Non solo Niscemi. Più di mille frane in Italia, il Paese con i piedi d’argilla

da la Repubblica
28 marzo 2026

Non solo Niscemi. Più di mille frane in Italia,

il Paese con i piedi d’argilla

di Fiammetta Cupellaro
Da Nord a Sud sono state censite 632 mila frane, mille attive. E le zone a rischio crescono a causa di clima e incuria. Quando i soldi ci sono, è la burocrazia a rallentare i cantieri. Ne usciremo? Qualcuno ci prova, dal basso
«Da giorni pioveva, ma non era solo acqua. Era come se tutta la montagna si fosse messa in movimento». È la notte tra il 5 e il 6 maggio 1998 quando una frana di due milioni di metri cubi di fango e roccia si abbatte sulle case di Sarno, alla velocità di cinquanta chilometri orari. Muoiono 161 persone. Per l’Italia, il più grave disastro idrogeologico dal Vajont: dopo, siamo passati dalla gestione dell’emergenza alla consapevolezza che serve una pianificazione dei rischi, mettere vincoli più severi su dove e come costruire strade e case, monitorare rocce e terreni per evitare che vengano giù al primo temporale.

Un numero record

Nonostante i passi avanti, l’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di frane censite: 632 mila. Sarà per le caratteristiche del territorio (al 75 per cento montuoso e collinare ma “immerso” nel Mediterraneo); sarà perché continuiamo a consumare suolo senza cautele o per via del cambiamento climatico e dell’abusivismo: secondo l’Ispra le aree a rischio aumentano e oggi sono il 15 per cento in più rispetto al 2021.
In questo stato di normalità solo apparente vivono sei milioni di persone: 1,3 milioni abitano in zone “ad alta pericolosità”, con la terra che gli scivola sotto i piedi o quasi. Come a Niscemi, dove la frana si è portata via 4 chilometri di collina con case, strade e pure una chiesa. Niscemi ci ha ricordato che siamo un Paese con i piedi di argilla.
Se migliaia e migliaia sono gli smottamenti, i crolli, le erosioni, le valanghe anche superficiali ‒ che tolte le pianure vuol dire in media 3 “episodi” ogni chilometro quadrato ‒ non tutte le frane sono attive. Oltre mille però “si muovono” e sono sotto osservazione.
Spiega Carla Iadanza, ricercatrice dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), ente che ha pubblicato il rapporto sul Dissesto idrogeologico in Italia: «Si tratta di frane attive che hanno già prodotto danni a persone, edifici, alla rete ferroviaria e stradale. Vengono monitorate con sensori superficiali e di profondità, per misurare la pressione dell’acqua nel sottosuolo e valutare gli spostamenti del terreno. I dati trasmessi in tempo reale alle centrali operative consentono di intervenire in caso di superamento di soglie critiche. I fattori più a rischio sono le precipitazioni brevi e intense, i terremoti, le esondazioni e le mareggiate, ma anche la costruzione di nuove strade, scavi, l’abbandono delle aree rurali. Poi c’è la disinformazione. Non conoscere il rischio idrogeologico del territorio dove si vive è pericoloso. La consapevolezza salva vite e protegge i beni».
Per questo l’Ispra ha voluto rendere accessibili e gratuite le informazioni sul dissesto ed è nata IdroGeo, una piattaforma dove consultare e scaricare mappe e dati per capire se la propria casa o azienda si trova in una zona complicata dal punto di vista ambientale. In Italia le frane sono anche una storia che si ripete. Ogni volta un po’ più prevedibile, forse evitabile.
Come il 5 gennaio 2021 a Bolzano, quando una parete di roccia precipita dal Monte Tondo sull’hotel Eberle. Oppure a Camogli, dove gli abitanti dopo giorni di mareggiate, hanno visto staccarsi una falesia e trascinare in mare il cimitero monumentale. Uno choc.
A Ischia è quasi una tragedia annunciata quella che il 22 novembre 2022 coinvolge Casamicciola. Sull’isola piove come non accadeva da decenni. Improvvisamente, dal Monte Epomeo si stacca una frana che a gran velocità percorre un chilometro piombando sulle case: 12 vittime.
In Italia c’è anche una città che convive con questo rischio: Ancona, appena nominata capitale della cultura italiana 2028. Il 12 dicembre 1982 una frana di 340 ettari ha distrutto interi quartieri. Ma non è finita, si muove lentamente. Viene monitorata da pluviometri, sensori che controllano anche la minima accelerazione.
Qualche volta le frane diventano un’attrazione turistica, come a Civita di Bagnoregio, “la città che muore”: la collina argillosa su cui poggia si sta sgretolando. E poi c’è l’incredibile storia della Val Chiavenna dove, a maggio 2018, 12 mila metri cubi di roccia sono piombati sul Santuario di Gallivaggio colpendo chiesa e campanile. Il complesso storico però è rimasto in piedi e sono iniziati i lavori di restauro. Un miracolo.
La gestione del rischio poggia su un equilibrio precario tra prevenzione e risorse limitate. Il ministero dell’Ambiente ha stanziato circa 20 miliardi in 25 anni: in media 800 milioni all’anno. Vista la fragilità diffusa, la spesa è cresciuta fino a tre miliardi annui, ma solo per mettere in sicurezza il Paese (report ReNDIS) di miliardi ce ne vorrebbero 26. C’è poi il paradosso dello squilibrio tra risorse stanziate e opere realizzate: su 25.539 cantieri finanziati, solo il 34 per cento risulta concluso, il 12 è in fase di esecuzione, il 19 è ancora al progetto, il 34 per cento è tutto da avviare. Colpa della burocrazia e della frammentazione delle competenze.
Il primo presidio sono Comuni e Regioni, ma spesso il confine tra competenze e responsabilità si fa incerto e i piani di assetto idrogeologico restano solo una dichiarazione di intenti.

Le nuove parole d’ordine

«Quante Niscemi devono accadere perché tutti capiscano che un Piano straordinario di manutenzione del territorio è la prima opera pubblica di cui c’è bisogno? Resilienza e adattamento alla crisi climatica devono essere parole d’ordine delle scelte quotidiane, individuali e politiche», riflette Francesco Vincenzi, presidente di Anbi, l’associazione che coordina gli enti per la gestione dell’acqua e la sicurezza idrogeologica. Soldi e progetti, sì, ma serve anche altro. Per Fabio Ciciliano, capo del dipartimento della Protezione civile, gestire le emergenze e organizzare quella che chiama “prevenzione non strutturale” viaggiano parallele: «Passo dopo passo, dobbiamo far crescere una comunità consapevole, la cultura della prevenzione va trasformata in gesti quotidiani. Fondamentali sono la conoscenza e l’informazione».
La Protezione civile punta sui giovani: «Organizziamo sempre più incontri nelle scuole, spiegando ai ragazzi come comportarsi in caso di emergenza, come rispettare il territorio e riconoscere i segnali di pericolo. In questo modo trasmettiamo informazioni anche alle loro famiglie». Colpisce che gli studenti a questi incontri vadano volentieri. «Abbiamo cambiato linguaggio. Non solo scienza, ci siamo rivolti ai fumetti».
Nelle scuole hanno distribuito la serie L’attimo decisivo (scaricabile gratis dal sito che ha lo stesso titolo), che comincia così: «Basta un attimo… e il mondo ti cade addosso». Proprio vero.
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