Omelie 2016 di don Giorgio: SANTO NATALE

25 dicembre 2016: SANTO NATALE
Il racconto della Nascita, tra fronzoli e elementi essenziali
Quando parliamo di essenzialità del Mistero natalizio, sembra quasi che lo scopo sia quello di sfrondarlo di ogni eccesso di particolari pittoreschi, rimanendo il più possibile fedeli al testo genuino del Vangelo, ma dimenticando che già il racconto di Luca è ricco di elementi narrativi che sembrano scritti con la preoccupazione di creare un contorno storico, ma senza dare precise coordinate (gli storici ancora oggi non sono in grado di stabilire l’anno, e tanto meno il giorno e il mese, della nascita di Gesù), e inoltre di creare una triplice ambientazione: di carattere profetico (c’è un esplicito richiamo alla profezia di Michea, presente nel racconto di Matteo: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”, Mt 2,6; cfr Mi 5,1); di carattere angelico, con l’apparizione di una schiera di spiriti celesti che cantano: “Gloria a Dio… e sulla terra pace….”; infine, di carattere pastorizio, con l’invito degli angeli ai pastori della zona di recarsi alla grotta misteriosa.
Il contesto storico e la triplice ambientazione (profetica, angelica e pastorizia) convergono, nel racconto di Luca, verso l’unico punto: un Neonato, avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia. L’evangelista insiste nel dire che quel Bimbo misterioso, non solo è nato a Betlemme, ma che è avvolto in fasce e giace in una mangiatoia. Non sono elementi puramente descrittivi, ma indicano per tutti noi un messaggio ben preciso, e per i pastori era il segno di riconoscimento.
Per una lettura mistica
Sarebbe facile accodarmi alle solite riflessioni sulla scelta del Figlio di Dio di incarnarsi in una ragazza vergine di Nazaret, di venire al mondo in un borgo, come Betlemme, e in una grotta isolata. Così pure sarebbe facile parlare dei pastori, magari senza sapere che non erano quei sempliciotti o ingenui, come sono sempre stati descritti dalla tradizione cristiana: in realtà, secondo la mentalità religiosa d’Israele, erano considerati quasi fuori dalla comunità: a motivo del loro lavoro, infatti, non potevano osservare i precetti religiosi e le norme di purità. Inoltre, non godevano di buona fama: dato che le greggi finivano con l’invadere spazi altrui, chi le guidava passava per essere un ladro.
Ma ciò che vorrei tentare di fare è un’operazione, che va al di là degli elementi puramente descrittivi del Vangelo di Luca o di Matteo, per “spiritualizzare” ancora una volta il Mistero divino.
Se noi partiamo dall’idea che la nascita di Gesù non è stata solo una incarnazione nel senso stretto della parola, ma che, con la Risurrezione, tutta la vicenda storica di Cristo, a partire dalla sua nascita, si è trasformata misticamente, allora non mi sembra del tutto strano o eterodosso o scandaloso parlare di Nascita e di Rinascita mistica.
Già gli antichi Padri della Chiesa leggevano la Bibbia, dandone un senso allegorico, andando cioè oltre il senso letterale delle parole o dei fatti. Ma i grandi Mistici hanno fatto un passo oltre: cogliere l’interiorità della parola di Dio, là dove in realtà la Divinità parla all’essere umano, ovvero nella caverna del suo cuore, nel fondo dell’anima.
E sta qui il grande inganno, che ha fatto sì che, insistendo in una lettura puramente letterale per non dire fondamentalista della Bibbia, la Chiesa si è trovata su una strada sbagliata; e con essa milioni di fedeli, approfittando anche del silenzio o del tacito consenso della gerarchia ecclesiastica, hanno talmente esteriorizzato o alienato la fede da svuotarla di ogni Mistero, superando lo stesso paganesimo che, nei tempi migliori, nei loro Misteri credevano, raggiungendo anche profondità di pensiero tali da far arrossire lo stesso cattolicesimo. Non penso solo a Platone o a Aristotele.
Che significa allora, in senso mistico: Betlemme, essere avvolto in fasce e giacere in una mangiatoia?
Betlemme è una borgata che si contrappone alla grande città, sede del potere politico e religioso. Gesù ha scelto di nascere addirittura alla periferia di Betlemme.
Il nome “Betlemme” in ebraico significa “casa del pane”. Notate subito: quel Bimbo misterioso viene deposto in una… “mangiatoia”, parola che richiama l’atto del mangiare. Dunque, Betlemme “casa del pane”, e “mangiatoia”: volere o no, c’è un richiamo tra loro. Il Bimbo viene offerto già come cibo, come qualcosa che nutre. Che cosa?
Il nome “Betlemme” in ebraico significa anche “casa della carne”, dunque richiamerebbe l’incarnazione del Figlio di Dio: il suo farsi carne come dirà l’evangelista Giovanni.
Ed è qui che una lettura mistica s’impone, per non cadere in una religione che privilegia l’aspetto diciamo materiale o puramente storico della nascita di Gesù. Già Giovanni ci avverte: il Verbo si è fatto carne, ma per renderci figli di Dio, «quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati».
Se Giovanni insiste nel dire che il Figlio di Dio ha assunto una carne reale, combattendo così l’eresia doceta che affermava che il corpo di Cristo fosse solo una apparenza, lo stesso evangelista rileggerà poi, dopo la Risurrezione, tutta la vicenda storica di Gesù alla luce della fede.
Ed è qui che entra l’altro aspetto, il segno di riconoscimento dei pastori: il Bimbo era “avvolto in fasce”. Ma perché quel bimbo era avvolto in fasce? Solitamente un bimbo nasce nudo. Anche se fosse rimasto nudo, quei pastori non avrebbero potuto riconoscerlo? Quelle fasce che cosa avevano di tanto particolare? Stando al testo non sappiamo rispondere. Ma la lettura mistica supera l’ostacolo, e vede già che quelle fasce, segno tangibile di riconoscimento, avevano qualcosa di esteriore, e quei pastori, in realtà simbolo della gente di carne, non potevano andare oltre.
E, allora, il Natale che cos’è?
È la generazione e rigenerazione divina che avviene in ogni essere umano, là dove si è del tutto nudi nell’essere. Non siamo diventati figli di Dio perché Cristo ci ha resi tali: tutti nasciamo divini, volere o no. Casomai, Cristo è venuto per toglierci dalla nostra alienazione, per farci rientrare in noi, per dirci che siamo importanti, ma lo siamo nel nostro interno. Ma era proprio necessario che si incarnasse nella storia? A questa domanda non saprei rispondere, anche perché dopo la sua incarnazione è successo di tutto. Ed è successo di tutto, perché non abbiamo ancora compreso a fondo, in senso mistico, il Mistero dell’incarnazione di Cristo, e tutto il resto.

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