Omelie 2013 di don Giorgio: Nona domenica dopo Pentecoste

21 luglio 2013: Nona domenica dopo Pentecoste

È una storia triste quella della monarchia giudaica. Il popolo ebraico rimane compatto sotto i primi tre re: Saul, Davide e Salomone. Alla morte di Salomone, il regno si divide in due: quello del Nord, o regno di Israele, che durerà fino al 722 a.C., con la distruzione della capitale Samaria, da parte degli assiri; il regno del Sud, o di Giuda, che cesserà nel 587 a.C. con la distruzione della capitale Gerusalemme, da parte dei babilonesi.
Quella di Saul non è stata una scelta azzeccata. Eppure Dio stesso aveva detto a Samuele di ungerlo re. Lo stesso Samuele, sempre su ordine divino, sceglie poi Davide, al posto di Saul. Il popolo eletto ha preteso un re come gli altri popoli? Eccoti servito: un uomo pessimo. Quasi una vendetta di Dio! Ma poi Dio si pente, e dice al profeta Samuele di ungere il più piccolo dei sette figli di Iesse.
Qual è il criterio di Dio nella scelta dei suoi uomini migliori? “Non conta quel che vede l’uomo, infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. Se voi leggete la Bibbia, è questa la linea seguita da Dio, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento. Pensate alla madre di Gesù, un’umile sconosciuta ragazza di Nazaret. Pensate ai primi apostoli, rozzi pescatori. Come primo capo della Chiesa Gesù sceglie Pietro, e non Giovanni, il teologo.
Quindi, Dio non guarda alle apparenze, ma guarda al cuore. Dio non guarda ai titoli accademici, alle lauree, alla bravura o al carisma particolare di un individuo. Dio legge dentro, va al di là delle esteriorità. Sì, perché anche la cosiddetta cultura è una esteriorità, una specie di infarinatura quando rimane all’estero dell’intelligenza. Altre volte vi ho spiegato la differenza che c’è tra cultura e intelligenza. L’intelligenza non è di per sé cultura, ma quella capacità di cogliere le cose al loro interno, al di là della scorza. Mi ha fatto piacere che un ragazzo nella lettera che ha scritto in occasione del mio 50° di ordinazione sacerdotale ha ricordato un’immagine che uso spesso: per gustare il gheriglio, il frutto della noce, bisogna romperne il guscio, così dobbiamo fare per cogliere i valori. Salomone, il terzo re d’Israele, che cosa chiede a Dio come prima cosa? Non chiede ricchezze, ma la sapienza. Ecco l’intelligenza: la sapienza, che è quella capacità di gustare il frutto della realtà. Talora la realtà non è buona da mangiare, perché è amara, magari tossica, ma la realtà in sé è buona, solo che l’uomo fa di tutto per inquinarla. L’intelligenza deve saper ridare alla realtà il suo gusto, la sua bontà.
C’è un’altra cosa che vorrei dire. È vero che Dio per realizzare il suo progetto sceglie le persone più umili, talora gli scarti della società, sceglie le cose apparentemente più insignificanti. Già qui dovremmo riflettere come Chiesa. Vedete: allo Stato basta una crisi economica per entrare in coma, e non capisce che anche le crisi hanno il loro lato positivo, perché possono servire a cambiare rotta, a mutare stili di vita. Non è detto che il consumo sia il segreto del mercato. Ma come cittadini faremo sempre fatica a uscire da una certa logica mercantile. Già quando si parla di decrescita felice, chi non fa una smorfia di disgusto? Siamo così abituati a intendere la parola felicità in un certo modo che accostarla a decrescita proviamo un urto istintivo. Come si può essere felici diminuendo le cose, o i beni, o le ricchezze, o il loro consumo? Lo giudichiamo assurdo!
Ma come Chiesa avremmo la possibilità di intraprendere l’alternativa, e aiutare la stessa società a rimettersi sulla strada del vero progresso, senza dover per forza distinguere tra anima e corpo. La società civile non fa una grinza, rimane passiva di fronte ad una religione che parla di anima e di eternità. Pensa: la religione fa il suo mestiere. Ma se la religione indica un’altra strada, con uno stile di vita che è l’esatto contrario di quello che è imposto dalla società dei consumi, senza esulare dall’ambito sociale, è chiaro che potrebbe essere una bella lezione di vita esistenziale. Ma succede che, a parte l’incongruenza dei credenti che parlano di anime e poi se la godono, la Chiesa stessa non dà il buon esempio con una radicale testimonianza di essenzialità. Lo vediamo anche in questi tempi: i nostri Comuni arrancano, sono in crisi, non hanno più soldi per gli elementari servizi sociali, non parliamo poi delle attività culturali lasciate ai margini, mentre i nostri ambienti parrocchiali vivono ancora nell’abbondanza. Non penso che gli istituti religiosi soffrano la crisi che stanno soffrendo gli enti pubblici. Il Vaticano è vivo e vegeto. Purtroppo. Noi cattolici, in un modo o nell’altro, riusciamo ancora a mantenere i nostri ambienti educativi. I comuni non possono organizzare cene di beneficenza, vendere torte, o inventare altri metodi per fare quattrini. A noi basta mettere un’etichetta: A sostegno di un missionario, e tutto diventa lecito, anche bere birra a fiumi. E certi comuni sono così tonti da metterci anche il proprio patronato. Anche la società civile ci rimette perché ad ogni manifestazione a rischio c’è tutta una presenza di forze dell’ordine che hanno un loro costo.
