7 settembre 2014: Seconda dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore
Is 60,16b-22; 1Cor 15,17-28; Gv 5,19-24
Mi soffermerò ancora sul primo brano, tolto dal libro del profeta Isaia. Come vi dicevo domenica scorsa, i capitoli che vanno dal 56 al 66 fanno parte del cosiddetto Terzo Isaia, un profeta anonimo vissuto dopo il ritorno dall’esilio babilonese e dopo la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme. Allora capiamo perché dal capitolo 60 al 62, come ci dicono gli studiosi, “scorre ininterrottamente una serie di annunzi di salvezza destinati alla nuova comunità che in Gerusalemme sta risorgendo”.
Il brano di oggi riporta solo alcuni versetti, quelli finali, del capitolo 60. Ma è importante considerarlo fin dall’inizio. Ci troviamo di fronte a un inno grandioso dedicato a Sion (Sion è l’altro nome di Gerusalemme). La città è personificata: è vista come se fosse una persona a cui poter parlare. Come vedremo, il pensiero di Dio andava al di là di ciò che per un giudeo poteva rappresentare la sua città, centro della sua patria.
Il capitolo inizia con questo pressante invito: «Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce; la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te».
È interessante notare come il profeta insista sul simbolo della luce che avvolge la città. Noi sappiamo che cosa la luce rappresentasse per gli ebrei.
Anche noi moderni dovremmo riprendere questo simbolo. Noi abituati alla luce artificiale, abbiamo perso la ricchezza di una simbologia che per gli antichi indicava tutto un mondo interiore. La simbologia della luce! Ricordiamo l’inno che introduce il quarto Vangelo, dove si parla di un netto contrasto tra la luce e le tenebre. «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta». Qui sta tutto l’ottimismo cristiano. Le tenebre non potranno mai del tutto contrastare la luce divina, che è Cristo. L’ultima parola è della luce.
Ai tempi di Cristo c’era una festa particolare dedicata alla luce, che era stata introdotta da Giuda Maccabeo, che, dopo aver riconquistato la città di Gerusalemme, aveva purificato il Tempio, profanato da Antioco IV Epifane, che vi aveva introdotto la statua di una divinità pagana. Giuda istituì per ricordare l’avvenimento della purificazione una festa da celebrare ogni anno: durava otto giorni. Un rito caratteristico era quello delle luci. Non dimentichiamo che per gli ebrei le tenebre rappresentavano il mondo pagano.
È chiaro che anche il buio ha un suo fascino. Pensiamo alla notte. Di giorno difficilmente si vedono le stelle a occhio nudo. Il fascino della notte con le stelle! Si dice che il bello sta nei contrasti: non capiremmo il valore della luce se non ci fossero anche le tenebre. D’altronde, non abbiamo inventato noi l’alternarsi del giorno e della notte.
Ad ogni modo, non possiamo negare che la luce abbia qualcosa in più, che rappresenta tutto un mondo che incanta: la luce naturale, la luce interiore. La luce artificiale serve solo a illuderci che il mondo sia tutto luce, quando in realtà è anche tenebra. Con la luce artificiale vorremmo eliminare i contrasti, la paura del buio.
Il diavolo viene chiamato il principe delle tenebre, e pensare che riesce a dominare la mente di tanti allocchi. Le illusioni che cosa sono, se non luci apparenti? Se il demonio fosse tenebra come potrebbe conquistare mezzo mondo?
Non avete mai fatto caso che il demonio viene chiamato anche lucifero? Lucifero etimologicamente significa: portatore di luce! Di quale luce?
Dunque, la città di Gerusalemme, viene interpellata direttamente. Il profeta, in nome di Dio, le rivolge la parola come se fosse una persona cara. Ed è vista come avvolta da uno splendore. Ma c’è di più. Lo splendore a che cosa serve: forse per farsi bella davanti al mondo? No, non si tratta di auto-compiacimento. La luce che emana la città attira tutti gli altri popoli. Il profeta immagina di vedere fiumi di nazioni, carovane di cammelli e dromedari (immergiamoci in quei tempi!), sovrani e ricchezze, greggi e armenti giungere dai più remoti angoli della terra. Le navi carichi di omaggi per il Tempio di Gerusalemme arrivano perfino da Gibilterra (secondo alcuni si tratterebbe della Sardegna). In poche parole, tutto il mondo allora conosciuto arriva a Gerusalemme. Del resto, anche il Tempio era stato costruito con il legname proveniente dall’estero, e con tecnici fenici. Oggi parleremmo di un Tempio cosmopolita, ovvero aperto a tutto il mondo.
