Violenza giovanile: la speranza contro la paura
(@photo credit: cottonbro studio)
da rivista.vitaepensiero.it
Violenza giovanile:
la speranza contro la paura
14.02.2026
di Adriano Mauro Ellena
I fatti di cronaca che nelle ultime settimane hanno visto adolescenti protagonisti di episodi di violenza – dall’omicidio di La Spezia allo sciacallaggio nei confronti di un coetaneo agonizzante, fino alle dinamiche delle baby gang – scuotono profondamente l’opinione pubblica. Non solo per la gravità dei gesti, ma perché incrinano una convinzione rassicurante: che la violenza sia un fenomeno distante, circoscritto e confinato a margini riconoscibili. Quando a esercitarla sono ragazzi e ragazze molto giovani, quella distanza si riduce bruscamente e ci costringe a guardarci dentro, come adulti e come società.
La violenza adolescenziale non nasce dal nulla, né può essere spiegata come una semplice deriva individuale. È piuttosto il risultato di una tensione emotiva che cresce in contesti spesso segnati da fragilità relazionali, povertà di ascolto e orizzonti di senso incerti. L’adolescenza è una fase in cui le emozioni si intensificano, si sovrappongono e chiedono spazio: rabbia, frustrazione, paura di non valere abbastanza, senso di ingiustizia convivono con il bisogno di appartenenza e con il desiderio profondo di essere riconosciuti. Quando mancano luoghi e tempi per dare parola a queste emozioni, esse rischiano di trasformarsi in azione immediata, in comportamento agito, talvolta violento.
Le ricerche più recenti sulla vita emotiva degli adolescenti mostrano con chiarezza quanto la rabbia sia diffusa, soprattutto con l’aumentare dell’età. Ma la rabbia, in sé, non è solo distruttiva. È un’emozione che segnala una ferita, un limite oltrepassato, una richiesta non ascoltata. Può diventare una risorsa se incontra adulti e contesti capaci di leggerla, di contenerla e di orientarla. Diventa invece pericolosa quando resta isolata, quando si combina con sentimenti di ostilità, con la percezione che il futuro sia chiuso o irrilevante, con l’idea che nulla possa davvero cambiare.
In questo scenario, il tema dell’empatia assume un ruolo decisivo. Molti adolescenti sono ancora capaci di sentire l’altro e di coglierne le emozioni. Tuttavia, questa empatia tende sempre più spesso a essere ristretta e prossimale: funziona all’interno del gruppo dei pari, tra chi è percepito come simile, ma fatica ad allargarsi. Viviamo in un mondo che coltiva la paura in modo sistematico: paura del diverso, del fallimento, della perdita di status, dell’esclusione. In questo clima, l’altro può rapidamente trasformarsi da interlocutore a minaccia. Quando l’empatia si chiude e il confine tra “noi” e “loro” si irrigidisce, la violenza può apparire come una scorciatoia identitaria, una risposta brutale a un senso diffuso di insicurezza.
Coltivare la paura è facile. Basta alimentare narrazioni che insistono sull’emergenza, sull’allarme, sulla necessità di difendersi. Coltivare la speranza è molto più complesso. La speranza non è ottimismo ingenuo né attesa passiva: è la capacità di immaginare alternative, di intravedere possibilità, di percepirsi ancora agenti del proprio futuro. I dati mostrano che laddove la speranza è più solida, diminuiscono l’aggressività fisica e l’ostilità, cresce la capacità di regolare le emozioni difficili e di orientare l’azione in modo meno impulsivo. In questo senso, la speranza non è un sentimento “accessorio”, ma una risorsa psicosociale centrale.
Il punto, allora, non è negare la violenza né minimizzarne l’impatto, ma evitare letture che la isolano dal contesto emotivo e relazionale in cui prende forma. Dietro molti gesti violenti c’è una fatica profonda a dare senso a ciò che si prova e a ciò che si vive, ma anche una domanda implicita di riconoscimento, di guida e soprattutto di presenza adulta. Accanto alle fragilità, esistono risorse che raramente trovano spazio nel racconto pubblico: sensibilità per la giustizia, attenzione all’altro, desiderio di partecipazione, forme di solidarietà quotidiana che restano spesso invisibili.
Raccontare solo la violenza rischia di produrre imitazione e assuefazione. Raccontare anche le risorse significa invece offrire modelli alternativi, restituire complessità e quindi aprire possibilità. Se vogliamo davvero affrontare il tema della violenza giovanile, dobbiamo spostare lo sguardo e assumerci una responsabilità collettiva: investire sull’educazione emotiva a scuola, sulle politiche giovanili con azioni di governo regionali e nazionali, creare contesti in cui le emozioni possano essere riconosciute e trasformate, sostenere l’empatia perché non resti chiusa nei confini del gruppo, coltivare la speranza come pratica quotidiana e non come slogan, in famiglia e non solo, uno sforzo potrebbe essere fatto ad esempio dai media. È una sfida difficile, lenta, che chiede tempo e presenza. Ma è l’unica strada per non lasciare i giovani soli davanti alle loro emozioni – e per non limitarci, ogni volta, a reagire solo quando la violenza è già esplosa.
Adriano Mauro Ellena
Adriano Mauro Ellena, psicologo, PhD in Psicologia sociale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, è docente di Psicologia sociale e Psicologia delle relazioni interpersonali; collabora con l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo ed è membro fondatore dell’European Rural Youth Observatory (EURYO).


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