Omelie 2026 di don Giorgio: DELLE PALME

29 marzo 2026: DELLE PALME
Is 52,13-53,12; Eb 12,1b-3; Gv 11,55-12,11
La Settimana Santa inizia la domenica detta “Delle palme” e anche detta della “Passione del Signore”. La Liturgia unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio della passione. Fin dall’antichità si commemora l’ingresso del Signore in Gerusalemme con la solenne processione, con cui i cristiani celebrano questo evento, imitando le acclamazioni e i gesti dei fanciulli ebrei, andati incontro al Signore al canto dell’«Osanna».
Ci sono due schemi per la Celebrazione della Messa: lo schema con brani che riguardano l’ingresso di Gesù (in ogni caso, una sola Messa in ogni parrocchia) e lo schema con brani inerenti alla Passione. Nel rito romano si legge tutto il racconto della passione del Vangelo secondo Matteo.
Un chiarimento. In realtà non si tratta di due aspetti diversi, come se la Liturgia ci invitasse a rivivere prima la gioia della gente e dei bambini all’ingresso di Gesù nella Città Santa, e poi ci ricordasse i momenti tragici della Passione.
Già nella Passione di Gesù dovremmo cogliere il momento della Gloria, come evidenzia l’evangelista Giovanni. Non si tratta certo di una gioia emotiva, come quella con cui noi preti riusciamo a trasformare in una sceneggiata il gesto di Gesù che entra in Gerusalemme, che del resto contiene già tensioni varie per le dure critiche dei capi ebrei nel vedere l’esultanza della gente e dei più piccoli, che cantavano “Osanna” al passaggio di Gesù seduto su un asinello, già questo provocatorio.
La gente è tentata sempre di “scomporre” invece che di “ricomporre”. Prende il gesto di Gesù che entra in Gerusalemme e ne fa un momento di esultanza, anche fuori posto, prendendo poi il rametto di ulivo sia come un talismano e anche come simbolo generico di pace buonista. E poi, il Venerdì santo, ecco che si sente il bisogno di andare a baciare il crocifisso scaricando su di un pezzo di legno tutte le proprie sofferenze e frustrazioni.
Ecco perché la Settimana Santa va vissuta nella fede più pura. Quando si parla di fede pura non significa dimenticare che siamo anche corpo e psiche. Significa invece che forse soprattutto come corpo e come psiche non dovremmo dimenticare di essere spirito, ed è nello spirito che troviamo la grazia di vivere la passione nella luce della risurrezione.
E c’è chi lo riconosce, confessando di avere poca fede, o addirittura di aver perso la fede, come se la fede dipendesse dai nostri stati d’animo.
E allora possiamo, anzi dovremmo dire che tutto è luce, anche quando le tenebre avvolgono soffocandolo il mondo intero. Gesù a Marta, sorella di Maria, ha detto: “Io Sono la risurrezione e la vita”, in un momento particolarmente doloroso per la morte del fratello Lazzaro.
Carlo Maria Martini ha definito la risurrezione di Cristo uno “scoppio di luce”, ovvero un’improvvisa e dirompente irruzione di luce divina che sconfigge la morte e dà un nuovo senso alla vita. Cerchiamo di capire le parole del cardinale. Dire “scoppio” fa pensare a qualcosa del tutto eccezionale, quasi un evento a sé, dimenticando che da uno scoppio di luce può succedere di tutto. Basterebbe anche solo pensare a un grande falò da cui si sprigionano numerose scintille. In realtà, come sembra dire l’autore sacro della Genesi, da quel “Fiat lux!”, le prime parole del Creatore, è scaturito l’universo, e una fiammella Dio l’ha deposta in ogni essere umano. I Mistici medievali la chiamavano “scintilla “divina”, ed è qui la nostra energia vitale. La fede pura attinge a questa “scintilla divina”, da cui emanano altre scintille sempre più numerose tali da soffocare quell’ego che si gonfia in alcuni in modo così brutale da far star male tutti gli altri. Voi capite, io no, il gusto satanico di far stare gli altri?
Dunque, rivivere la Settimana Santa in tutti i suoi aspetti, che sono come una gamma di sofferenze e di gioie, di tenebra e di luce, richiede una fede lucida, che non è solo un insieme di riti, di canti e anche di giochi di luce, ma dietro tutto questo ci deve stare la certezza che Cristo muore per risorgere. Tutto è armonia ma nella luce, da cui proviene la vita.
Certo, occorre preparare bene i riti della Settimana Santa, e anche qui quanta trascuratezza da parte dei preti che forse non si rendono ancora conto di come la gente rimanga affascinata dalla bellezza dei riti liturgici, la cui antichità dovrebbe già richiamare quella fede di un popolo che accorreva in massa in chiesa, proprio perché sapeva di attingere a una sorgente di grazia divina. Ma successe che, da parte della Chiesa gerarchica, nei suoi parroci, una parte quasi preponderante venisse data alle confessioni sacramentali riducendo così la centralità del Mistero pasquale, come se questo fosse solo un contesto o una opportunità da sfruttare al massimo per obbligare i cristiani ad accostarsi alle confessioni individuali, e già da quando ero prete giovane inorridivo pensando a una simile deformazione. Ne ho viste di assurdità, di usanze allucinanti, come quando, il giorno di Pasqua, alle prime luci dell’alba, trovavo in sacrestia numerosi uomini insofferenti per volersi confessarsi, e succedeva che poi ricevevano in fretta la comunione prima della Messa (durante non era possibile), prendevano il santino che era sulla balaustra (da esibire alla moglie per l’obbligo osservato), per poi andare a casa senza assistere alla Messa.
Certo, poi è arrivato il Concilio Vaticano II che ha tolto l’obbligatorietà del latino che ha lasciato il posto alla lingua “volgare”, quella parlata dal popolo, ridando alla Messa la sua essenzialità, come mensa della Parola e mensa eucaristica, ma l’usanza quasi maniacale delle confessioni pasquali è rimasta come un chiodo fisso per tanti preti, e pensare che la prima parte della Messa, l’Atto penitenziale, se compiuto con fede, rimette ogni peccato, tranne quelli gravi. Basterebbe rivalutare questo Atto penitenziale per risolvere tante cose (pensate anche ai ragazzi), e così ridare più importanza al Mistero eucaristico, o, è la stessa cosa, al Mistero pasquale da rivivere soprattutto nel Triduo pasquale con fede, che ci coinvolge come corpo, come psiche e come spirito.
Insisto. La Settimana Santa, se è vero che viene dalla Liturgia chiamata Autentica, ovvero come la Settimana esemplare, Settimana madre, da cui prendono luce e grazia tutte le settimane dell’anno, allora spogliamola di ogni folclore, di ogni fogliame, che disturba l’essenzialità del Mistero, ridando ai riti liturgici la loro bellezza interiore.
Ma noi preti quando capiremo di tornare ad essere seri, ovvero ministri di un Dio che è Sorgente di Grazia, evitando di cadere ancora in banalità pastorali e liturgiche davvero dissacranti e quasi blasfeme. E pensare che soprattutto oggi la nostra gente ha bisogno di una Sorgente di Acqua pura. E noi preti quali possibilità divine offriamo all’uomo d’oggi già debole, precario, anche depresso, confuso, disorientato? Qualche surrogato? Ma Cristo è morto per darci dei surrogati? Che preti siamo?

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