Omelie 2017 di don Giorgio: SECONDA DOPO LA DEDICAZIONE

29 ottobre 2017: SECONDA DOPO LA DEDICAZIONE
Is 45,20-23; Fil 3,13b-4,1; Mt 13,47-52
I superstiti delle nazioni
Il primo brano della Messa appartiene alla seconda parte del libro di Isaia, che gli esegeti chiamano il Secondo (o dèutero) Isaia: è il prodotto di un autore sacro, vissuto un paio di secoli dopo l’Isaia classico (vissuto nell’VIII sec. a.C).
Questo anonimo profeta rivolge il suo messaggio agli ebrei esuli in Babilonia, invitandoli a prendere coraggio e a rientrare nella terra dei padri per ricostruire la nazione, in seguito all’editto del 538 a.C. con cui il persiano Ciro, il nuovo dominatore, permetteva loro di ritornare nelle loro terre.
Una caratteristica di questa seconda parte (capitoli dal 40 al 55) è la presenza di alcuni brani che appartengono al genere letterario della contesa o lite giudiziaria. Dunque, una specie di processo, composto di due parti: c’è la vittima che si fa accusa, e c’è l’accusato. La parte che promuove l’accusa chiede il riconoscimento di un diritto che le è stato negato o calpestato, cercando di convincere con diverse prove o argomenti la parte avversa e di portarla a riconoscere il proprio torto. Quando è il Signore, Jahve, a promuovere la causa, l’accusato è spesso il popolo d’Israele, dimentico degli obblighi dell’Alleanza. Questo in genere. Invece, nella Secondo Isaia gli accusati sono piuttosto le nazioni o i loro idoli: Dio afferma il proprio diritto ad essere riconosciuto come unico Signore.
Anche il brano di oggi fa parte del genere letterario della contesa giudiziaria. Il Signore invita a comparire davanti a lui “gli scampati delle nazioni”, cioè tutti i superstiti delle guerre, coloro che sono riusciti a sopravvivere nelle grandi prove: il pensiero non corre solo al “resto d’Israele”, di cui abbiamo già parlato nell’omelia del 17 settembre scorso, ma anche alle varie popolazioni che avevano subìto guerre e sconfitte.
A tutti costoro che in passato avevano fatto ricorso agli idoli o alle potenze straniere per essere salvati, il Signore indirizza un appello perché si “volgano”, cioè si convertano a lui. Anzi, mette loro in bocca la professione di fede da pronunciare: “Solo nel Signore si trovano la giustizia e la potenza”.
Una riflessione personale
A proposito dei “superstiti” o “scampati”, vorrei evidenziare un aspetto che ritengo interessante, anche se provocatorio. A parte il fatto che i superstiti non si devono ritenere migliori degli altri perché sono stati graziati dalla fortuna, casomai, in quanto sopravvissuti, hanno una grande responsabilità, ed è il dovere di testimoniare le brutture di una guerra, indipendentemente dai torti o dalle ragioni di chi l’ha scatenata o di chi l’ha subìta.
Ogni guerra è una atrocità immane, un crimine contro l’umanità, e chi sopravvive, ripeto, deve essere un testimone perché i posteri capiscano la lezione. Ma c’è di più. Proprio i superstiti sono chiamati a processo, come testimoni di un popolo, al quale loro appartenevano, colpevole di aver tradito il Signore.
Inutile processare i morti. I vivi, i sopravvissuti, avranno il dovere non facile di espiare quasi le colpe di un popolo, a cui si sentivano fieri di appartenere, condividendone le ingiustizie e le colpevolezze. Ecco perché il Signore li chiama a raccolta in una convocazione processuale, in cui dovranno confessare gli errori del passato.
Separare l’essenziale dall’inutile
Passiamo al brano tratto dal Vangelo di Matteo. Il primo Vangelo, quanto al numero di capitoli (ben 28 alquanto estesi) è il più lungo tra i quattro, ed è anche il più sistematico e omogeneo. L’evangelista più che ad una ordine cronologico si attiene a quello logico; infatti raggruppa tutto ciò che gli sembra più affine, attorno a cinque grandi discorsi: discorso della montagna, discorso apostolico, discorso in parabole, discorso ecclesiastico e discorso escatologico. Cinque in riferimento al Pentateuco, ovvero ai primi libri della Bibbia che per gli ebrei costituiscono la Torah: un riferimento che è un confronto tra la nuova legge di Gesù e la vecchia legge mosaica.
Il terzo discorso è impostato sul Regno di Dio attraverso il racconto di sette parabole. L’ultima di queste è il brano di oggi. Ma attenzione: premetto subito che la parabola nota come quella della rete da pesca è da leggere e interpretare alla luce delle ultime parole, quando Gesù dice: «Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
Purtroppo, la parabola, così come quella della gramigna/ zizzania (13,24-30), è stata letta come se Gesù ponesse il problema assai difficile da risolvere della composizione complessa della realtà umana nei suoi due volti di bene e di male, per dire che bisogna stare attenti: separando troppo radicalmente su questa terra ciò che è bene da ciò che è male, si rischia di giudicare e condannare in modo del tutto errato.
Ogni bene è imperfetto, e perciò richiede un continuo discernimento, frutto anche di esperienze negative; e in ogni male c’è sempre una punta di bene da scoprire e da rivalutare. Se è vero che, come diceva mi pare Sant’Agostino, il male non è una entità a se stante, ma la mancanza del bene, ovvero un bene incompiuto, il nostro compito non sarà quello di combattere contro mulini a vento, ma quello di completare il bene mancante. Più svuotiamo il bene, più ci sentiamo mancanti del Sommo Bene.
Ma vorrei fare in pochi secondi un’altra riflessione. Non basta dire che il male è ciò che manca al bene perché sia pieno dell’essere divino. Purtroppo, soprattutto in questa società dove tutto luccica come oro, illuminato da un sole artificiale, non è facile distinguere ciò che essenziale da ciò che è accessorio.
Il problema non è distinguere la società tra buoni e cattivi, il che è pericoloso e assurdo, casomai tra i cultori dell’essenziale e le vittime del superfluo. Mi pare questo l’invito di Gesù quando dice alla fine: “Ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”.
L’essenzialità non cade nel tempo: ecco l’antico; ma l’essenzialità richiede un distacco continuo dall’inessenziale, ecco perché è sempre nuova.

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