Femminicidio, ovvero un grave fenomeno mal posto

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Femminicidio,

ovvero un grave fenomeno mal posto

Anzitutto, non sono d’accordo nel porre ogni omicidio di donna come una questione di genere.
Non nego che la donna sia ancora quel “sesso debole”, oggetto della prepotenza maschile. Ma sostengo che ci sia anche un femminicidio da intendere in senso più lato, ovvero come sfruttamento della donna in quanto tale ai fini più perversi di potere. Silvio Berlusconi, ad esempio, è stato un esempio lampante del più orrendo femminicidio degli ultimi anni della politica italiana. Un femminicidio compiuto alla luce del sole, con il favore di alleati politici (Lega Nord e Comunione e Liberazione) e di alleati religiosi (il Vaticano). Nemmeno le femministe più estremiste sono state dure quanto il sottoscritto nel denunciare tale femminicidio berlusconiano, come sopruso programmato della dignità della donna in quanto tale. Mi incazzo, perciò, quando ci si stracciano le vesti di fronte a molteplici orrendi fatti di violenza nei riguardi di donne, e poi milioni e milioni di italiani, comprese le donne, hanno taciuto, peggio hanno sostenuto le malefatte del più lurido sfruttatore della dignità femminile.
Certo, dovremmo fare passi più indietro, in quel passato quando politica e religione non hanno fatto che sottomettere la donna alle voglie del loro potere maschilista. Millenni e millenni di femminicidio, reso sistema, violando l’anima e il corpo delle donne, nei loro più sacrosanti diritti, negati e calpestati in nome del re o in nome di un certo fantomatico dio.
Che dire poi dei ricconi, anche signorotti di paesi, che si prendevano le ragazze più belle, in nome del diritto della prima notte (“ius primae noctis”)?
E oggi ipocriticamente ci si scandalizza di fronte a delitti contro le donne, dimenticando che alle spalle c’è un retaggio culturale e di potere: un retaggio socio-politico e religioso di schiavitù della donna in quanto donna.
Detto questo, vorrei porre una domanda a coloro, soprattutto donne, che fanno dichiarazioni o scrivono documenti o organizzano manifestazioni contro il femminicidio. Non parliamo poi di chi espone alle finestre panni rossi come segno che si è contro la violenza alle donne.
Che cosa in realtà avete ottenuto? Che gli uomini uccidono meno donne? Perché non capiamo che si tratta di un fenomeno che, in genere, oltre ad una valutazione sociale o culturale, coinvolge anche aspetti della psiche umana?
E allora che cosa fare per fermare questo allarmante fenomeno, che non sembra arrestarsi nemmeno di fonte a mille condanne e a mille proteste?
Secondo il mio punto di vista, se è vero che sono stati fatti passi enormi nel campo dei diritti delle donne (non sto qui ad elencare tutte le loro giuste battaglie e le loro doverose conquiste), comunque più nella società che nel campo religioso (qui, la donna è ancora ai margini, e lo sarà fino a quando la gerarchia sarà composta di soli maschi), è anche vero che la violenza non è cessata: se prima c’erano le guerre come sfogo anche degli istinti umani, oggi sembra che sia soprattutto l’individuo a scatenare odio e violenza contro tutti, a iniziare dai parenti e vicini, per non parlare poi dell’odio razziale.
Ecco, questo istinto alla violenza che prende l’individuo fa paura: nasce dal proprio interno, dove si vivono purtroppo forti disagi di carattere spirituale. Ovvero: l’istinto non è più controllato, se non da un ego incontrollabile.
Non c’è solo un problema di carattere psichiatrico. Prima, c’è un problema di mal-essere, ancor più interiore.
La società non solo non fa nulla o ben poco per creare migliori condizioni di vita, ma, all’opposto, acuisce il disagio interiore con l’accentuazione di un falso benessere materiale. 
La politica annaspa nel buio, e pensa solo a fattori economici, e la religione è ancora l’oppio che intontisce lo spirito interiore, con un’offerta di placebo o di narcotizzanti.
In conclusione, il femminicidio fa parte di un discorso complesso, che merita un’analisi più approfondita, al di là delle solite ipocrite proteste che lasciano il tempo che trovano.
Come al solito, non vogliamo andare all’origine dei fenomeni umani e sociali, perché forse ci sentiremmo un po’ tutti colpevoli. 
6 agosto 2016
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

