Caro Carlo Maria, forse dovevi spingere di più…

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Caro Carlo Maria,

forse dovevi spingere di più…

Certo, è facile giudicare oggi l’operato di Carlo Maria Martini, dicendo che, quando era cardinale di Milano, avrebbe potuto e dovuto fare di meglio, dimenticando però che l’oggi, ogni oggi, sarà sempre giudicato domani, e così via.
Tuttavia, sarei tentato di dire che forse doveva spingere di più, pensando ai suoi timori, paure, riserve per non provocare o mettere in imbarazzo il primato del papa.
Ma è lo stesso ruolo che frena, impone delle regole di rispetto, di prudenza, e tanto più il ruolo è grande più esso blocca il proprio pensiero e il proprio agire. E, se Martini fosse stato eletto papa, avrebbe avuto altre remore, ma sono sicuro che con tutte le paure del caso avrebbe dato un altro impulso alla Chiesa di Cristo.
Ma lo Spirito ha i suoi giri, umanamente assurdi, segue regole tutte sue, anche per spiazzarci nel nostro orgoglio.
Vorrei riflettere su alcune dichiarazioni che Carlo Maria Martini ha rilasciato nel suo libro di confidenze e confessioni: “Colloqui notturni a Gerusalemme”. Dichiara: «Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa».
Anche se, come commenta Pedro Casaldáliga (vescovo e teologo spagnolo naturalizzato brasiliano, religioso dei Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria, morto nel 2020), «questa affermazione categorica di Martini non è, non può essere, una dichiarazione di fallimento, di delusione ecclesiale, di rinuncia all’utopia delle utopie, un sogno dello stesso Dio», esprimo pur timidamente un mio dissenso, ovvero che non posso accettare che a 75 anni uno possa dire “ora non mi rimane che pregare”, come una rinuncia a lottare ancora.
Finché si ha un respiro di vita, bisogna resistere, e lottare per una società, per una Chiesa migliore. Non basta sognare “un’altra Chiesa possibile”, al servizio dell’”altro mondo possibile, se poi si tirano i remi in barca. Non conta l’età. Anzi, più si invecchia più si ha il dovere di dare l’esempio di chi lotta a oltranza.
Ma sarebbe sbagliato soffermarsi sulle ultime parole di Martini, dimenticando ciò che aveva sognato, nella certezza, che è fede, che i sogni dei profeti prima o poi si avverano.
1. “Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà”
Due parole, povertà e umiltà, che indicano la stessa cosa: distacco. Povertà anche di beni materiali, e l’umiltà è la molla per il distacco. So che è facile fare demagogia o populismo parlando di distacco dai beni materiali, come se fosse possibile una povertà assoluta, sapendo che si ha bisogno di qualcosa per vivere. Ma non credo che fosse demagogo oi populista Meister Eckhart quando parlava di umiltà, che impone sì un distacco, ma alla radice dell’essere. Si possono possedere anche cose, l’indispensabile, ma con cuore puro. Umiltà è anzitutto distacco interiore, che sradica l’ego possessivo che allarga ogni necessità materiale. Certo, non è solo una questione individuale o personale, anche le strutture dovrebbero spogliarsi del superfluo, e quanti rami inutili che appesantiscono la pianta, che fatica a crescere proprio per l’abbondanza dei suoi rami magari secchi. È necessaria anche la struttura: viviamo per forza di cose “in” questo mondo, ma senza essere “di” questo mondo: solo l’umiltà che mi spoglia del mio ego mi permette di vivere puri in questo mondo. Mi spoglia, e spoglia la Chiesa in quanto struttura. Una strutturale essenziale, come essenziale è il vivere puri “in” questo mondo. Credo che Martini si riferisse anche all’umiltà del servire gli altri, da parte di chi ha un certo ruolo di potere, e qui Cristo è stato chiaro, ma non è chiara invece l’esigenza da parte della Chiesa gerarchica di comandare, confondendo autorità con autorevolezza. L’autoritarismo fa perdere l’autorevolezza: l’autoritarismo riguarda il potere, l’autorevolezza riguarda la nobiltà d’animo. Il ruolo di per sé non è autoritario, è il potere o voler comandare che trasforma il ruolo in un autoritarismo disumano. È solo nella nobiltà d’animo che risiede l’umiltà, e l’umiltà è una virtù principe di vuole servire in ruoli anche importanti.
2. “Una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo”
