
Sono già intervenuto sull’argomento della inviolabilità canonica del segreto confessionale. Riconosco il valore del segreto, che del resto non riguarda solo i sacerdoti, ma anche altre categorie (quella dei medici, dei professionisti, dei bancari ecc.).
Ma dire che il segreto confessionale è assoluto, non mi trova d’accordo. Se ci sono da salvare delle vite umane, io violerei il segreto. Perché dovrei lasciare condannare un innocente, quando so che il colpevole è un altro, e quest’altro mi ha confidato il suo delitto in confessione? Come potrei addirittura far eseguire condanne a morte di più persone, quando sono a conoscenza della verità? Ma scherziamo? Il tutto per salvare il valore del segreto confessionale? E non m’interessano le scomuniche. È la Chiesa che scomunica, non Dio!
Ogni legge, anche la più sacra, non è mai assoluta, ma relativa. Non dico oltre: penso di essere stato abbastanza chiaro.
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Un sacerdote può violare il segreto della confessione
per salvare la vita di qualcuno?
Intervista al cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore del Vaticano
Circa 200 confessori hanno partecipato a un convegno svoltosi il 12 e il 13 novembre nel Palazzo della Cancelleria di Roma e organizzato dalla Penitenzieria Apostolica sul tema “Il sigillo confessionale e la privacy pastorale”. Per l’occasione, Aleteia ha intervistato il cardinale Mauro Piacenza, penitenziere maggiore del Vaticano.
Il porporato ha confermato che questi temi sono attuali in una società mediatica e di fronte alla necessità di difendere la privacy delle persone che si avvicinano alla Chiesa. La privacy si pone quindi come gesto delicato per proteggere le anime di fronte alla moda di sapere tutto delle persone visitando on-line il loro profilo in un social network.
La privacy come valore
In questo contesto, il presule ha messo in guardia contro l’“eccessiva esposizione mediatica” che minaccia le persone e i loro valori. Nella Chiesa, ha osservato, “è importante la privacy”. “La persona deve avere un ambito o un luogo in cui possa essere se stessa e non ciò che ci si aspetta che sia”.
“Il compito fondamentale del sacerdote è quello di difendere e preservare l’intimità della persona come spazio vitale per proteggere la sua persona, oltre che i suoi sentimenti”, ha indicato il cardinal Piacenza. Nel caso specifico del parroco, questi “presta un servizio di assistenza materiale e spirituale” ed è obbligato a difendere l’“intimità” di quanti visitano la parrocchia o la chiesa.
In questo senso, ha spiegato che la “finalità del segreto, sia sacramentale che extrasacramentale”, è quella di difendere “l’intimità della persona, che consiste nel proteggere la presenza di Dio all’interno di ogni uomo”. Il presule ha poi citato Sant’Agostino per difendere l’alto valore dell’intimità: “Dio è superior summo meo et interior intimo meo” (Dio è al di sopra di quanto c’è di più elevato in me ed è nel più profondo della mia intimità).
Il cardinale ha quindi avvertito che per la Chiesa chi viola “l’intimità della persona” compie un “atto di ingiustizia” che contraddice anche la “religiosità”. In tal senso, ha confermato che il convegno risponde alla necessità di dialogo con il mondo attuale.
Il segreto della confessione
Esistono eccezioni al segreto confessionale?
No. Il segreto è assoluto e inviolabile. Sono obbligato a mantenere la confidenzialità su tutto ciò che mi viene detto. Il penitente non parla al sacerdote come uomo, parla a Dio. Il confessore non sa neanche cosa ha sentito, perché come uomo non sa cosa ha ascoltato. Ciò che si dice in confessione è rivolto al Buon Pastore. In base alla dottrina classica, al confessore è proibito coltivare qualsiasi ricordo. Se in qualche momento gli viene in mente deve allontanare il pensiero, come farebbe con qualsiasi altro pensiero illecito o negativo.
Quali sono le conseguenze a livello di Diritto Canonico per il confessore che viola il segreto della confessione?
La scomunica. Una pena gravissima. È tradire il colloquio che la persona ha con Dio. Esistono una violazione diretta e una violazione indiretta. In quest’ultimo caso, è come se il sacerdote facesse allusione ad altre persone su qualcosa detto dalla persona in confessione.
Ci sono sacerdoti che hanno perso la vita per aver mantenuto il segreto della confessione?
Nei regimi totalitari e con la complicità di alcune legislazioni si è voluto violare con la forza il segreto confessionale per avere informazioni su alcune persone. In vari regimi è accaduto, e in questi casi i sacerdoti sono stati veri martiri della fede. Ad esempio, San Giovanni Nepomuceno ha subito il martirio per non cedere alle pressioni del re di Boemia che voleva sapere se la regina lo aveva tradito. San Nepomuceno era il confessore della regina. La legge di un Paese non può costringere un sacerdote a violare il segreto della confessione. Se la legge dice che il confessore deve denunciare una persona che è andata a confessare un delitto, è evidente che il sacerdote non lo può fare.
