Omelie 2013 di don Giorgio: Tredicesima dopo Pentecoste

18 agosto 2013: Tredicesima domenica dopo Pentecoste

Ne 1,1-4; 2,1-8; Rm 15,25-33; Mt 21,10-16

Vorrei soffermarmi in particolare sul primo brano della Messa. È molto interessante, perché parte da questo episodio la riscossa del popolo ebraico dopo l’esilio babilonese. Premetto subito che questo particolare momento del popolo ebraico, ovvero la rinascita dopo la deportazione a Babilonia, mi ha sempre affascinato fin da quando ero teologo, come del resto mi affascina ancora oggi la ricostruzione di un popolo che ha subìto una disfatta. Perciò il brano di oggi lo sento attualissimo. In Italia c’è bisogno di ricostruzione, come nella Chiesa cattolica.
Un po’ di storia per inquadrare i fatti. Nel 587 a.C. Gerusalemme viene distrutta, il Tempio è raso al suolo e la maggior parte degli ebrei è deportata a Babilonia. È questo il secondo grande esilio, dopo quello egiziano.
Come ci insegna spesso la storia, gli imperi crollano, e ne subentrano altri. E così i babilonesi lasciano il posto di comando ai persiani. E cambiano anche i rapporti con gli ebrei. Alcuni di questi riescono a entrare nelle grazie dei nuovi padroni. E questo faciliterà poi il grande ritorno in patria. Qualcuno chiama tutto questo provvidenza di Dio. Io parlo di legge inesorabile della storia. Peccato che non la vogliamo capire. E ciò succede anche nel nostro piccolo. Anche nei nostri paesi – andate non troppo indietro -, le famiglie cosiddette potenti o influenti a un certo punto scompaiono, e altre vorrebbero prendere il loro posto. Avidità di denaro? Avidità di potere? Io parlerei di stupidità presuntuosa: credere di essere i padroncini che tengono a bacchetta un intero paese. Le tre piramidi (così vengono ritenute), che sovrastano il nostro piccolo paese, potrebbero essere una bella lezione di umiltà: le piramidi egiziane erano le tombe dei faraoni!
Torniamo al brano della Messa. Diciamo subito che inizialmente due sono stati i grandi protagonisti del ritorno degli ebrei esiliati in Palestina: Neemia e Esdra. Due personaggi chiave, che agiranno in campi differenti, ma complementari. Usando un linguaggio moderno: Esdra agirà da religioso, Neemia da amministratore politico. Esdra entrerà in scena dopo Neemia. Primo dovere sarà quello di ricostruire materialmente Gerusalemme, e ciò è compito della politica intesa in senso stretto.
Neemia era un giudeo al servizio della corte persiana: ricopriva la funzione di coppiere, colui che versava il vino al re. Una funzione dunque importante, perché godeva della fiducia del sovrano. Un giorno Artaserse nota sul volto di Neemia molta tristezza e gli chiede il motivo. Neemia risponde che ciò lo sta addolorando è la drammatica situazione della sua terra e dei connazionali che vi sono rimasti. La gente vive in miseria e Gerusalemme senza le mura è ridotta a un cumulo di macerie, preda di ogni razziatore. Alla richiesta di Neemia di voler tornare in Giudea per ridare sicurezza e fiducia, il re acconsente, naturalmente anche per i suoi giochi politici: non permettere ai ribelli egiziani di riprendersi quel territorio. La politica è questa: una questione di interessi politici. Nessuno è benefattore per pura amicizia: dietro ci sono dei calcoli. Non credete ai politici che vi dicono:  lo faccio per il vostro bene! La gratuità non è di casa nella politica, e forse neppure nella Chiesa. Il dio della religione è il dio degli interessi o dei profitti.
L’intento di Neemia è chiaro: ricostruire anzitutto Gerusalemme e le sue mura. Ma il suo scopo va oltre: consiste nel ridare identità al popolo ebraico. Così come aveva fatto Mosè, che aveva costruito l’identità di Israele. Da notare subito che l’identità comportava la fedeltà al Dio dell’Alleanza. Per cui anche se l’intento di Neemia, che era un laico e non un sacerdote o uno scriba, era essenzialmente di natura amministrativo-politica, tuttavia la vera legge era in ogni caso la Torah, la legge di Dio. Oggi parleremmo di teocrazia. Ma dobbiamo stare attenti: gli ebrei avevano una concezione particolare di teocrazia. Certo, la politica nel caso di Neemia ha preceduto la funzione religiosa di Esdra. Prima occorreva proteggere Gerusalemme dai nemici, poi si penserà a ricostruire il tempio. Occorreva ricompattare il popolo, nella sua identità come nazione, senza tuttavia dimenticare che la sua vera identità stava nella legge, o nella Torah. Penso che su questo punto dovremmo riflettere a lungo noi moderni, a cui piace distinguere marcatamente tra sacro e profano. Questa distinzione presso gli ebrei non c’era, perché avevano una concezione diversa della politica e della religione, intese nel loro significato più ampio e più genuino.