La Chiesa istituzionale, se agli inizi ha cercato di non farsi condizionare dai poteri terreni, anzi è stata perseguitata, perciò sempre in stato di purificazione, dopo l’imperatore Costantino è caduta nel gioco o nell’abbraccio dei poteri più forti, ed è successo di tutto. Anche oggi la Chiesa istituzionale non può fare a meno del potere anche dei ricchi (vedi ultimamente quanto è successo con il governo di Berlusconi!). Anche qui, Cristo è stato chiaro, ma nessuno lo vuole ascoltare, trovando sempre qualche giustificazione come se i fini giustificassero i mezzi. Qui torna il problema dei beni necessari o non necessari: ma tutto diventa necessario, più le opere aumentano e si ingigantiscono. I Santi nelle loro opere assistenziali vivevano di Provvidenza, ma tutto può diventare provvidenza, anche l’offerta di un riccone che però poi metterà il guinzaglio alla libertà della Chiesa. Quando penso a certe diplomazie vaticane sto male, ma penso che stesse male anche Martini, che però nel suo ruolo forse doveva star zitto.
3. “Sognavo che la diffidenza venisse estirpata”
Mi fa specie che questa frase, quando si citano le parole di Marini, venga tralasciata. Eppure sia parla di “diffidenza”, forse lasciata nel vago, ma che purtroppo richiama tante situazioni che non sono vaghe. La diffidenza sta in casa cattolica, forse più di ogni altra casa, come un’arma micidiale per far fuori i giusti. Diffidare è il contrario di fidarsi. Spesso la diffidenza richiama il sospetto, diffidente è colui che è sospettoso. E ciò non è dovuto sempre a cautela, ma a un chiaro proposito di seminare sospetti su persone anche oneste. Basta poco, parlare sempre male di una persona, e qualcuno ci crederà. Basta una lettera anonima che arriva al proprio vescovo in cui si esprimono dubbi su un certo prete, e il vescovo magari ci casca, in ogni caso ciò genera in lui qualche sospetto sul suo prete. C’è anche tanta diffidenza tra lo stesso clero, e non parliamo di certe malelingue tra i parrocchiani che si divertono a seminare zizzania. Martini parla chiaro: la diffidenza nella Chiesa andrebbe “estirpata”.
4. “Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto”
Qui dovrei scrivere un libro. Dire solo qualcosa mi sembrerebbe veramente poco, e non riuscirebbe a dare nemmeno una minima impressione di quanto la Chiesa istituzionale sia stata nel passato, e tuttora lo sia, nemica o semplicemente insofferente quando si tratta di dare qualche spazio in più alle persone diciamo intelligenti o pensanti. Preferisce rivalutare un passato di dissidenza, ma quando ormai non porterebbe nulla di positivo, ma servirebbe solo come ipocrita ammissione di qualche sbaglio di vedute. Mettere un cappello sui dissidenti, dopo che sono morti da centinaia e centinaia di anni, è l’arte ipocrita anche della Chiesa cattolica. Eppure gli spiriti liberi non possono essere incapsulati, ma possono ancora, anzi più di prima, essere sepolti sotto montagne e montagne di oblio, e soprattutto il loro ricordo, opera di mal intenzionati, serve anche con solennità rituale o ben calibrata far rivivere un pensiero ma sullo schema ideologico della chiesa istituzionale o del mondo politico. Ma il vero problema è l’oggi, e non il passato: oggi andrebbe dato più spazio agli spiriti liberi. E pensare in grande farebbe bene alla stessa chiesa istituzionale, non più costretta a confrontarsi con il mediocre o con lo scontato, col il rischio di non essere all’altezza dei tempi. Eppure la Chiesa parla in continuazione, soprattutto oggi, di “segni dei tempi” da saper scoprire o cogliere per dare alla Buona Notizia quella attualità, già insita nel Verbo eterno di Cristo, che si è incarnato per donarci sulla Croce il suo Spirito. La Chiesa istituzionale è partita subito male, chiudendosi dottrinalmente man mano passava il tempo e si strutturava carnalmente. E più si ingrossava, più reprimeva gli spiriti liberi. Dovremmo aprire la storia tragica dei cosiddetti eretici, dei mistici e gli spiriti liberi, emarginati o uccisi. Dagli errori del passato la Chiesa ha imparato qualcosa? Certo, ma sempre con i piedi di piombo, e concedendo quel minimo spazio di libertà sufficiente per salvare la propria faccia.  