Omelie 2017 di don Giorgio: DOMENICA DELLE PALME

9 aprile 2017: DOMENICA DELLE PALME
Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11
Settimana autentica
Vorrei ricavare dai tre brani della Messa alcune indicazioni come invito e stimolo a vivere cristianamente la Settimana Santa, che nei più antichi documenti del rito ambrosiano è chiamata “autentica”, o nel senso di “eminente” tra tutte le settimane del ciclo liturgico, oppure nel senso di “settimana tipica o normativa”, sulla quale è modellata ogni altra settimana dell’anno.
Fissare lo sguardo
Don Angelo Casati, all’inizio del suo commento, scrive: “Nella liturgia della domenica delle Palme risuona un invito a guardare, a fissare lo sguardo. Vengono chiamati in causa i nostri occhi. Dove andranno in questi giorni gli occhi, su che cosa si concentreranno, su che cosa indugeranno? E non è un invito generico. Sono in questione i miei occhi”.
Nel brano della Lettera agli Ebrei, è scritto: «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio» (Eb 12,1-2).
Ma quale sguardo?
Certo, non si tratta solo di occhi fisici, che hanno una loro importanza, ma che non bastano a contemplare a fondo il Mistero divino. E non bastano neppure gli occhi di una credenza puramente rituale, e noi sappiamo quanto i riti della Settimana santa abbiano un loro fascino fin dall’antichità. Riti anche complessi, ma pur sempre ricchi di emozioni.
Ma per occhi s’intendono quelli interiori, quelli spirituali nel vero senso della parola “spirituale”: occhi “in spirito e verità”, come ha detto Gesù alla samaritana. Occhi che non si fermano solo ad una sofferenza umana che sembra toccare i vertici della più grande drammaticità, ma sanno penetrare il mistero di un Dio che, attraverso la carne, ha raggiunto lo spirito dell’essere umano. Davanti al corpo martoriato di Cristo non dobbiamo soffermarci come se fosse il corpo di un qualsiasi crocifisso dalla bestialità umana: c’è un Mistero che va oltre, che ci raggiunge nel fondo dell’anima.
Tentati di voltar via la faccia
Di fronte al dolore più straziante siamo tentati di voltar via la faccia. Lo aveva scritto l’autore del Secondo Isaia, nel secondo brano della Messa, che gli esegeti chiamano il Quarto canto del servo del Signore: un personaggio in realtà indeterminato, a cui sono state date diverse interpretazioni con varie identificazioni con personaggi dell’Antico Testamento. La tradizione cristiana ha interpretato i testi in senso messianico; per i cristiani il vero “servo di Jahvè” è Gesù Cristo.
Ecco, di fronte a uno che «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere; disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire… » si volta via la faccia: non lo si vuole guardare.
Ma non basta fare le solite considerazioni sui popoli costretti alla fame o alla guerra, la cui vista può darci fastidio o dar fastidio al nostro quieto vivere.
Siamo ancora fermi agli occhi fisici o agli occhi di un certo moralismo che cade inevitabilmente in uno scontato populismo. Mai ci chiediamo il motivo per cui la vista del dolore altrui ci irriti e voltiamo via la faccia. Oltre il dolore fisico, c’è ben altro di cui preoccuparci, ed è il vuoto di un vivere esistenziale che dipende da un vuoto d’essere. Ed è questo vuoto d’essere che ci fa paura e che per questo viene nascosto, rifiutando anche il dolore fisico di masse di persone allo stremo delle loro forze.
Correre, ovvero spogli di tutti
Passiamo al brano della Lettera agli Ebrei. Ho già anticipato: «Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù». Che significa correre, tenendo fisso lo sguardo su Gesù? Significa essere leggeri, senza caricarsi di troppi pesi, liberi, senza farsi distrarre da mille preoccupazioni. In altre parole: contemplare il Mistero divino e umano richiede essenzialità, tornare dentro di noi, nel fondo dell’anima, là dove lo spirito dell’essere richiama lo Spirito divino. Qui, non si corre, ma si contempla. Senza farci distrarre dalle cose, da quelle cose che il nostro ego, o spirito del male, è sempre pronto a proporci proprio per distogliergli dal Mistero divino.
Maria e Giuda
Il brano di Giovanni riporta l’episodio di Maria che riempie di profumo la casa, dove Gesù è ospite a pranzo, come ringraziamento per il fratello Lazzaro, tornato in vita. Di contrasto, c’è l’atteggiamento diciamo realistico di Giuda, uno degli apostoli, che accusa Maria di aver sciupato con quel costoso profumo (trecento grammi di puro nardo) una certa quantità di soldi che potevano essere spesi per i poveri.
Da una parte, dunque, un gesto altamente simbolico, quello di Maria (da notare che anche qui la sorella Marta è impegnata a servire), che non solo anticipa il rito dell’imbalsamazione del corpo di Gesù che per la fretta sarebbe stato poi trascurato, ma dà quel senso mistico del vivere, in contrasto al senso puramente pragmatistico, incarnato nella mentalità rappresentata da Giuda, tra l’altro falso e ipocrita, se, come annota Giovanni, al futuro traditore non importava nulla dei poveri, “perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro”. Giuda ha sempre fatto scuola, ancora oggi.
Non soffermiamoci sull’aspetto negativo di Giuda, guardiamo invece alla bellezza odorosa del gesto di Maria. Possiamo richiamare le parole di Marta, quando dice a Gesù: “Già manda cattivo odore”. Ora, in casa, c’è il buon odore, il bel profumo, Gesù Cristo. Qualcuno parla di profumo come della presenza preziosa delle donne nella società. In realtà, qui si tratta del profumo che è l’essere umano quando s’incontra con il Divino. Non è un profumo sensibile, anche se l’essere interiore dà un senso del tutto speciale anche al vivere sociale. Lo spirito interiore dà quel senso di gioia, che i mistici chiamano “beatitudine”, una realtà che appartiene al regno del Divino in noi.

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