Il fondamentalismo è la degenerazione della religione e dello stato. Nel primo caso possiamo parlare di integralismo religioso, nel secondo caso di laicismo chiuso ad ogni trascendenza. Oggi la scienza potrebbe aiutarci a risolvere i problemi. La scienza parla di connessione, di interconnessione, di unitarietà, di legami così stretti e profondi per cui non c’è nulla che possa esistere come se fosse qualcosa a se stante. Non ci sono isole nell’universo. La parola “separazione” o “distinzione” va bandita. Nella realtà più piccola c’è il tutto, e il tutto non è la somma matematica di ogni singola realtà. Il tutto è quell’insieme per cui ogni cosa trova quel giusto posto a contatto con le altre. Siamo un mistero di unitarietà tale per cui non siamo tutti uguali, ma ogni differenza è la ricchezza, che è la condizione per cui ci sia l’armonia del tutto. Sto dicendo cose difficili? Anche i libri di spiritualità parlano di questa nuova visione dell’universo. La scienza per secoli è stata dominata da una concezione meccanicistica, secondo la quale il mondo non sarebbe che una macchina, funzionerebbe come una macchina, composta di tanti pezzetti l’uno distinto dall’altro, con delle leggi prestabilite. Questa visione meccanicistica, di Francesco Bacone, di Cartesio e dello stesso Newton, è ormai superata dalla scienza moderna che ha una visione diversa, completamente diversa. Io mi appassiono alle nuove scoperte. Aprono nuovi cieli e nuove terre, nel senso più pieno delle parole. In breve: tutte le cose provengono da una piccolissima “singolarità” (così viene chiamata), dalla quale si è sprigionata una possente esplosione di energia: il Big Bang. Tutto, ma proprio tutto, si è evoluto a partire da quella “singolarità”: la materia e lo spirito, gli atomi e le stelle, gli elementi chimici e le forme di vita, io e te. In quanto esseri umani o in quanto esseri viventi o come entità individuali apparteniamo tutti alla stessa famiglia. Siamo frutto di un processo straordinariamente creativo di materia e di spirito in via di sviluppo. Siamo una sola cosa con le stelle e con tutto il resto. Ecco perché parliamo di interconnessione o di interdipendenza. Gli stessi scienziati ci dicono che ogni evento nella lunga storia di questo immenso universo è connesso a tutti gli altri eventi. Non esistono eventi separati o isolati. Un’altra cosa fondamentale da sottolineare è questa: l’universo si dispiega e si espande mediante un processo di diversificazione senza fine. Non si tratta dunque di una moltiplicazione di fotocopie. Gli atomi, le molecole, le cellule si combinano in una stupefacente varietà di enti e di specie. Ci sono state e ci sono tuttora innumerevoli milioni di specie di piante e di animali. Il dispiegamento dell’universo non è un cieco caso.
Uno scienziato afferma: “L’universo nel suo emergere non è né determinato né casuale, bensì creativo”. In parole più comprensibili: lo sviluppo dell’universo non avviene obbedendo a un piano ben preciso, già stabilito, e neppure a caso. Il Creatore non è un fabbricante umano di prodotti per il mercato. Dio è più simile a un artista. L’universo non è l’attuazione di un piano predeterminato, ma il magnifico risultato della creatività artistica. Anche per questo ciascuno di noi è unico, un’opera d’arte inimitabile. Non siamo prodotti in serie.
Ho preso queste considerazioni dal libro “Cristiani si diventa” scritto da un frate domenicano sudafricano, di origine inglese, di nome Albert Nolan. Il discorso, comunque, sarebbe più lungo e complesso, ma particolarmente affascinante.
Ho detto tutto questo per far capire che noi moderni siamo ancora ancorati ad una concezione meccanicistica della vita e dell’universo, o a una concezione diciamo fatalista. Parlare di evoluzione creativa dovrebbe rivoluzionare non solo la politica ma anche la religione. Siamo nelle mani di politici banali e stupidi e di gerarchi ecclesiastici per nulla intelligenti. La cosa veramente stupefacente è questa: mai come oggi c’è la possibilità che dialoghino scienza e mistica. Potremmo fare finalmente quel salto per superare steccati che hanno sempre diviso la fede dalla scienza. Siamo in un momento fortunato, provvidenziale, peccato che abbiamo il mondo politico da una parte e la Chiesa dall’altra che continuano su una strada di contrapposizioni a vicolo cieco.