Quello che vorrei dire è questo: in una crisi come l’attuale, che è di tipo economico ma anche di valori (ogni crisi è frutto di qualcosa che non va), perché non sfruttarla nel senso positivo, partendo proprio da noi credenti che al primo posto non dovremmo mettere la religione e i suoi idoli, ma l’Umanità nella sua ricchezza di valori essenziali. Se lo Stato è costretto a mettersi in mutande, tranne naturalmente i suoi rappresentanti parlamentari che non soffrono mai la crisi, noi come Chiesa per libera scelta dovremmo puntare all’essenziale. Ah, certo: facciamo in fretta noi cattolici parlare di gratuità, immersi nell’oro, e poi succede che la parola gratuità è uscita dal nostro stile di vita.
Il criterio di Dio è l’esatto opposto non dico di quello della società civile, ma di quello ecclesiale. Chi o che conta ancora oggi nella Chiesa? Il potere, la ricchezza, i beni, le banche, gli strumenti potenti, le tv, la radio, gli ambienti di lusso, le finte case di spiritualità, che si trasformano facilmente in alberghi. Dio ha scelto un’umile ragazza come madre del Figlio incarnato, e poi attorno a Maria si sono costruiti complessi di interessi o di affari che nulla hanno a che fare con la semplicità di una ragazza.
Scusate, ho fatto una lunga parentesi. La ritenevo doverosa. Volevo far notare un’altra cosa, anche se c’è un collegamento con quanto ho appena detto. Ovvero: Dio per fare cose straordinarie sceglie le persone umili. Ha scelto, ad esempio, Davide, l’ultimo figlio, quello più giovane, di Iesse. Ma che cosa è successo, e ancora oggi succede? Il potere riesce poi a trasformare le persone umili in uomini potenti. Solitamente faccio l’esempio dei rivoluzionari. Magari persone del popolo. Una volta però al potere, diventano dei tiranni. Come gli operai che poi diventano padroncini. Come gli studenti ribelli che diventano poi professori. Come gli schiavi che diventano poi imperatori.
Anche Davide, diventato re d’Israele, ne ha combinate di cose brutte. Dio stesso non ha voluto che gli costruisse un tempio, dal momento che le sue mani grondavano sangue per le guerre. Lasciamo stare questo aspetto: comunque la Bibbia andrebbe letta “con intelligenza”, senza giustificare in nome della parola di Dio ogni violenza di sangue. Ciò che vorrei sottolineare è questo: Dio ha tutto un suo modo di scegliere le persone e gli strumenti per realizzare il suo progetto che è la salvezza dell’Umanità, ma poi lascia a ciascuno la sua libertà. Purtroppo chi assume un potere è sempre a rischio. I profeti non hanno mai avuto una parte di potere. Erano liberi da qualsiasi condizionamento di potere. Sì, noi diciamo che la Chiesa deve essere profetica, ma la gerarchia resterà sempre fuori da una profezia audace e ribelle. La Chiesa avrà sempre bisogno di uomini e di donne che sappiano parlare chiaro, ma fuori da ogni struttura di potere.
Oggi siamo tutti contenti di avere papa Francesco. Ma, l’ho già detto, papa Francesco non fa primavera, non fa Chiesa. Vi siete forse accorti che la Chiesa nelle sue diocesi, nelle sue comunità parrocchiali, nei suoi preti, si sia mossa dietro la novità dello Spirito santo? Sì, è vero, oggi possiamo dire: Anche papa Francesco ha detto, anche papa Francesco dice… e poi? Tutto va come prima. Sì, siamo contenti che qualcuno della Banca vaticana vada in galera, ma è solo una goccia. E tutto il resto?
Con ciò non intendo dire che non sono contento di avere papa Francesco. Intendo dire che una rondine non fa primavera.

2 Commenti

  1. Claudio ha detto:

    Bella omelia davvero, don Giorgio, mi ricorda un libro che se non ha letto consiglierei a lei e a tutti gli utenti del sito; Anarchia e cristianesimo di Jacques Ellul, un teologo protestante.

  2. Patrizia ha detto:

    In riferimento a Papa Francesco, penso che la grande svolta ci sia stata, certo, per un cambiamento ci vuole tempo, bisogna avere fiducia.
    Per il resto, come al solito una predica d’autore.

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