Il ritorno dell’Europa a Bucha: “La strage non resterà impunita”

L‘Alto rappresentante Ue per la politica estera, Kaja Kallas, al centro durante le commemorazioni di oggi del massacro di Bucha / Ansa

da la Repubblica
01 APRILE 2026

Il ritorno dell’Europa a Bucha:

“La strage non resterà impunita”

di Anna Lombardi
Nel quarto anniversario i ministri degli Esteri nella città dove la Russia fece un massacro di civili. Kallas: “Europa vicina all’Ucraina” Mosca: “No alla tregua”
Quattro anni dopo il massacro, l’Europa torna a Bucha per ribadire il proprio sostegno all’Ucraina. Nella cittadina alle porte di Kiev che fu assediata dai russi fra 24 febbraio e 31 marzo 2022 — e dove, in fosse comuni, vennero ritrovati i corpi di centinaia di civili trucidati — ieri si sono dati appuntamento la capa della Diplomazia Ue Kaja Kallas, insieme a 26 ministri degli Esteri dell’Unione. Unico assente, l’ungherese Péter Szijjártó, il cui Paese è fortemente critico verso il vicino.
«Bucha è il simbolo della crudeltà della guerra voluta dalla Russia» ha ricordato Kallas: «Molti dei civili uccisi, vennero fucilati a distanza ravvicinata, con le mani legate dietro la schiena. Quanto è successo non può essere negato. Ci impegniamo a garantire che questi crimini non restino impuniti. Mosca deve essere ritenuta responsabile di ciò che ha fatto all’Ucraina». E infatti l’incontro è stato un modo per tornare a sottolineare l’impegno e la vicinanza dell’Unione nei confronti del Paese, entrato ormai nel quarto anno di guerra.
La commemorazione, è stata poi seguita da un vertice informale con quattro principali punti in agenda: l’accertamento, appunto, delle responsabilità russe per i crimini perpetrati in Ucraina. Il monitoraggio della situazione sul terreno con l’obiettivo di ottimizzare il sostegno europeo sul piano militare, energetico e infrastrutturale. Il reinserimento dei veterani nella vita civile. E il possibile ruolo della Ue in un post-conflitto che per ora appare ancora lontano.
Al termine dell’incontro, l’Alta rappresentante Ue per gli Affari Esteri Kallas ha parlato pure di «lavori in corso per superare gli ostacoli sulla strada dell’approvazione del ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia e l’erogazione del prestito da 90 miliardi» aggiungendo, però, di «non avere buone notizie in merito». Riferimento al veto di Ungheria e Slovacchia sui due dossier, che poi il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, ha esplicitato: «L’Ungheria ha bloccato tutto e ha preso in ostaggio l’intera Unione europea, abusando del suo status di Paese Ue e della Nato».
Di sicuro, come ribadito pure dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, «obiettivo resta quello di costringere la Russia a sedersi a un tavolo. E a non pretendere territori che non ha neanche conquistato. Per raggiungere una pace giusta bisogna continuare a fare pressione su Putin». Ma a quanto pare il leader russo non vuole nemmeno un cessate il fuoco: quello proposto per Pasqua dall’omologo Zelensky. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha infatti prima risposto che la richiesta ucraina non è chiara, visto che non specifica una data (la Pasqua cattolica è domenica, ma quella ortodossa è il 12 Aprile). Sostenendo pure che la richiesta è stata fatta perché «Kiev ha urgente bisogno di una pausa perché le truppe russe stanno avanzando». L’ipotesi è stata respinta: «Zelenskyy si assuma le proprie responsabilità e prenda la decisione appropriata affinché si raggiunga la pace, non un cessate il fuoco». Si continuerà dunque a sparare.
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da www.glistatigenerali.com
31 Marzo 2026

