La destra e l’incoscienza del limite

Roma, 28 marzo: il corteo “No Kings” (reuters)
da la Repubblica
29 MARZO 2026

La destra e l’incoscienza del limite

di Ezio Mauro
Giorgia Meloni non si è accorta che stava andando oltre. Non perché l’ordinamento della magistratura sia intoccabile, ma perché il modo in cui ha brandito la questione ha dato l’impressione al Paese di una volontà di alterare l’equilibrio tra i poteri
Nascosta dal canto unanime che celebrava una stagione invincibile, giocata tutta all’attacco, c’era in realtà molta sabbia negli ingranaggi della destra che ci governa, se il voto del referendum sulla separazione delle carriere non è stato solo una sconfitta ma un fallimento, con la rivelazione improvvisa di un motore imballato, ormai quasi fuso, comunque fermo e ansimante in tutti i suoi pezzi.
Questa è la vera causa del rovescio elettorale, non la conseguenza. Polarizzato nella semplificazione della sua logica binaria, convocato su un tema fortemente divisivo, un referendum è spesso un’incognita per entrambe le parti che sanno di assumersi un rischio con il voto, e sovente nasconde la vera misura del “sì” e del “no” anche ai sondaggi.
Ma questa volta le urne hanno rivelato qualcosa di più dell’esito numerico e persino politico: esattamente la perdita di contatto tra le ambizioni della destra e il sentimento del Paese, la percezione sbagliata di una sintonia smarrita, la consumazione anticipata di una leadership battagliera che si è spinta troppo avanti, senza accorgersi che le truppe non la seguivano.
Questo e non altro dovrebbe essere il tema di riflessione della destra italiana, che invece si accontenta dei botti periferici offerti al popolo con lo spettacolo della pubblica decapitazione di personaggi di seconda fila, pur di salvare il tabernacolo del potere, sperando invano di conservarlo intatto. Mostrando invece, tutti insieme, l’affanno, l’istinto di conservazione, la fretta che rivela l’ansia e la scelta delle cure palliative invece del vaccino prima e del bisturi poi, quando è il caso.
Eppure quanto è accaduto, le scelte che lo hanno determinato e le responsabilità che ne derivano sono facilmente riassumibili in una formula: l’incoscienza del limite. Giorgia Meloni non si è accorta che stava andando oltre. Non perché l’ordinamento della magistratura sia intoccabile, ma perché il modo in cui ha brandito la questione ha dato l’impressione al Paese di una volontà di alterare l’equilibrio tra i poteri: appena camuffata dietro la tecnicalità del quesito, del cosiddetto “merito” oscurato dallo stesso governo quando scagliava insulti e accuse alla magistratura quasi fosse un ordine eversivo e criminale.
Ecco cosa significa andare oltre: non vuol dire che la Costituzione sia intangibile ma che non si cambia a colpi di piccone, auto-inibendosi ogni ricerca di un terreno minimo di condivisione con l’opposizione in Parlamento e nel Paese. Di più: la destra non si è accorta che denunciando i magistrati come antagonisti consapevoli del governo, dunque soggetti politici pericolosi e inaffidabili, travolgeva il principio e il controllo di legalità, come se la politica chiedesse al referendum di darle mani libere nell’esercizio del potere.
In sostanza la destra non ha capito che la democrazia costituzionale non è — per chi viene da fuori, come cultura originaria — una casa in affitto che si può abitare senza rispettare le regole del condominio: la democrazia obbliga. Obbliga a riconoscersi in un sistema condiviso, con norme e codici comuni e soprattutto con la disponibilità di ognuno di riconoscere dei limiti all’espressione della propria libertà, per renderla compatibile con la libertà degli altri. Vale per gli individui nella società, e vale per i poteri nelle istituzioni.
Considerare la propria potestà — legittima — libera dai vincoli generali che riguardano invece i poteri concorrenti significa renderla illegittima nella pretesa di instaurare una primazia, assegnando al governo una posizione di supremazia all’interno del sistema, e superando così il disegno costituzionale. Per calcolo o per errore, ma certo seguendo il suo istinto, la destra ha trasmesso questa immagine di sé nella campagna elettorale, man mano che si allontanava dai temi della riforma per chiedere ai cittadini di aiutarla a regolare i conti con il potere giudiziario, tagliandogli le unghie.
Questo non significa che gli elettori abbiano ribaltato lo schema, assegnando con il voto un plusvalore alla magistratura e trasformandola — dalla sponda opposta — in un protagonista diretto della vicenda politica. Credo che nessuno tra i cittadini del “no” pensi a una repubblica in mano ai magistrati, e cioè a un’eccezione costituzionale clamorosa.
Dunque questa lettura del risultato del referendum è senza senso e non aiuta a capire, come le accuse preventive a una magistratura che grazie al “no” dopo il voto avrebbe liberato «stupratori, pedofili, spacciatori, immigrati illegali», con il contorno di «figli strappati alle madri» mentre gli antagonisti «devastano le stazioni». È Meloni che parla, e sembra Nostradamus. Fallita l’apocalittica profezia, è chiaro a tutti che in una democrazia liberale la politica deve sedere a capotavola, dare le carte e governare il mazzo, perché ha la responsabilità e l’autorità per disciplinare i contrasti tra gli interessi particolari legittimi in nome dell’interesse generale.
Ma appunto, questo esercizio supremo del potere richiede responsabilità. Se la premier cerca il limite smarrito lo trova in questa parola, come hanno ben inteso i cittadini, che hanno colto nella gestione governativa del referendum un tono e una sostanza semplicemente irresponsabili, tanto da rendere la riforma elemento di scompenso e di disordine. Cioè il governo non si è fatto carico della tenuta e dell’equilibrio complessivo del sistema, trasformandosi in parte contro un altro potere accusato di essere parte.
Governi che rompono l’ordine abusando della loro potestà e tentano di arricchirla cercando quote supplementari di potere fuori dalla Costituzione, richiamano fortemente l’ombra di Trump, considerato oggi dall’opinione pubblica più un distruttore che un costruttore di un nuovo equilibrio mondiale: la destra è riuscita a estendere quell’ombra fin sulle coste d’Italia. Serve altro per capire?
Dunque il vero risultato del referendum è la scoperta che esiste nei cittadini una coscienza del limite, misura concreta e quotidiana della pratica democratica che anche il potere scelto dal popolo è tenuto a rispettare, perché è una risorsa: proprio in questa difesa silenziosa del vincolo di responsabilità civica, infatti, sta lo spirito repubblicano residuo del Paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune.
Se dovessimo trovare una formula che riassume tutto questo, potremmo dire che il limite è precisamente nel punto in cui la politica diventa ideologia, imponendo uno schema alla realtà: che qualche volta si vendica.

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