 

3 Commenti

  1. antonio ha detto:

    L’accenno alla nuova visione dell’Universo e quindi alla Fisica attuale è una quasi novità. Qua o là ogni tanto qualche prete ne parla ma con difficoltà sia perchè occorre un nuovo linguaggio, sia perchè l’uditorio non capisce.
    Qualche anno fa nelle librerie era comparso un libro “La Fisica del Cristianesimo”: non ebbe fortuna. Eppure bisogna passare per di lì.

  2. trevize ha detto:

    Leggendo gli ultimi 4 paragrafi, che iniziano con “Il fondamentalismo è …”, mi sovviene un passo di un libro di Anthony De Mello (Messaggio per un’aquila che si crede un pollo – pg. 117-118):
    Nei famosi dialoghi di santa Caterina da Siena, si narra che Dio le abbia detto: “Io sono Colui che è; tu sei colei che non è”. Avete mai vissuto il vostro non essere?
    In Oriente abbiamo un’immagine che lo rappresenta. É l’immagine del danzatore e della danza. Dio è rappresentato come il danzatore e la creazione è la danza di Dio. Non è che Dio sia il grande danzatore e voi il piccolo danzatore. No. Voi non siete affatto danzatori. Voi *venite* danzati! Avete mai provato una cosa del genere?
    [cut]
    …ma improvvisamente capisce di essere qualcosa di diverso da ciò che pensava di essere. Perdere il sé significa capire improvvisamente di essere qualcosa di diverso da ciò che si pensava di essere.
    Pensavate di essere al centro dell’universo: ora vi sentite un satellite. Pensavate di essere il danzatore: ora sentite di essere la danza.
    Sono tutte analogie, immagini, e dunque non devono essere prese alla lettera. Vi danno solo un suggerimento, un indizio: si tratta solo di indicatori, non dimenticatelo. Non li si può spremere troppo: non prendeteli alla lettera.

    Fine citazione.

    Per rispetto non voglio intervenire sul contenuto dell’Omelia, ci sono molti punti di riflessione ed alcuni presupposti che non condivido, ed è giusto che sia così.

  3. virgy47 ha detto:

    Un lirica per le mie orecchie, fare sintesi fra fede e scienza non è esercizio facile, ma Don Giorgio è illuminato dallo Spirito Santo, è insuperabile, peccato che non è compreso dalle autorità curiali ambrosiane. Cerchiamo di non butterlo via, sarebbe un vero sacrilegio.

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