La Corte Suprema della Louisiana (Stati Uniti) ha ordinato a luglio a un sacerdote di testimoniare violando il segreto della confessione. La diocesi di Baton Rouge ha affermato che la richiesta era incostituzionale e attaccava la dottrina della Chiesa. Come commenta questo episodio?
I doveri della propria missione non possono essere violati in alcun modo. Si tratta di un dovere più grave di quello che è il segreto professionale. La diocesi ha risposto bene.
Qual è la posizione della Santa Sede quando il segreto della confessione viene minacciato dalle leggi di uno Stato?
La Santa Sede cerca di non interferire nelle decisioni dei Paesi e nelle loro politiche. Rispettando la libertà, non l’arbitrio delle leggi dei Paesi, ma la libertà vera. La fede è un atto libero. La Chiesa deve rivendicare la libertà di culto, dell’evangelizzazione, del sacramento e della confessione. Se lo Stato non rispetta questo, la Chiesa diventa martire.
Un sacerdote può violare il segreto della confessione per salvare la vita a una persona condannata ingiustamente?
No. La Chiesa difende la vita fino alla fine e sempre. Vive dentro di sé questi valori. Il confessore deve assumere il martirio dentro di sé. Può fare tutto il possibile per salvare la vita attraverso la preghiera, la penitenza, la testimonianza. Ad ogni modo, non potrà mai parlare per dire che quella persona è l’assassino. Questo non lo potrà mai dire.
[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]
Desidero commentare l’oggetto dell’articolo, cioè la confessione quale sacramento così come lo conosciamo dalla dottrina con alcune riflessioni di natura storica.
Sono un uomo di mezza età, ma ricordo alcuni cenni storici studiati a suo tempo in materia di religione. La confessione, così come pratichiamo il sacramento,è stato istituito nel 1300 durante i lavori tridentini, rito così voluto da Paolo III per raccogliere le confidenze confessiopnali, quale migliore sistema informativo sui nemici della Chiesa, del suo Capo e della santa sede che, all’epoca erano tanti e che si contraddistinse nel periodo delle Lotte di Investitura. Da allora nessuno ci ha più messo mano sino ai tempi nostri. Pensare che in tutto il periodo catacombale e medioevale la confessione era pubblica ed assembleare…( così come viene applicata ancora oggi da alcune comunità protestanti scandinave)
ciao paolo
Se il segreto potrà essere violato, non si confesserà più nessun assassino e l’innocente verrà comunque condannato!
Ma è così difficile da capire?
Quanto sei idiota!
Questo è un articolo che non fa parte delle ultimissime ma, dato il suo particolare rilievo, avrebbe anche potuto a ragione farne parte.
Avevamo già affrontato il tema in altre occasioni, ma ora anche l’intervista al penitenziere mi dà occasione per formulare ulteriori considerazioni.
E mi viene in mente una semplice considerazione.
Il problema della inviolabilità del segreto è più teorico che reale.
Almeno per due motivi.Intanto, se in taluni casi trovasse eccezione il principio della inviolabilità, allora sicuramente uno che volesse essere sicuro di un suo segreto, non lo andrebbe più a confessare, sapendo appunto che la cosa potrebbe risapersi.
Ma comunque, anche oggi, credo che difficilmente uno faccia il proprio o l’altrui nome e cognome nel confessare certe cose.
E questo capita anche nello studio di professionisti come i penalisti.
Nel senso che magari si afferma di sapere che una persona è stata ingiustamente accusata, in quanto il fatto è stato compiuto da altri, o da se stessi, ma non si fa il proprio nome e cognome o quello del vero colpevole, per cui..
Anche in chiesa, non mi è mai capitato di confessarmi e che il sacerdote mi domandasse, ma tu chi sei?
Per cui se anche uno dicesse: il vero colpevole non è chi accusato, ma altra persona, oppure sono io, che differenza farebbe?
Il confessore non potrebbe obbligare a dare indicazioni che il confessato non vuole dare.
Se anche il confessore andasse a dirlo alla polizia o ad un giudice, non per questo cadrebbero le accuse nei confronti del primo accusato.
Infatti, chi fa la confessione potrebbe anche essere uno squilibrato e, in assenza di precisazioni sull’identificazione delle persone e sulle relative circostanze di che cosa esse abbiano fatto e di chi siano, il giudice non potrebbe fare altro che dichiarare tale confessione inconferente, irrilevante.
Se così non fosse, allora basterebbe, dato il segreto confessionale, che uno mandasse una lettera anonima, o una lettera al giornale, ma questo, in assenza di ulteriori precisazioni, come dianzi precisato, non sortirebbe effetto alcuno.