Noi e il Golgota nei giorni di Bucha

di Mauro Montalbetti
Gli eventi che il cristianesimo, in tutte le sue varie declinazioni e confessioni, si appresta a ricordare in queste settimane, si svolsero in una terra chiamata allora Regno di Giudea, sotto la dominazione romana, al tempo dell’ imperatore Tiberio.
Avvennero a Gerusalemme indicativamente tra il 31 e il 33dc. , in occasione delle feste degli azzimi la Pesach , la Pasqua, l’antica festa ebraica che ricorda la liberazione e l’esodo degli ebrei dall’Egitto.
Infatti Gesù era ebreo e parlava l’aramaico giudaico; nella sua lingua si chiamava Yeshu’a – Yehoshu’a ; e nei Vangeli , scritti in greco, era detto Christòs, il Cristo, traduzione dell’ebraico māšīāḥ , il Messia , che significa “unto”; dato che nell’antico medioriente era d’uso consacrare re, sacerdoti e profeti con l’unzione di oli aromatici.
È la Settimana Santa, che rievoca gli ultimi giorni di Cristo fino alla morte in croce e alla Risurrezione.
L’osanna che sfocia poi nel mistero pasquale di morte e resurrezione.
Padre David Maria Turoldo, nella poesia “A stento il nulla”, scriveva “No, credere a Pasqua non è giusta fede: Fede vera è al venerdì santo quando Tu non c’eri lassù!”.
Abbandono totale, assenza apparente di Dio sulla croce, rendono la fede più autentica nel dubbio, radicata nel vuoto e nel dolore piuttosto che nella gioia apparente, dove credere è atto profetico contro il nulla del mistero tragico.
Ritornano le parole di Sergio Quinzio che ricordava il lacerante paradosso di una vita profana e moderna ma squassata da una disperazione che ha un significato arcaico e sacrale: la disperazione di chi non sa rassegnarsi all’assenza della salvezza.
Nel tempo delle “guerre totali”, il Golgota, il Monte Calvario (dall’aramaico che significa teschio) il luogo della crocefissione sopra il quale è poi stata elevata la Basilica del Santo Sepolcro, può essere letto come il simbolo paradossale di una guerra dall’altra parte della violenza, il luogo dove Dio entra nella storia umana nella forma estrema della sofferenza e dell’ingiustizia, per redimere proprio da lì il mondo che si sta distruggendo.
A questo dato si legò poi una tradizione simbolica secondo la quale il Golgota sarebbe stato il luogo dove è stato sepolto Adamo, il “primo uomo”.
Così il teschio ai piedi della croce,frequente in tanta iconografia, rappresenterebbe l’umanità redenta da Gesù, il “nuovo Adamo”.
Il Golgota sembra oggi offrire un paradigma inverso, simbolo di chi si riconosce nella debolezza e luogo dove la violenza politica raggiunge il suo culmine ma viene riassunta e trasfigurata in un atto di amore obbediente fino alla morte.
Il 7 giugno 1979 nel corso del suo primo pellegrinaggio nella Polonia comunista, in un mondo diviso ancora dalla Guerra Fredda, Giovanni Paolo II uso’ esplicitamente l’immagine del Golgota per leggere Auschwitz: nella sua omelia a Birkenau chiama il campo di sterminio “Golgota del mondo contemporaneo”, dove l’orrore di milioni di morti senza nome diventa un luogo di orrore e di potenziale conversione al bene.
Il Papa si inginocchia sul terreno riconoscendo in quelle tombe il grido dell’uomo martoriato e il dovere morale di “portare frutti” per l’Europa e per la storia: questo richiede responsabilità e memoria.
Negli stessi giorni in cui ricordiamo la scoperta dei massacri perpetrati dalle truppe russe e le fosse comuni di Bucha in Ucraina, il secondo luogo , dopo Srebrenica, di esecuzioni di massa e genocidi in Europa avvenuti dopo il 1945, il Golgota appare così luogo simbolico dove la violenza sistematica viene assunta ed esposta nuda, senza essere coperta da retoriche nazionaliste o ideologiche.
Se Auschwitz ci obbliga a dire “ mai più “, Bucha ci insegna che il Golgota del mondo contemporaneo non è finito ma continua finché si permetterà che la logica della guerra totale, della disumanizzazione e dell’impunità si ripetano.
Il punto cardine è che il Golgota – di Auschwitz, di Bucha, di ogni strage – non resta solo un luogo di dolore e memoria ma deve diventare un luogo di conversione, di difesa dell’ integrità e intangibilità della persona e dei diritti umani, sostenere la ricostruzione delle comunità e la verità.
In questo senso, l’insegnamento di Giovanni Paolo II ci invita a vedere Bucha oggi come un nuovo richiamo a incarnare la speranza pasquale: cioè costruire una pace giuridicamente e moralmente solida, capace di fermare il male prima che diventi un nuovo Golgota.
La crocifissione, così interpretata, invita a non ridurre il male a “necessità storica” o a “stato di eccezione”, ma a riconoscerlo come colpa da cui si potrà uscire solo attraverso la responsabilità e la giustizia.

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