Ancora oggi ci sono censure, condanne, minacce, scomuniche, ma è sempre più difficile controllare tutto, in un caos generazionale che oramai fa acqua da tutte le parti. Tuttavia, qualcuno bisogna pur colpire, e talora si colpisce il più onesto. Certo, c’è da dire una cosa: se è cero che durante le persecuzioni la Chiesa si purificava, è anche vero che quando è la stessa Chiesa a perseguitare i suoi, allora sorgono veri profeti, uomini e donne nobili, spiriti liberi. Se un papa dovesse di più ascoltare gli spiriti liberi, se i vescovi delle varie diocesi dovessero dialogare con i preti dissidenti, qualcosa di nuovo potrebbe succedere in questa chiesa che va avanti talora per inerzia o magari programmando una infinità di cose e cose, ma senza dare più libertà d’azione, anche come pensiero, alle anime più aperte e coraggiose.
5. “Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori”.
Anche qui il discorso si farebbe lungo, e problematico. Chi sono i piccoli? Come intendere i peccatori? Non credo che la Chiesa istituzionale, soprattutto nel passato, su questo punto sia venuta meno al suo dovere di aiutare i più deboli, i più fragili, gli ammalati, creando centri di assistenza e anche ospedali, e anche istituendo scuole per i ragazzi e i giovani; anzi, se devo dire una cosa, è stato questo il suo vanto, anche perché non solo tutto questo non creava problemi come invece creava la dissidenza, per cui gli impegnati nel campo assistenziale o sociale sono sempre stati, e lo sono tuttora, elogiati a differenza dei dissidenti o spiriti liberi che sono sempre stati come spine nel fianco. Parlare di peccatori richiederebbe diversi chiarimenti sul termine “peccato”, e qui le problematiche sarebbero tante. Solo una cosa. Forse la Chiesa oggi, che sembra con questo papa più aperta, dovrebbe essere più scaltra o diplomatica: non usare documenti, che suscitano subito clamore anche mediatico, ma lasciar fare, chiudendo un occhio sulle esperienze di preti più aperti, così da creare col tempo un’usanza o abitudine che sarà più accettata. I fondamentalisti si irritano subito al pensiero che un documento ufficiale della Chiesa abbia introdotto qualche novità, ad esempio nel campo dei gay o altro. Certo, oggi ci chiediamo chi sono i peccatori, visto che anche la sola idea di peccato sembra scomparsa dalla coscienza anche dei credenti. Già, il peccato! Basterebbe dire, come Sant’Agostino, che è la mancanza di un bene, e allora forse si risveglierebbe l’idea che tutto è peccato, se è vero che oggi tutto è una rincorsa a beni effimeri, che non permettono al bene di realizzarsi in pieno.
6. “Sognavo una Chiesa giovane”
Sembrerebbero parole scontate, ma dette o scritte da Martini non lo sono. Già al tempo di Martini era vivo il problema ad esempio della formazione seminaristica di giovani in preparazione al Sacerdozio. Anche allora i preti giovani creavano problemi. Oggi sembra che questi giovani escano dai seminari con la testa fasciata (sembrerebbe un paradosso!) oppure appena ordinati subito si buttano nelle braccia dei social. E mi hanno garantito che sono assistiti da uno psicologo (noi avevano i Padri spirituali, ed erano un’altra cosa!). Mi verrebbe da dire che la Chiesa, se sta ancora in piedi, lo si deve ai preti più anziani. Tirano la carretta con un senso del dovere che ai miei tempi era teutonico. Si era sul posto di lavoro, senza eccezioni. Gli oratori erano il segno di vocazione diocesana, come diceva il cardinale Ildefonso Schuster. Oggi gli oratori sono abbandonati da preti giovani che pensano a evadere in cerca di consolazioni migliori, e poi ci lamentiamo che il fenomeno dei ragazzi e dei giovani sia particolarmente allarmante. Sui giovani i discorsi si sprecano! Ci vuole ben altro che tenere convegni o incontri con esperti in materia. I giovani li abbiamo già persi, o li stiamo perdendo, perché a loro educatori e preti hanno offerto ben poco in valori che contano. Potrei continuare all’infinito. Una cosa sola: avere il coraggio, questo sì, di parlar loro di quel grande pensiero che è nato nell’antica Grecia, e che lo stesso Cristo ha poi ripreso. Giusto impegnarli in qualche servizio sociale, ma non basta. È l’intelletto da svegliare, da coltivare, man mano cresce l’età e si affronta seriamente la vita.
23 marzo 2024
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

Lascia un Commento

CAPTCHA
*