Alcune riflessioni. È innegabile che anche i profeti erano figli del loro tempo. Sì, parlavano in nome di Dio, ma ciò che dicevano andava oltre la loro stessa capacità di comprensione. Ovvero, i profeti dicevano cose che loro stessi non riuscivano del tutto a intuire. Capivano solo una parte di ciò che dicevano. Poi, in seguito, quando le profezie si verificavano, la gente capiva. L’evangelista Matteo, che ha rivolto il Vangelo di Gesù ai cristiani provenienti dal mondo ebraico, insiste nel dire che la tale o la tal’altra profezia del Vecchio Testamento si è realizzata in Gesù. In realtà, non tutto era così chiaro al popolo ebraico, nonostante le antiche profezie, tanto è vero che Gesù è stato condannato e messo su una croce.
Tornando al brano di oggi, anche secondo i profeti, Gerusalemme doveva essere il cuore o il centro del mondo: tutti i popoli sarebbero venuti a contemplare lo splendore della città di Dio. In realtà, Dio pensava un’altra cosa. È quanto scriverà poi l’autore dell’Apocalisse, parlando di una nuova Gerusalemme: nuova sta a indicare che quella Gerusalemme di cui parlavano i profeti non era la città tanto sacra agli ebrei, la città intesa in senso fisico o geografico. I popoli dunque saranno attratti da questa nuova Gerusalemme, che è la città ideale secondo il pensiero di Dio.
Non vorrei che qualcuno pensasse che si vuole mettere sotto accusa solo il popolo ebraico, per quel suo forte senso di voler essere il primo della classe. Anche noi, che ci diciamo universali, pretendiamo poi che tutti i popoli debbano prostrarsi ai nostri piedi. L’universalismo secondo il pensiero di Dio è all’opposto: dobbiamo essere noi ad aprirci a tutti i popoli, perché tutti i popoli possano costituire una grande famiglia, senza il primato di nessuno in particolare. Il difetto in cui è caduto il popolo eletto, che si è sempre ritenuto come privilegiato da Dio, è insito in ogni religione rivelata: in particolare l’ebraismo, il cristianesimo e l’islamismo. Ognuna di queste si è sempre creduta il centro della terra. E poi sappiamo che cosa è successo nella storia: guerre di conquista. Non neghiamolo: anche la Chiesa cattolica è caduta in questo gravissimo difetto: il proselitismo che Gesù ha condannato negli sfegatati ebrei del suo tempo è stato fortemente presente nella storia della Chiesa: fare proseliti, andare alla conquista di chi non era ancora battezzato. Ed è successo che il proselitismo ha usato anche mezzi poco cristiani: Cristo non ha mai parlato di imposizione, ma di convinzione.
Perché è successo tutto questo? Perché non si voluto capire il vero pensiero di Dio. Gerusalemme o Roma vanno intese come città ideali, che perciò non vanno identificate con qualcosa di geografico. La religione è al servizio dell’Umanità, anche la Chiesa non è un fine, ma un mezzo. E invece no: la Chiesa è sempre stata intesa come l’unico luogo di salvezza: O sei dentro, e ti salvi, ma se sei fuori sei dannato. Non significa questo l’espressione: “Extra ecclesiam nulla salus”?
Cristo, pensando alla sua Chiesa, non la intendeva in senso esclusivista. È chiaro che la Chiesa è un luogo di salvezza, ma non è l’unico. Noi cattolici dobbiamo imparare da tutti, perché in tutti Dio è presente, e perché Cristo si è incarnato nel cosmo, nell’universo. Era sì ebreo, nato da ragazza ebrea, ma il Figlio di Dio si è incarnato per coinvolgere l’intera umanità. Ha sì dato origine alla Chiesa, ma perché la Chiesa portasse il suo messaggio all’intera Umanità. Uno che porta un messaggio non si identifica col messaggio che porta. Comunica semplicemente un messaggio. Il problema sta nel comunicarlo senza falsificarlo. Il messaggio evangelico che la Chiesa comunica è superiore a qualsiasi struttura, che casomai corre il rischio di ridurre il messaggio su se stessa.
Dico sinceramente che queste cose che vi sto dicendo non sono affatto scontate. Sì, oggi cerchiamo di dare altri significati a parole quali evangelizzazione, ri-evangelizzazione, proselitismo, ma in realtà imponiamo ancora la nostra fede. Lasciamo stare il caso di un certo fondamentalismo islamico, che usa ancora la violenza e la forza (tuttavia sono convinto che la religione è solo un pretesto per volere altro!), c’è anche un fondamentalismo più sottile, psicologico, di superiorità che mette l’altro nella condizione di sudditanza. È ancora presente nella Chiesa la convinzione che la verità è di sua proprietà: ancora oggi la Chiesa condiziona certe scelte, anche nel campo civile. La Chiesa pensa di avere il monopolio sulla persona umana.
Commenti Recenti