2 Commenti

  1. GIANNI ha detto:

    Oggi con il termine femminicidio si tende essenzialmente ad identificare l’omicidio della donna soggetta a violenze domestiche da parte del proprio uomo, ed i casi sono tanti.
    Ovviamente la violenza non è solo quella fisica, però, e spesso anche questa parte da una violenza psicologica e morale, che tende a sottomettere la donna nella propria libertà e nella propria dignità.
    Alcune soluzioni riconducono a luoghi di protezione come case famiglie, ma il vero problema è un altro.
    Spesso la donna non osa denunciare, anche perchè, in effetti, lo stato o le istituzioni in genere non sempre offrono soluzioni specifiche.
    Vi sono donne che temono di non aver altro sostentamento economico, se non in famiglia, anche se soggette a violenze di vario tipo.
    Probabilmente il retaggio viene da lontano, ma anche da forme di psicologia aggressiva che spesso riguardano l’essere umano in generale.
    Certo, la donna ha fatto dei progressi e conquistato dei diritti, ma il primo diritto sarebbe quello di poter vivere in pace e tranquillità la propria esistenza, e spesso, quando invece questo non succede, una delle prime cose cui pensa è magari di non far trapelare nulla, anche per evitare la reazione della famiglia d’origine.
    LA legge qualcosa ha fatto per le violenze in genere, tanto che una volta anche il cosiddetto stalking, ad esempio da parte di ex, non prevedeva forme di intervento prima di una condanna ed oggi invece sì, comprese misure come l’ammonizione ed anche carcerarie, ma mi domando se la legge, anche questa legge, come troppo spesso accade, non sia arrivata tardi.
    CI sono volute delle morti, troppe, prima che venissero adottate nuove misure, segno che spesso il legislatore arriva tardi.
    LE violenze, infatti, possono essere compiute non solo in casa, ma anche da parte di soggetti esterni, o ex, che cercano di infiltrarsi nella vita delle persone con atti persecutori ed intimidatori, talora sfocianti nella morte della vittima.
    Solitamente è l’uomo che li compie, ma ci sono stati anche casi di donne.

  2. Giuseppe ha detto:

    Benché sull’argomento siano stati versati fiumi di inchiostro e di parole, più o meno convincenti secondo i rispettivi punti di vista, una cosa è certa: da un punto di vista fisico l’uomo è mediamente più forte e robusto rispetto alla donna e per questo ha da sempre cercato di imporsi a lei e di sottometterla. Anche se non va dimenticato che la donna ha saputo spesso colmare l’handicap fisiologico grazie alla notevole capacità di resistenza alla fatica che gli permette di sopportare sforzi inimmaginabili per l’uomo, come ad esempio il travaglio del parto, e benché il suo ciclo vitale la sottoponga in età fertile a periodiche debilitanti perdite di sangue e di umori necessarie per mantenere fertile il suo apparato riproduttivo. Sia come sia, però, la storia e le tradizioni ci raccontano di una netta prevalenza della società patriarcale, con punte estreme di subordinazione e di sfruttamento, in alcuni popoli radicate così profondamente da essere considerate parte dei loro usi e costumi , ma soprattutto divenendo un aspetto integrante della loro cultura e mentalità, e perciò, accettate supinamente. A volte, infatti, il maggior nemico della donna è, purtroppo, la stessa donna che da secoli è stata educata a sopportare ed accettare i soprusi e le violenze subite perché “… è sempre stato così …” o addirittura perché “… è il modo con cui il partner manifesta il suo amore e le ricorda di possederla…”. E che dire delle pesanti responsabilità delle tre maggiori religioni monoteistiche che in maniera più o meno esplicita hanno subdolamente suggerito, accettato o tollerato questa discriminazione. Sebbene la realtà ci parli e ci ricordi di donne che hanno saputo sfidare la mentalità maschilista, riuscendo a farsi valere ed emergere, tanto da essere apprezzate o santificate. Due religioni su tre ammettono addirittura la poligamia, ma ovviamente, non la poliandria, anche se nella pratica non sia più diffusa come una volta. E la chiesa cattolica non si è fatta mancare niente al riguardo, dando il suo contributo sostanzioso, sia nel relegare sempre la donna a ruoli subalterni o di servizio, facendo leva su una cattiva interpretazione delle sacre scritture, estrapolando tra l’altro dal contesto alcune affermazioni di San Paolo, passato alla storia come un misogino. Ma ancor più assecondando la volgare mentalità comune che la considera una ammaliatrice, o addirittura una fonte di peccato, arrivando a giustificare, anche in tempi recenti, il matrimonio (che oltretutto è uno dei sacramenti) come “remedium concupiscentiae”….

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