse che riguardava il comportamento morale, come a dire: Fate i bravi, siate retti, siate buoni, siate giusti, onesti, veritieri? No! Ma: “cambiate mentalità!”. È il pensiero da cambiare, è il nostro modo di vedere le cose. Da qui poi viene la morale, il nostro modo di comportarci.
L’Incarnazione del Figlio di Dio per me resterà sempre un Mistero. Era proprio necessario che venisse sulla terra? Non bastava richiamarci il nostro dovere di rientrare in noi stessi? E la cosa paradossale è questa: a richiamarci a questo dovere sono stati gli antichi pagani filosofi greci.
E la Chiesa istituzionale che cosa farà? Cadrà negli stessi errori della religiosità ebraica: esteriorità, formalismo, dogmatismo, moralismo, sacramentalismo. E oggi che cosa vediamo? Un vuoto d’essere.
Qualcuno si scandalizza quando si dice che il regno di Dio è universale, al di là di ogni religione, e che anzitutto è dentro di noi: nell’essere di ciascun essere umano.
Se volete, la religione può essere anche utile, ma solo in quanto mezzo, e neppure l’unico, per aiutarci a rientrare dentro di noi.
Purtroppo, la religione restringe il suo campo alla propria struttura, e così restringe l’infinità di Dio. Ogni mezzo può essere utile, purché rimanga un mezzo, e la religione è un mezzo, purché, ripeto, sia in funzione della scoperta del Dio infinito in noi.
Dio ha seminato in ogni aspetto del Creato germi del suo Essere infinito. I primi autori cristiani parlavano di “semina Dei”, germi divini, sparsi ovunque, senza alcuna limitazione.
Poi la Chiesa ha pensato bene di chiudere porte e finestre, per paura che la salvezza provenisse da qualsiasi religione e da qualsiasi angolo della terra. L’espressione “extra ecclesiam nulla salus” è rimasta in vigore fino al Concilio Vaticano II, e ciò ha spinto i missionari europei ad andare in Africa a battezzare le popolazioni pagane.
È chiaro che non basta dire che nel Creato ci sono i “semina Dei”, i germi divini, ma occorre saperli scoprire, al di là di una carnalità che fa vedere solo le apparenze.
I “semina Dei”, i germi divini, sono dentro di noi, nel nostro essere, nell’essere di ogni creatura. Magari nascosti, ma ci sono. Non tutti se ne accorgono. Talora sono proprio i non cristiani a rendersene conto. Purtroppo, noi cristiani siamo finiti nelle braccia di una carnalità che ha preso tutto, anima e corpo, lasciando lo spirito gemere nel profondo dell’anima.

1 Commento

  1. Luigi Egidio ha detto:

    Per conoscere me stesso ho dovuto uscire dalla caverna platonica per passare dalla vita biologica, zoologica e psicologica all’esistenza spirituale o noumenica o divina. Non mi basta più solo vivere, voglio esistere. Ma per farlo devo tener conto che so di non sapere come stimolo ad imboccare un cammino. Il so di non sapere di Socrate è simile alla docta ignorantia del Cusano e alla tenebra luminosissima di Dionigi Aeropagita. In una delle sue ultime poesie Turoldo lo chiamava luminoso vuoto simile a lucido buio. Confesso che non capivo cosa significasse questo luminoso vuoto. Solo un’intuizione mi è venuta incontro pensando al so di non sapere di Socrate. Posso accontentarmi di vivere solo nella carnalità, ma mi priverei di esistere nella spiritulità. Mi priverei del divino. Sarei semplicemente umano simile agli altri animali. Rinuncerei all’homo sapiens e rimarrei solo homo faber. Questo è il dramma odierno alla quale la Chiesa è incapace di rispondere perchè centrata più su sè stessa che su Dio. Ora capisco perchè temeva Theilhard de Chardin e teme ancora chi segue il suo cammino. Non serve temere l’extra ecclesiam nulla salus. Quando ci si apre allo Spirito non c’è ecclesiam che tenga. Ci sono particolarità della vita che non si possono definire. Li si chiami Mistero o con altri nomi. Per questo la vita, secondo me, è sacra e va rispettata. La mia libertà finisce quando non rispetto quella altrui.

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