Omelie 2018 di don Giorgio: OTTAVA DOPO PENTECOSTE

15 luglio 2018: OTTAVA DOPO PENTECOSTE
Gdc 2,6-17; 1Ts 2,1-2.4-12; Mc 10,35-45
La storia ebraica dell’Antico Testamento è tutta da interpretare
Ancora una volta il primo brano della Messa ci offre l’occasione per riflettere sulla storia di un popolo, quello ebraico, che nei testi dell’Antico Testamento appare in tutta la sua tragica realtà: una storia di sangue e di soprusi alla conquista di una terra strappata con violenza alle popolazioni locali. Ci chiediamo oggi: con quale diritto? Forse per diritto divino? Così sembrerebbe, secondo gli autori dei testi sacri. Ma lo Spirito santo era d’accordo?
Pur nel suo piccolo al confronto con popolazioni ben più potenti come i babilonesi e gli assiri, il popolo d’Israele cercava di mettersi anch’esso nel mezzo di giochi di potere, sfruttando opportunisticamente ogni occasione, pur di ottenere qualche privilegio, qualche espansione e soprattutto protezione, sbagliando anche alleanze politiche, e proprio per queste alleanze scriteriate i profeti, che interpretavano la storia in modo del tutto diverso dalle strategie politiche, rimproveravano il loro popolo: eletto da Dio, secondo i profeti, non per essere uno stato come gli altri, ma portavoce di un messaggio meta-politico (direbbe Raimon Panikkar), ma Israele farà sempre il sordo e l’ottuso fino ai nostri giorni.
Forse abbiamo sempre sbagliato, e tuttora sbagliamo, a interpretare l’Antico Testamento. Forse dovremmo iniziare a leggerlo diversamente, alla luce di quello Spirito divino che, se è vero che ha ispirato gli autori dei testi sacri, forse non è ancora riuscito a ispirare la lettura dei testi e la loro interpretazione.
Non basta dire: i testi sacri sono ispirati, dunque dicono il vero. La vera domanda è: qual è il messaggio ispirato, al di là dei fatti che non vanno mai interpretati letteralmente, e al di là dei miti, il cui contenuto supera la nostra presunzione di comprensione umana?
Un continuo passaggio da una schiavitù all’altra
Ad esempio, nessuno ci spiega chiaramente che la storia ebraica è un continuo passaggio  da una schiavitù all’altra: una situazione di schiavitù, non solo da intendere nel senso politico, ma anche nel senso religioso e morale.
Ed era proprio quando era schiavo che il popolo ebraico prendeva coscienza del valore della libertà, che subito perdeva quando tornava libero nel senso politico.
E così possiamo dire che la storia ebraica è emblematica, e possiamo leggervi anche la nostra storia di popolo e di singoli cittadini. Certe cosiddette democrazie sono ben peggiori di certi regimi dittatoriali. È il solito discorso che non vorrei ripetere: si è sempre schiavi, quando non si è liberi dentro. Il progresso cosiddetto economico non ci rende automaticamente liberi, anzi ci rende schiavi delle cose, tanto più se queste cose eccedono oltre il dovuto, coprendo la realtà del nostro essere interiore.
Ma torniamo alla storia del popolo ebraico: secondo l’Antico Testamento  è come un arco che va dalla schiavitù egiziana alla schiavitù babilonese, per arrivare infine alla schiavitù romana.
Ma ci sono alcune parentesi, che andrebbero rivalutate nel loro significato altamente simbolico. Ne prendo due: il lungo esodo dall’Egitto verso la Terra promessa, e il periodo successivo al ritorno dalla schiavitù babilonese.
Ma, siamo schietti nel dirlo: sia l’esodo come il periodo post-esilico babilonese non sono serviti al popolo eletto per ri-prendere coscienza del valore della libertà.
Eppure, dovevano essere momenti “provvidenziali” per riflettere a fondo sulla dura prova della schiavitù, sul senso da ridare al valore della vita nella libertà finalmente riavuta. Una libertà, tra l’altro, riavuta non certo per merito del popolo in quanto tale.
L’esodo: ricerca dell’essenzialità
Partiamo dall’esodo. L’esodo è sempre stato considerato dai veri uomini di Dio (pensate ai grandi profeti) come luogo anche fisico per riprendersi il valore della essenzialità. Sì, anche la schiavitù toglie l’essenzialità, ma, togliendola con la forza, ciò viene visto come qualcosa di negativo: una punizione, un’afflizione, una condanna.  Ma, quando si è liberi, occorre ribaltare ogni senso da dare alle cose: se prima si viveva di miseria imposta, ora si vive di essenzialità come scelta di vita: l’essenzialità, ovvero realtà del proprio essere.
Ma il popolo ebraico non ha imparato nulla, o ben poco, durante l’esodo nel deserto in cammino verso la terra promessa. Rimpiangeva le cipolle d’Egitto, quando era schiavo, e sognava altre cipolle, quando sarebbe entrato nella terra promessa. Questa è la storia di ogni popolo: rimpiangere cose, e sognare altre cose. Cose, cose, cose… Cipolle!
L’essenzialità, come scelta di vita, ci aiuta a riscoprire ciò che è l’essenza della vita (e dire vita è dire tutto), purificando il nostro cuore e la nostra mente, liberandole da ogni schiavitù di cose.
Ecco, il deserto dell’esodo ci richiama simbolicamente tutto questo. Ma il popolo ebraico l’ha visto come un’ulteriore punizione divina in vista finalmente della terra promessa, che poi diventerà una terra di violenze e di soprusi: e sì, perché quando un popolo prima schiavo diventa poi politicamente libero, si vendica e dimentica i tempi in cui era schiavo, e tratta gli altri da schiavi.
L’esilio babilonese
E così è successo che, dopo l’esilio babilonese, gli ebrei tornati in patria hanno pensato subito di ricostruirsi la propria casa, di riprendersi ciò che era stato loro tolto, e anche qui non è mancata la voce di condanna del profeta di Dio.
Eppure, gli ebrei dovevano ricordarsi di ciò che avevano subìto durante l’esilio babilonese,  per non parlare poi di coloro – è capitato anche durante il nazismo – che si erano imboscati alleandosi con gli stessi padroni di casa. No, tutto come prima, peggio di prima.
Anche durante l’esilio babilonese, e nel post-esilio, i profeti avevano alzato la loro voce per far ragionare il popolo ebraico ricordando l’antica alleanza con Dio.
Dio non aveva fatto un patto con il suo popolo perché fosse come qualsiasi altro popolo,  prepotente e dominatore, anche se in realtà il popolo ha subìto lunghi periodi di schiavitù d’ogni genere. Ma c’era nel popolo ebraico quell’idea fissa che fosse il popolo eletto, e come tale dovesse primeggiare su tutto. Ma non era questo il disegno di Dio.
In ogni caso, ecco la mia: non dico che nella predicazione profetica non possiamo scoprire un volto di Dio diverso dal Dio feroce come appare nei testi sacri, ma come possiamo negare l’isolamento dal mondo greco, visto come diabolico? Eppure, dal mondo filosofico greco, e non dall’ebraismo, scaturirà il vero cristianesimo.

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