Omelie 2020 di don Giorgio: DOPO L’ASCENSIONE

24 maggio 2020: DOPO L’ASCENSIONE
At 1,9a2-14; 2Cor 4,1-6; Lc 24,13-35
I due racconti dell’Ascensione
Il primo brano della Messa parla dell’Ascensione di Gesù, che troviamo all’inizio del libro “Atti degli apostoli”. Non entro nel merito dell’Ascensione, perché allargherei troppo il discorso. Secondo la Bibbia l’Ascensione chiuderebbe un periodo durato quaranta giorni, dalla risurrezione di Cristo, durante i quali il Risorto sarebbe apparso più volte, sotto vesti umane sempre diverse per ogni circostanza. Già il numero quaranta è simbolico, e dice già tutto. Sulle apparizioni del Risorto meglio non soffermarsi. Ma una cosa è certa, e forse questo era l’intento degli evangelisti: dimostrare che le apparizioni del Risorto non sono servite a togliere gli apostoli dai loro dubbi. Al momento dell’ascensione di Gesù in cielo, gli apostoli si chiedono ancora: “Signore, è questo il momento in cui ricostituirai il regno per Israele?”. Nulla avevano capito di ciò che Gesù aveva detto loro, quando uomo era accanto a loro. Nulla!
Luca che, oltre al Vangelo, è anche l’autore del libro “Atti degli apostoli, ha due versioni un po’ differenti dell’Ascensione. Nella versione che troviamo all’inizio degli “Atti degli apostoli”, Luca scrive che, dopo che Gesù “fu elevato in cielo”, gli apostoli tornarono a Gerusalemme e salirono nella “stanza al piano superiore”. dove erano soliti riunirsi. Tra parentesi: si trattava della sala più ampia di una casa signorile, destinata ai ricevimenti e ai banchetti, che poi diventerà il luogo preferito dai primi cristiani per la celebrazione dell’eucaristia.
C’erano gli undici apostoli (undici perché mancava Giuda Iscariota, il traditore), e c’era anche Maria, Madre di Gesù, e c’erano alcune donne, tra cui senz’altro la Maddalena, e altri cristiani, chiamati inizialmente “fratelli”. “Erano perseveranti e concordi nella preghiera”, in attesa di quello Spirito che li avrebbe spinti a uscire e andare ovunque a evangelizzare. L’aveva promesso Gesù, salendo in cielo: “Riceverete la forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi…”.
Una domanda forse impertinente: lo Spirito non era già stato effuso sugli apostoli la sera stessa di Pasqua? Quello Spirito che Gesù di Nazaret, mentre moriva, aveva offerto all’umanità. Anche nei quaranta giorni dalla Risurrezione alla Ascensione lo Spirito sembra sparito. Poi, dopo dieci giorni dall’Ascensione, perciò nel cinquantesimo giorno, il nome pentecoste” lo dice, succederà un evento eclatante, strepitoso.
Non c’è almeno un dubbio, ovvero che, dopo la Risurrezione, o, ancor prima, dopo la morte di Cristo sulla croce, gli eventi siano stati interpretati dalla stessa Chiesa non dico in modo del tutto strumentale, ma per lo meno caricandoli di troppa enfasi così da perdere la misticità di un Mistero divino che non potrà mai essere banalizzato, tanto meno da una Chiesa che crede di essere al servizio del Vangelo? Ma di quale Vangelo?
Già il fatto che fin dall’inizio siano sorte delle eresie, dovrebbe far riflettere. Ogni eresia contiene sempre una parte di verità, magari portata all’eccesso, ma la verità, essendo infinita, non teme gli eccessi.
La versione, invece, che il medesimo Luca dà della Ascensione al termine del suo Vangelo, sembra diversa, e contiene qualcosa di affascinante. Anzitutto, il terzo evangelista racconta che l’ascensione avvenne la sera di Pasqua, mentre nell’altro libro, “Atti degli apostoli”, la pone dopo quaranta giorni. Come mai? È c’è di più. Nel Vangelo Luca dà come indicazione del luogo Betania, mentre nel libro “Atti degli apostoli” il luogo è il monte degli ulivi. Come mai? Tornati a casa i discepoli, secondo il racconto del suo Vangelo, sembrano stare nel Tempio, mentre secondo il racconto degli “Atti” nella stanza al piano superiore di una casa in Gerusalemme. Come mai tutte queste apparenti divergenze?
Questo fa capire, ancora una volta, che i Vangeli non sono cronache di uno storico che legge gli eventi in senso cronologico con il criterio della obiettività fine a se stessa. No, anche i racconti dell’Ascensione dallo stesso autore Luca sono rivestiti sapientemente di simboli, ricchi di significato. Pensate già a questo fatto: il Vangelo di Luca si apre nel Tempio (mentre il sacerdote Zaccaria sta officiando nel tempio riceve in una visione l’annuncio della nascita inattesa di un figlio, Giovanni, il futuro precursore del Messia) e si chiude nello stesso Tempio, dove si ritrova la prima comunità cristiana. Poi il Tempio diventerà un altro, quello dello Spirito santo che abita in noi.
Che significa ascensione?
L’apostolo Paolo, nella sua Lettera ai cristiani abitanti in Efeso, scrive queste parole: «Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra». Commenta don Angelo Casati: «Parola luminosa: “è asceso colui che è disceso”. Illuminante indicazione. Come a dire che ascenderemo, ascenderemo veramente come persone, ascenderemo veramente come società, ascenderemo veramente come terra, ascenderemo “se discenderemo”…». Dove dobbiamo discenderemo? È qui il solito punto. Cristo non è disceso per dirci: sono uno di voi, per lasciarci come siamo, ma per dirci: Scopri ciò che hai in te, ma per scoprirti per quello che sei discendi in te stesso.
I due discepoli di Emmaus
Solo Luca ci tramanda l’episodio dei due discepoli di Emmaus. Solo di uno conosciamo il nome, Cleopa. Alcuni studiosi pensano che l’altro sia lo stesso Luca, rimasto anonimo. Questo potrebbe far pensare che il racconto non sia un fatto realmente accaduto, ma una invenzione che Luca avrebbe inserito quasi a conclusione del suo Vangelo.
Sì, è un racconto fortemente simbolico, da leggere in senso mistico. Solo alcuni accenni.
Si parla di due discepoli, di cui uno si conosce il nome, Cleopa, l’altro no: più che Luca stesso, può essere ciascuno di noi. O, meglio, si tratta dello stesso discepolo diviso in due: nel suo essere interiore e nel suo essere esteriore. L’essere esteriore ha un nome, Cleopa, mentre quello interiore è ancora sconosciuto. Ed ecco affiancarsi uno strano Pellegrino, che è il Cristo Risorto che spiegherà le profezie a Cleopa, ma scuotendo in lui il suo essere interiore. Ed ecco il miracolo: giunti a Emmaus, allo spezzare del pane, Cleopa ritrova se stesso, il suo essere interiore. Un pittore li ha raffigurati, in un affresco che si trova nella Chiesa di Sant’Ambrogio in Monte di Rovagnate (Lecco), mentre tornano a Gerusalemme, dopo l’incontro con il Risorto. Due figure che sembrano dividersi dalla stessa persona: qualcuno ha visto come due manifestazione della stessa Realtà: quella attiva e quella contemplativa. Ma può essere una lettura pericolosa. La Mistica rimane l’unica Sorgente, da cui emana ogni riflesso anche nel campo esistenziale e sociale.

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