Quaresima, penitenza, conversione e luce

l’EDITORIALE
di don Giorgio

Quaresima, penitenza, conversione e luce

Quando ci parlano di Quaresima, subito pensiamo a un periodo di penitenza, di mortificazioni, di preghiere, ecc. ecc.
Dopo giorni di carnevale, senza freni, ecco la Quaresima, un passaggio forse troppo repentino, ma, proprio perché repentino, si fatica a entrare nella giusta atmosfera, quasi imposta da una liturgia, tra l’altro molto antica, perciò con alle spalle secoli e secoli di esperienze fortemente educative.
Diciamola tutta: un tempo tutta la comunità era coinvolta, e si sentiva coinvolta, oggi solo un minimo tra i cosiddetti cristiani si accorgono di essere in Quaresima. E la Chiesa, nelle sue istituzioni, ha un gran da fare per smuovere le coscienze, e talora, diciamo spesso, le smuove nel modo sbagliato: con iniziative, proposte, incontri, ritrovi, manifestazioni esteriori folcloristiche (pensate alle Via Crucis per le vie del paese).
Penitenza, e si pensa alla confessione annuale in occasione della Pasqua.
Mortificazioni, e si pensa a qualche fioretto che deve durare non oltre la Quaresima.
Preghiere, possibilmente chiassose, litaniche, con canti a dir poco irriverenti.
Adesso si parla di “ritiri spirituali”, espressione magica che un tempon aveva un senso, e che oggi dà solo una pallida idea di qualcosa di esotico.
Ogni anno si crea una moda che sa di antico, ma che, così sembra, non va oltre la pelle. E la gente resta com’è, in particolare i giovani che dovrebbero essere maggiormente attratti da qualcosa di provocatorio, nel senso migliore del termine: qualcosa che disseti lo spirito, così oggi tanto arido come sabbia di un deserto cotto dal sole.
Siamo come terra secca pronta per essere fecondata, ma chi ci indica la vera Sorgente a cui attingere?
Penitenza dovrebbe significare “fermarsi”, e pensare e ripensare su cosa stiamo facendo o progettando. Penitenza è un passo sempre rivolto verso se stesso, per rientrare in quel Sé divino che è dentro di noi. Fermarsi, non per ritardare il ritorno in sé, ma per riflettere su ciò da cui staccarci con maggiore convinzione e radicalità. Se già siamo sul “giusto” cammino, c’è sempre qualcosa di troppo.
Ho già detto qualcosa sulla etimologia di superfluo, che un fluire in senso negativo, perché produce cose inutili e dannose. Dal latino super, oltre, e fluo, scorrere, con significato di: traboccante, eccedente, ciò che è più del bisognevole o del conveniente, perciò qualcosa di eccessivo, di inessenziale.
Il motto μηδὲν ἄγαν, «niente di troppo», scolpito, secondo la tradizione, nel tempio di Apollo in Delfi e attribuito al dio stesso o a vari sapienti dell’antichità ripete l’invito a evitare le esagerazioni e raccomanda la moderazione necessaria in ogni cosa.
Penitenza, dunque, non è un gesto di rinuncia per togliere qualcosa per far soffrire il corpo. Diciamo che anche il corpo è dono di Dio, da conservare in salute, e poi ci divertiamo a farlo soffrire? Casomai il corpo soffre quando si nutre di cose eccessive, e sono queste cose che vanno tolte. Ma ci sono altri pesi inutili che non riguardano solo il corpo: pensate al mondo dei desideri, dei pensieri, delle progettazioni, delle attese, dei sogni… Forse è il caso di dire che, più che le cose che già si hanno (prima o poi si rivelano precarie e passeggere) sono i desideri delle cose che non si hanno ma si vorrebbe avere a farci star male o a renderci irrequieti, mai contenti. Staremmo senz’altro meglio con il minimo necessario per vivere.
L’etimologia della parola “desiderio” secondo alcuni avrebbe un senso positivo (qualcosa che proviene dalle stelle), ma secondo altri giustamente ha un significato negativo: dal latino “de-“ (privativo) e “sidus”, stella, ovvero qualcosa senza stelle.
Infine, nel titolo ho aggiunto la parola “luce”. Non si può concepire una Quaresima come un cammino al buio: si va verso la luce. Già la Croce è avvolta nella Luce, il Crocifisso è nella Luce. Così Giovanni vede il Calvario, già premessa della Risurrezione.
La Quaresima è un cammino di luce verso la luce: la nostra scintilla interiore si riattiva proprio nel distacco quotidiano dalle cose inutili. E allora diciamo che ogni mortificazione è far morire tutto ciò che copre la scintilla interiore. Già Platone diceva che la filosofia è “un esercizio di morte”, ovvero un continuo distacco dal carnale per ridare all’anima il suo splendore.
E allora dalla Quaresima non usciremo malconci, in attesa di riprenderci magari subito dopo Pasqua con qualche bella scampagnata tonificante. La Quaresima è un “esercizio di morte” per rinascere ogni giorno dell’anno.
02/03/2024
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