VERSO UNA NUOVA COMUNITÀ CRISTIANA DI BASE: Al Dio ignoto/17

baseignoto
di don Giorgio De Capitani
Concludendo questa serie di articoli su una nuova eventuale Comunità Cristiana di Base, vorrei riassumere quanto ho detto.
Anzitutto, bisogna partire dalla base, il che significa evitare di cadere nella solita tentazione di creare una elite, per di più intellettualoide, che parla parla, discute discute, scrive scrive e poi, in pratica, non fa nulla. Queste elite da salotto servono a ben poco, e tanto meno a incidere sulla mentalità della gente comune, la quale resta isolata, anche perché parla un altro linguaggio, che non è quello astruso degli eletti perditempo.
Certo, partire dalla base significa avere una grande pazienza: ci vuole tempo, tanto tempo a educare la massa ai grandi valori, soprattutto se è stata abbandonata a se stessa, lasciata di proposito ai margini, e questo perché al potere in genere, anche alla Chiesa, fa comodo, estremamente comodo, lasciare il popolo “ignorante”. E questo avviene anche nel campo politico!
La coscienza! La coscienza non consiste solo nel fare il proprio dovere, se tale dovere non è altro che la volontà del potere.
Occorre prendere coscienza di ciò che si è. L’essere sfugge ad ogni potere, per questo fa paura, e per questo il potere lo domina, soggiogandolo con la virtù dell’obbedienza.
In ogni caso, la coscienza non è, come purtroppo oggi succede, liberarsi finalmente dal potere per vivere così una vita più indipendente, quasi una rivincita sull’autoritarismo del passato. Oggi si è passati dalla sudditanza di un certo potere ad un’altra sudditanza, quella del conformismo più deleterio. Questa sudditanza è entrata nell’animo, per cui sono saltate anche quelle riserve che il potere esterno può creare. L’autoritarismo esteriore stimola, se non altro, delle autodifese interiori. Il conformismo moderno uccide l’anima. 
Non sono, dunque, convinto che oggi la gente sia più cosciente! Essa vive tuttora la coscienza come un fatto epidermico: fare i propri comodi! Ed agisce così, tra tradizionalismi e paure da una parte, ed eccessi di in-coscienza dall’altra.
Il popolo di Dio continua normalmente a vivere di tradizionalismi, e poi, nella vita pratica, si comporta nell’anarchia più incontrollata. E questo per comodità!  È difficile parlare di valori umani alla gente di oggi. Non è mai stata educata, e, appena vede cadere gli steccati dell’ovile, esce impazzita alla ricerca caotica del paradiso proibito.
La rivoluzione non deve partire dall’alto, dai vertici, ma dalla base. Ma la base richiede educatori, saggi, profeti coraggiosi e aperti. Il lavoro è lungo, ma deve essere costante. Deve coinvolgere l’intera base, l’intera comunità.
Parlavo di coscienza. Ma che cos’è la coscienza? Qui sta il punto. Che significa prendere coscienza di ciò che si è? L’essere non è palpabile, visibile, soggetto a emozioni, a passioni. L’essere è incomunicabile. E qui il popolo di Dio si blocca. Non capisce. Inizia a fremere. Torna al proprio ovile.
Se prima i capi del popolo soggiogavano con l’analfabetismo e la virtù dell’obbedienza, oggi i nuovi leader soggiogano le masse allo stesso modo: la gente è ancora ignorante e si fa infinocchiare dal carisma del capo banda.
Ed ecco i Movimenti ecclesiali, ecco i nuovi Movimenti politici che non educano il popolo ai valori della coscienza, inculcando invece presunti diritti e svuotando il senso del dovere.
Questa non è vera rivoluzione! Questa è involuzione!
La rivoluzione parte dalla coscienza, che è auto-coscienza di ciò che si è, in tutta la sua realtà più profonda. E torno su questa vera identità individuale, anche se il popolo momentaneamente fugge, rifugiandosi nel solito mondo banale e ipocrita, sul carro tirato da buoi agli ordini di mercenari senza scrupoli.
Non spaventiamoci, sfidiamo il popolo, mettendolo di fronte alle proprie responsabilità, che vanno oltre il banale quotidiano, l’immediatezza di una esistenza parassitaria.
E se dobbiamo parlare di una nuova Comunità Cristiana di Base, la prima cosa da fare è rivedere la concezione del dio della religione. Il dio-potere va detronizzato. Al suo posto non dobbiamo mettere alcun altro dio. Bisogna partire daccapo. Azzerare ogni concezione religiosa, oltre che ogni struttura religiosa. Tutto il castello che rappresenta il mondo della fede va distrutto. Bisogna rientrare dentro di noi: da qui, dal nostro essere dove l’Essere divino ha posto la sua dimora, partirà il grande ribaltamento.
Certo, il castello si sgretolerà a poco a poco, ci vorrà tempo e pazienza, ma la prima cosa da fare è scoprire dove sta il vero Dio. Una volta intuito, le cose si vedranno in un modo del tutto diverso, e anche le strutture rimaste prenderanno un’altra piega.

