Omelie 2017 di don Giorgio: SESTA DI PASQUA

21 maggio 2017: SESTA DI PASQUA
At 4,8-14; 1 Cor 2,12-16; Gv 14,25-29
Ancora e sempre Spirito santo
Anche nei brani della Messa di oggi si parla di Spirito santo. Nel primo, si dice che Pietro era colmo di Spirito santo, di quella presenza divina che gli dava l’energia per affrontare i capi ebrei e di accusarli addirittura di aver scartato la pietra angolare, ovvero Cristo salvatore, mettendolo su una croce maledetta. Nel secondo brano, Paolo contrappone la speranza umana alla sapienza dello Spirito. Nel brano del Vangelo, Gesù, nel discorso d’addio, promette ai discepoli il dono dello Spirito: sarà lui il vero maestro interiore.
Riflessione che va oltre
Nel libro “Atti degli apostoli”, troviamo diversi momenti di tensioni, di contrasti, di scontri tra le autorità ebraiche e le autorità pagane nei confronti dei primi cristiani. Ciò che impressiona è constatare la paura del potere religioso (quello ebraico) e del potere politico (quello romano) per un gruppo di entusiasti ma nulla di più (la struttura stava per nascere, ma non era ancora imponente), seguaci di un Cristo che era morto sulla croce, con la condanna dei capi ebrei, ratificata dai capi romani. Ma perché aver paura di questi “scalmanati”, così erano giudicati, dal momento che l’ebraismo aveva radici ancora profonde e millenarie e l’impero romano aveva esteso il suo predominio sul mondo allora conosciuto? Avevano paura perché avevano colto in questa nuova “setta”, così giudicata, i semi di una prossima rivoluzione, oppure perché temevano una concorrenza?
Agli ebrei ortodossi, ligi alla Torah, non stava bene che molti di loro abbandonassero la religione dei padri per seguire il mito di uno che era stata crocifisso proprio perché aveva osato toccare l’eredità intoccabile di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, e tanto più che la nuova religione era nata proprio all’interno dell’ebraismo. Al potere romano non stava bene che si predicassero verità che, direttamente o indirettamente, andassero poi a incidere negativamente sulla vita sociale o, meglio, sul quieto vivere dei cittadini romani. Sì, proprio così: i primi cristiani erano accusati di essere sobillatori dell’ordine pubblico, ovvero del quieto vivere.
Dove risiedeva la verità cristiana?
Ma la novità nascente dove effettivamente risiedeva? Era veramente una novità “essenziale”, una di quelle da rivoluzionare l’essere umano, prima ancora di incidere sulla vita religiosa, sociale e politica della società? Al contatto col vecchio, non c’era il rischio che o si arrivasse a dialogare per sopravvivere, dividendosi reciprocamente spazi del quieto vivere, o ci si chiudesse a riccio creando altre strutture, destinate poi a mortificare il nuovo nascente?
La Chiesa finirà ben presto per contestare se stessa nella sua parte “migliore”. In altre parole, la Chiesa rischierà di suicidarsi, annullando quello Spirito interiore, da cui era nata. Più la Chiesa s’ingrosserà come struttura e come potere, più si svuoterà della sua vera anima, ovvero del fondo dell’anima, là dove lo Spirito risiede nella sua purezza. E questo che cos’è se un suicidio?
Sinceramente non sopporto di assistere oggi a qualche ripulitura esteriore, nel vestito, dando alla Chiesa un volto buonista, misericordioso, accogliente, ecumenico, dimenticando che la vera conversione (l’aveva già detto Gesù) sta nel cuore, nella caverna del cuore, nel profondo del nostro essere.
Una conversione, che non riguarda tanto un cambio di diplomazia o di quell’arte di saper fare che è la prerogativa di una certa politica pragmatistica, ma una conversione che richiede quel radicale distacco che permette di cogliere la realtà dell’essere umano. Sì, un distacco radicale dall’inessenziale, dal contingente, dal superfluo, dal falso necessario.
Quando la Chiesa tradisce lo Spirito
Se, dunque, all’inizio del cristianesimo ci furono duri contrasti tra il potere religioso ebraico e il politico polito romano, la Chiesa, via via strutturandosi, finirà per crearsi problemi sempre più preoccupanti all’interno della propria struttura, a danno di quella realtà che ancora oggi costituisce il grosso problema dei credenti: in che cosa in realtà noi crediamo?
Ciò che ritengo sconcertante è il fatto che la Chiesa abbia seriamente tradito lo Spirito. Eppure, Cristo aveva detto chiaramente ai discepoli, i primi eredi dell’opera cristiana, di porre fede anzitutto nello Spirito, che dovrà  sempre restare il vero maestro interiore.
Ma che significa le parole che troviamo nel vangelo di oggi? “… lo Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e ci ricorderà tutto ciò che vi ho detto”? Che significa insegnare e ricordare? Insegnare e ricordare che cosa e a chi?
Ma almeno una cosa deve essere chiara: tutti noi credenti, a iniziare dai capi gerarchici, siamo discepoli, e non maestri. Se abbiamo il compito di trasmettere la verità, non dobbiamo dimenticare che la verità non è “nostra”: è sempre da cercare, perché la verità è Dio stesso, e Dio non è un oggetto da conoscere, ma è lo Spirito che si genera in noi, quando però gli diamo spazio.
Sapienza umana e sapienza dello Spirito
Solo un breve accenno per quanto riguarda la contrapposizione tra la sapienza umana e la sapienza dello Spirito. Solitamente si è pensato che la sapienza umana di cui parla San Paolo fosse quella della cultura greca, e che la sapienza dello spirito fosse quella della Spirito secondo la concezione ebraica. In realtà non è così’.
Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che il retroterra culturale cristiano non è quello ebraico, ma greco: basterebbe pensare all’influsso che ha avuto Platone sui primi pensatori cristiani fino a Sant’Agostino. Gli ultimi libri sapienziali dell’Antico Testamento sono nati nel mondo greco. Il guaio è stato quando la Chiesa ha abbandonato la cultura greca, sorgente della vera mistica, per rifarsi al mondo giudaico.
D’altronde, chi ha parlato in modo eminente e sublime dello spirito, della sapienza, del divino in noi? Non sono stati forse gli antichi filosofi greci? Oggi sembra che il primato della Parola di Dio, intesa in senso biblico-giudaico, abbia svuotato il mondo dello Spirito, ecco perché la sapienza di questo mondo (il mondo del maligno, come direbbe San Giovanni), ha preso il sopravvento sulla sapienza del nostro essere.

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