La carità o il pensiero?

L’EDITORIALE
di don Giorgio

La carità o il pensiero?

Il 25 gennaio scorso il Segretario di Stato, cardinal Pietro Parolin, ha presieduto la Messa nella cattedrale di Copenaghen in qualità di legato pontificio alle celebrazioni del XII centenario dell’inizio della missione di Sant’Ansgar in Danimarca. Il cardinale ha ricordato l’attualità della figura del monaco benedettino in un mondo ferito da nuove forme di schiavitù – economiche, culturali, spirituali – e segnato dall’esclusione e dall’indifferenza
Una breve notizia sul monaco che per me fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto.
Sant’Ansgar, conosciuto come l’Apostolo del Nord, nacque vicino ad Amiens, in Francia, nell’801. Fu educato nel monastero benedettino della Piccardia e in seguito divenne abate di Nuova Corbie, in Westfalia. Nell’832, Ansgar fu nominato vescovo di Amburgo e gli fu affidata la missione di evangelizzare Danimarca, Norvegia e Svezia. Il suo eccezionale talento per la predicazione fu accompagnato dalla provvidenza divina. Quando il superstizioso re di Svezia decise di tirare a sorte per stabilire se i missionari cristiani sarebbero stati ammessi nel suo regno, Ansgar affidò il risultato a Dio e il risultato fu favorevole. Uomo di profonda umiltà e ascetismo, Ansgar indossava una camicia di pelo ruvido, viveva di pane e acqua e mostrava grande carità verso i poveri. Morì nell’865, pianto da tutto il Nord Europa. Come primo missionario in Svezia e organizzatore della gerarchia ecclesiastica nei Paesi nordici, Sant’Ansgar fu dichiarato Patrono della Scandinavia.
Nella sua omelia Pietro Parolin ha detto tra l’altro: «La Chiesa resta credibile non grazie al potere, ai numeri o alle strategie, ma quando la fede diventa testimonianza vissuta, espressa e tradotta in atti concreti di liberazione, giustizia e misericordia che restituiscono dignità e aprono cammini di vera libertà», E ha ricordato anche che il monaco Sant’Ansgar per prima cosa aveva riscattato la libertà di alcuni schiavi. Il suo gesto, in un mondo “ferito da nuove forme di schiavitù – economiche, culturali, spirituali – e segnato dall’esclusione e dall’indifferenza”, parla ancora oggi con “rinnovata attualità”.
Siamo sempre al solito punto: che importanza dare alla carità? Lo stesso Sant’Ambrogio aveva venduto i calici d’oro sacri della Chiesa per riscattare i prigionieri e gli schiavi, sostenendo che l’oro della Chiesa serve a soccorrere chi ne ha bisogno, non ad essere custodito. Una scelta anche discutibile, che però è fortemente provocatoria, e naturalmente d’emergenza.
Ma il mio problema è più di fondo. Ripeto la domanda: che importanza deve la carità assistenziale nella Chiesa? Se siamo oggettivi, nella Chiesa, fin dalle sue origini ha dato una importanza alla carità: pensate “alla mensa dei poveri”, la cui assistenza ha richiesto l’istituzione dei sette diaconi, lasciando agli Apostoli più tempo e più energie per dedicarsi all’annuncio del Vangelo, anche tra i pagani. Non dimentichiamo che gli stessi diaconi, ad esempio Stefano e Filippo, si erano dedicati anche alla predicazione. E non dimentichiamo che anche presso i pagani e gli ebrei c’era la mensa per i poveri.
Se gli Apostoli hanno ritenuto opportuno, anzi necessario, dedicarsi di più alla preghiera e alla predicazione, un motivo c’era: sì, l’assistenza ai bisognosi è importante, ma ancor più importante è annunciare la Lieta Notizia, la quale comporta l’uguaglianza tra tutti gli uomini, e sarà questa lieta notizia che darà un colpo mortale alla schiavitù su cui era fondato l’Impero romano. Ai Romani non interessava tanto che i cristiani pregassero, o che assistessero i poveri, ma purché le loro nuove idee non sovvertissero l’ordine romano, fondato sulla forza e sul potere.
Erano perciò le nuove idee a dar fastidio ai Romani, che ricorsero alle persecuzioni. Motivo: i cristiani creano disordini. Per le loro idee!
E che cosa poi succederà nella stessa Chiesa istituizionale? Saranno le nuove idee degli spiriti liberi a incutere paura alla struttura ecclesiastica. Mai sentito che la Chiesa perseguitasse i benefattori o coloro che si impegnavano nel mondo caritativo o assistenziale. E succede ancora oggi. Nessuno di loro è stato mandato al rogo. Perseguitati dalla stessa Chiesa sono stati gli spiriti liberi, coloro che annunciavano un Vangelo radicale.
Nella stessa Chiesa cattolica è successo che a suscitare paura e perciò a difendersi da loro, sono stati coloro che pensavano in grande, al di là di ogni struttura, ma sono stati visti come una minaccia ai dogmi. E a salvare la sua faccia sono stati proprio i santi della carità, i creatori di ospedali o di opere assistenziali.
Certo, nessuno vorrebbe mettere in antitesi o in contrasto tra loro la carità e il pensiero. Ma c’è di più. Il pensiero, quando è lucido, attinge all’Intelletto divino, illumina l’agire anche nel suo modo di fare carità. Non basta compiere qualche gesto di bontà, si può anche sbagliare ad aiutare i poveri. E ogni povero, anche in senso materiale, non ha solo bisogno di un po’ di pane materiale. La cosa più errata è creare in lui desideri di un avere che va al di là del necessario.
E allora vorrei dire che è più difficile educare la gente a riflettere, a pensare, a rientrare in sé per togliere l’inessenziale per dare spazio allo Spirito.
Forse dovremmo chiederci: non è che per aver educato male i poveri, assistendoli in modo sbagliato, che li abbiamo rovinati? E i risultati non sono forse sotto i nostri occhi? Altrimenti, vuol dire che noi stessi siamo del tutto fuori, e perciò i primi a dover essere rievangelizzati.
Ciò che manca nella Chiesa soprattutto di oggi non sono i testimoni della carità, ma il genio che un tempo illuminava anche i secoli bui.
31 gennaio 2026
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