Omelie 2016 di don Giorgio: QUARTA DI PASQUA

17 aprile 2016: QUARTA DI PASQUA
At 21,8b-14; Fil 1,8-14; Gv 15,9-17
Nei primi due brani della Messa si parla di San Paolo. Partiamo dal primo, tolto dal libro degli Atti degli Apostoli. L’Apostolo, al termine del suo terzo faticoso viaggio apostolico, durato circa due anni, giunge a Tiro, porto della costa fenicia. Già qui alcuni cristiani, dotati del carisma profetico, sconsigliano Paolo di andare a Gerusalemme. Da Tiro il viaggio prosegue alla volta di Tolemaide e quindi per Cesarea, dove gli apostoli trovano alloggio per vari giorni presso il diacono Filippo, “uno dei Sette”, come scrive Luca.
Quattro figlie col dono della profezia
Filippo aveva quattro figlie nubili, con il dono della profezia. Fermiamoci per un attimo su questa notizia particolarmente interessante: fa intravedere una grande apertura delle prime comunità cristiane, in cui lo Spirito agiva in tutta la libertà, senza distinzione tra maschi e femmine; distinzione, invece, che man mano, lungo la storia della Chiesa, assumerà sempre più marcature a dir poco umilianti e repressive nei riguardi del mondo femminile, anche se per fortuna non mancheranno casi eccezionali di donne illuminate e illuminanti, capaci di contestare la stessa gerarchia. La Chiesa, tuttavia, fece sempre sentire il peso del suo potere maschilista soggiogando ogni alito di profezia, anche se non riuscirà mai a estirparne il seme.
La profezia non è una questione di genere, ovvero riservata alle donne o riservata agli uomini. È qualcosa di essenzialmente interiore: l’essere non è né maschio né femmina. Ed è proprio l’essere che la struttura della Chiesa teme, perché non ha etichette, non è soggetto ad alcuna schematizzazione, non è né religioso né laico. L’essere è il regno dello Spirito, e perciò della profezia che non ha bisogno di alcuna mediazione, neppure della mediazione della religione. Ecco perché, quando la Chiesa pensò a strutturarsi, a crearsi un suo potere, nonostante andasse contro il pensiero originario del Fondatore, fece di tutto per governare la profezia, assoggettandola in funzione della sua struttura. E, quando non ci riusciva, scomunicava i profeti, li metteva al rogo, bruciava i loro scritti.
Già la parola “profezia” che cosa significa? Parlare in nome di qualcuno, ovvero, nel nostro caso, parlare in nome di Dio. Ma… di quale Dio? Anche qui, i mistici preferivano parlare di Divinità e non di Dio, perché Dio è il nome dato dalla religione a un idolo da essa stessa costruito. La Divinità, invece, è una realtà misteriosa, che sfugge ad ogni potere. La Divinità è di tutti ed è di nessuno. È lo Spirito che, come ha detto Gesù, nessuno sa da dove provenga e dove vada. È come il vento.
La profezia simbolica di Àgapo
Nello stesso brano si parla di un altro profeta, Àgapo, il quale imitando i gesti simbolici dei profeti antichi per predire il futuro con segni particolari, prende la cintura di Paolo e si lega mani e piedi, dicendo: «Allo stesso modo Paolo sarà legato dai giudei a Gerusalemme e poi consegnato nelle mani dei pagani». Come era già successo a Tiro, anche i cristiani di Cesarea e gli stessi compagni di Paolo lo scongiurano, questa volta tra gemiti e singhiozzi, di non proseguire verso Gerusalemme. Ma l’Apostolo, pur vivamente commosso, non si lascia convincere.
Paolo prigioniero a Roma
Questa determinazione di Paolo a compiere la volontà di Dio, sfidando anche la morte, la troviamo nel secondo brano della Messa. Siamo probabilmente intorno al 61-63 d.C. L’Apostolo è prigioniero a Roma, in atteso di giudizio, che potrebbe essere di condanna a morte. Dalla prigione scrive una lettera ai cristiani di Filippi (città della Macedonia, oggi Grecia settentrionale), di cui fa parte il brano di oggi. In questo scritto troviamo un Paolo fiducioso, preoccupato non tanto per le accuse che gli sono state rivolte, ma di sostenere la fede e la testimonianza delle comunità da lui precedentemente fondate. Interessanti i consigli che dà, le raccomandazioni, tra cui troviamo anche elementi della filosofia greca che sa proporre la figura del saggio. Paolo suggerisce l’importanza della conoscenza (“la vostra carità cresca sempre più in conoscenza”), suggerisce inoltre l’atteggiamento di attenzione all’altro con sentimenti di discrezione (“in pieno discernimento”), infine suggerisce l’apprezzamento per le cose migliori (“”perché possiamo distinguere ciò che è meglio”). Al termine del brano, troviamo l’orgoglio di Paolo di essere prigioniero in nome di Cristo. Un orgoglio non  fine a se stesso, ma come testimonianza per i fratelli nel Signore, che devono sempre essere pronti ad annunciare in libertà la Parola.
“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita…”
Qui mi aggancio al Vangelo. Non ho il tempo per soffermarmi sul contesto in cui si trova il brano: dico solo che fa parte dei cosiddetti “Discorsi di addio”, che gli esegeti distinguono in due. Gesù li avrebbe pronunciati durante l’Ultima Cena, appena Giuda se ne era andato per la sua strada. Sono discorsi fatti a modo di conversazione e di lunghi monologhi: concetti e raccomandazioni si rincorrono, coinvolgendo passato, presente e futuro; ai nostri occhi si sovrappongono la realtà di Cristo e il cammino della Chiesa.
Il brano di oggi fa parte del secondo Discorso di addio. Siamo all’inizio. Dopo l’allegoria della vite e dei tralci, Gesù parla di amore come di unico comandamento, sintesi di tutti gli altri comandamenti, che perciò trovano la loro ragion d’essere nell’amore di Dio e nell’amore del prossimo, tanto uniti da essere inscindibili.
Gesù parla di amici, da non intendere come una categoria ristretta come se appartenessero ad una setta. L’amore non sopporta schemi, strutture ecclesiastiche o movimenti chiusi, dove l’amico è solo chi vi appartiene. L’amore rende tutti amici, anche i nostri nemici, perché gli orizzonti di Dio sono vasti quanto la sua paternità universale. L’amore non è solo qualcosa di emotivo o di sentimentale, ma impegna tutta la vita, partendo dal proprio essere, dove l’amore ha origine, trova le sue vere motivazioni. Potrebbe essere riduttivo parlare di amore spirituale, ma non lo è se per amore spirituale s’intende l’amore che nasce dallo Spirito per poi incarnarsi nella realtà umana.
Se tutti siamo amici, perché siamo figli dello stesso Padre celeste, allora l’amore si allarga al mondo intero, allora non c’è amore cristiano o amore laico, amore degli atei o amore dei credenti. Chi lotta per un ideale umano, costui testimonia l’amore autentico, indipendentemente se crede o non crede in un dio. Dio è presente nell’amore come testimonianza di vita, come offerta della propria vita fino al sangue. I martiri sono martiri, e basta, senza aggiungere etichette. L’amore autentico parte dal proprio essere, che è sì a immagine di Dio, ma di un Dio che non appartiene di per sé ad alcuna religione.

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