Omelie 2021 di don Giorgio: NATALE DEL SIGNORE

25 dicembre 2021: NATALE DEL SIGNORE
Is 8,23b-9,6a; Eb 1,1-8a; Lc 2,1-14
Se dobbiamo scegliere una tra le tante più in uso, anche dal punto di vista popolare, con cui si vorrebbe caratterizzare o qualificare la festività natalizia, credo che la parola sia “luce”. E se il popolo vorrebbe con la luce sconfiggere ombre e tenebre, senza entrare in un problema di carattere filosofico o teologico, e tanto meno di carattere scientifico, la religione, ogni religione, si è sempre posta la questione del rapporto tra luce e tenebra, risolvendolo in senso positivo, mediante la rivelazione. Già la parola “ri-velazione” significa “togliere un velo” che nasconde la verità.
Secondo la Bibbia Dio è la Luce, e il mondo è tenebra. Giovanni nel Prologo insiste nell’evidenziare il contrasto tra Luce, il Figlio di Dio o il Logos eterno, e le tenebre che contrastano la Luce, senza riuscire a vincerla.
Naturalmente Giovanni parla del mondo dello Spirito, che è Intelletto o Luce, e delle tenebre che si oppongono al mondo dello Spirito. E Giovanni parla di una cecità fisica e di una cecità interiore. Pensate al miracolo del cieco dalla nascita. Gesù gli restituisce prima la vista fisica, e poi gli dona la vista interiore.
Oggi è Natale, Giorno di Luce. Pensate anche al 25 di dicembre, una data puramente simbolica: non si conosce l’anno della nascita di Gesù, i vangeli non ne fanno menzione. Con tutta probabilità la data venne fissata (nel 440 d.C.) al 25 dicembre per sostituire la festa del “Natalis Solis Invicti” con la celebrazione della nascita di Cristo, indicato nel Libro di Malachia come nuovo “sole di Giustizia” (3,20).
Ancora oggi sono rimasti tre schemi per la celebrazione della Messa natalizia: ogni schema con brani diversi. Ci sono letture nella notte, letture all’aurora e letture nel giorno.
Anche nei brani appena letti troviamo una particolare insistenza sul tema della luce. Nel primo brano: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse». Nel secondo brano, l’autore della lettera agli Ebrei parla del Figlio di Dio come “irradiazione della gloria” del Padre. Nel terzo brano Luca scrive: Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito… c’erano in quella regione alcuni pastori… un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce».
C’è un’altra parola, che è collegata alla luce e da cui dipende, ed è “meraviglia”. Pensate ai bambini quanto siano attratti davanti alla luce. Non hanno parole. Quando ero a Monte, vedevo i chierichetti che, quando venivano in chiesa, erano subito attratti dalle candele accese. Quando dovevo scegliere alcuni perché portassero durante la Messa le lampade accese, era come una gara nell’offrirsi spontaneamente. Notavo anche quando le nonne portavano i nipotini in chiesa, subito dovevano accendere una candela.
La luce suscita meraviglia. E la meraviglia si fa grande di fronte a un Mistero che, proprio perché Mistero, ovvero sovrabbondanza di luce, eccessiva luce, bagliore di luce, suscita stupore. Più luce, più meraviglia. Più luce intensamente interiore, più meraviglia intensamente interiore. Non sono le cose a suscitare la vera meraviglia, perché le cose hanno una luce artificiale: una luce che proviene dalle cose, e le cose passano.
La meraviglia proviene da qualcosa di profondo. Anche gli evangelisti lo fanno notare, quando ad esempio Luca scrive: “tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano”.
Forse è proprio questo il nostro problema: a noi manca lo stupore, perché siamo attratti da cose esteriori. Diceva Einstein: “Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere”.
Ho letto queste riflessioni: “Durante la nostra giornata veniamo colpiti da tante immagini, siamo sempre super informati, riusciamo a dare spiegazioni plausibili a tutta la realtà che ci circonda tramite i sempre più sofisticati ritrovati della scienza; interrogando il web possiamo avere in pochi secondi tutte le risposte alle nostre domande. È il progresso, certo, e ben venga! Ma non permettiamo che ciò ci tolga il gusto della meraviglia per la bellezza del creato… E figuriamoci quale grande meraviglia dovremmo arrivare a provare di fronte al miracolo del Natale, quando Dio si fa uomo come noi! Davanti a quella grotta, come ci ricorda Sant’Agostino, “Godremo di una visione mai contemplata dagli occhi, mai udita dalle orecchie, mai immaginata dalla fantasia: una visione che supera tutte le bellezze terrene, quella dell’oro, dell’argento, dei boschi e dei campi, del mare e del cielo, del sole e della luna, delle stelle e degli angeli; la ragione è questa: che essa è la fonte di ogni altra bellezza”.
Nel presepe classico della tradizione italiana c’è un personaggio che non può assolutamente mancare: lo stupìto. È un pastorello che tiene la mano a visiera sugli occhi: viene generalmente posizionato su una collinetta di muschio, e guarda incantato, a debita distanza, la scena stupefacente della natività.
Charles Péguy, poeta francese nato nel 1873 e morto nel 1914 nella prima battaglia della Grande guerra, ha scritto: «Egli [Victor Hugo] non vedeva il mondo con uno sguardo abituato […]. Tutto il problema di un genio è proprio qui, […] guadagnare, acquisire mestiere, mio Dio sì, ma soprattutto, ma essenzialmente non perdere in stupore e in novità, non perdere questo fiore, se possibile non perdere un atomo di stupore. È il primo che conta. È lo stupore che conta […]. Il vecchio Hugo, amico mio, vedeva il mondo come se fosse stato appena fatto».
Sì, possiamo dire che Péguy ha ragione, perché ogni giorno il mondo rinasce nella semplicità di un essere, che ha nel proprio grembo verginale un seme divino.
Ed è interessante ciò che scrive lo scrittore francese a proposito del bambino. “Tra il genio e il bambino il rapporto è tale che è certamente il genio che bisogna riferire al bambino, e non è affatto il bambino che bisogna riferire al genio; non sarebbe affatto fargli un grande onore». Perché nel genio accade «eccezionalmente» ciò che nel bambino accade «metafisicamente e naturalmente».
Peguy continua dicendo che l’educazione dovrebbe offrire umilmente un aiuto, innanzitutto di esempio, a permanere nella condizione in cui Dio crea: la condizione del bambino per cui solo lo stupore conta. E invece, dice Péguy, tutta l’educazione, tutta la pedagogia si concepisce come tentativo di potere, di «dominazione» per strappare il bambino da quella condizione creaturale di apertura in cui viene al mondo.
Diciamo che il Natale è la festa dei bambini? Ma in che senso, se abbiamo tolto ai bambini la meraviglia davanti al Mistero divino?

1 Commento

  1. Martina ha detto:

    Anche questa omelia, queste parole, elevano lo spirito e sono un traboccare di infinito. Saggezza e verità.
    GRAZIE DON GIORGIO!!!

    BUON NATALE sempre, ogni giorno, NATALE DI LUCE.

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