4 Commenti

  1. trevize ha detto:

    Secondo il mio parere per il cristianesimo non è possibile nessun “esodo” (forse l’unica eccezione sono gli gnostici).
    Questo perché esso ha le sue basi nel vecchio testamento in cui è ben presente un dio con caratteristiche umane. Si può tentare una diversa interpretazione delle scritture ma, problema ancor più spinoso, tutti i testi pongono l’accento su dio non sull’uomo e sulla necessità di una figura che funga da intermediario.
    Altre religioni si basano sul “risveglio” dell’uomo, spiegando lo stato in cui si trova, il “percorso di maturazione” in tutti i suoi momenti e lo scopo ultimo.

  2. PietroM ha detto:

    Caro don Giorgio,

    sorgono tante ed angosciose domande nella perenne ricerca dell’identità del Dio ignoto.
    Domande a cui non avremo mai risposte intellegibili, se non nella nostra COSCIENZA, come sensazioni extra-razionali da cui, come ben lasci comprendere, deriva la nostra congiunzione con l’Essere vissuto nel creato. San Francesco d’Assisi, in questo senso ha trasmesso il messaggio e l’esempio più definito della filosofia esistenziale. Semplicità, dice Giuseppe. Giusto, ma accompagnata dall’arduo cammino dello sguardo cosmico che guardi al Mistero della vita e della Creazione, col massimo rispetto di tutti gli esseri e con la consapevolezza di costituire un puntino quasi invisibile del macrocosmo.

  3. Giuseppe ha detto:

    Sbaglierò, ma credo che il “segreto” sia la semplicità. La semplicità non va scambiata per ignoranza, anzi chi ha una buona cultura non la ostenta ed è capace di esprimersi in modo elementare, accessibile a tutti e non ingannevole. Troppo spesso si scambiano coloro che usano espressioni ricercate e di difficile comprensione per persone erudite e sagge, mentre la maggior parte delle volte sono solo un paravento dietro cui nascondere la propria insipienza, uno sfoggio abilità inutili ed ingannevoli. Dal concilio in poi la chiesa ha abbandonato l’uso del latino nei riti e nelle cerimonie, proprio perché fossero più comprensibile e non coinvolgessero solo “gli addetti ai lavori”, se abbandonasse anche alcuni eccessi di ostentazione di ricchezza e di sfarzo, sarebbe un altro bel passo in avanti verso un reale ecumenismo. La gente comune che rappresenta la maggioranza dell’umanità, non ha bisogno di fuochi d’artificio e dimostrazioni di potenza, ma di sentirsi capita ed aiutata concretamente nei momenti di difficoltà e di smarrimento, perché solo così si potrà rendere conto di avere qualcosa in cui credere che non sia effimero o superficiale.

  4. GIANNI ha detto:

    Vorrei esprimere una mia impressione conclusiva.
    Si comprende cosa una comunità di base non deve essere, ma la gente comune dovrebbe sopratutto ricevere una risposta in positivo, e cioè:
    quali sono i contenuti concreti che accomuneranno coloro che ne facciano parte?
    Se uno legge la proposta di un’associazione, di una comunità o analoghe iniziative, si domanda: se io ne faccio parte, cosa mi viene proposto?
    Se si tratta di propugnare valori, quali?
    Sono cioè anch’io convintissimo che si debba andare molto sul semplice, sul concreto.
    Diversamente, questo tipo di progetti lasciano solo una qualche idea vaga, di fronte alla quale la gente comune solitamente resta indifferente.