Quando si incensa una bara, sputando sopra la sua Umanità

Dei tre interventi, ho apprezzato solo quello di Dionigi Tettamanzi, che mi è parso il più sincero. Il messaggio di Benedetto XVI e l’omelia del card. Angelo Scola durante la celebrazione funebre sono la prova dell’ipocrisia più lampante, che sa unire diplomazia e quel saper attutire i colpi di un personaggio che, finché era in vita, era meglio tenerselo buono, andando ciascuno per la propria strada e, ora che è morto, di fronte alla enorme emozione di popolo, non poteva essere ignorato.
Ed ecco che sia il Papa che Scola sono dovuti ricorrere alle solite frasi fatte, citando anche il Vangelo o sfoggiando cultura con le parole di qualche autore di moda.
Il Papa lo capisco di più: in fondo, che cosa poteva dire di diverso? Ha chiamato Martini: “instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa”. Penso che le medesime parole potrebbero essere dette in mille altre circostanze. Per qualsiasi umile prete di campagna, di collina o di montagna. Forse anche per me. Tutto dipende da cosa s’intende per Vangelo e per Chiesa.
Il cardinale Angelo Scola si è dilungato di più sulla figura del cardinale defunto, ma che cosa in realtà ha detto di nuovo? Nulla, o quasi. Mi dispiace dirlo: ma, ascoltando su youtube le sue parole, ho capito solo una cosa: che, oltre ad evidenziare qualche aspetto di Martini (non si poteva del tutto ignorarlo), Scola non ha avuto il coraggio di dire più di quanto la prudenza glielo permetteva. Non poteva essere l’occasione di uscire fuori dalle righe, e di far capire al popolo milanese che Martini non era morto, nel suo messaggio, nella sua attività pastorale, nella sua profezia?
Caro Scola, che intendevi dire con le parole: “Non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro”. E dov’è il presente di Martini? Come sarà il “nostro” futuro?
La liturgia funebre di Martini poteva essere la rivincita della Chiesa migliore: l’occasione era ghiotta, ovvero tenere un’omelia provocatoria. Bastava poco: dire qualcosa di  veramente Evangelico. È mai possibile che, in un Duomo stracolmo di Umanità senza confini, sapendo che, davanti, sulla piazza c’era una enorme folla commossa dal fascino di quel grande Uomo, non si è voluto dire nulla di straordinario, tanto straordinario da dare almeno qualche risposta alle attese di quella gente che, se era venuta, non lo ha fatto per onorare un cadavere, ma per respirare aria nuova? È mai possibile che si è voluto narcotizzare un ideale con una incensazione tutto fumo, con l’intento di liquidare così la Chiesa migliore?
Caro Scola, io avrei arrossito davanti a quella bara, e chiesto scusa al tuo predecessore per non averlo sostenuto nelle sue idee per una Chiesa nuova. No, tu non solo non ti sentivi di sostenerlo, perché eri ben al di sotto di quelle Idee, ma ti mancava il coraggio di aprire la Chiesa al soffio dell’Umanità. Sei prigioniero di una fede ancorata al dogma e alla morale pre-evangelica, della tua formazione ancora ciellina.
Come potevi, dunque, quel lunedì pomeriggio, celebrare la Messa pasquale per un defunto? Ma quale defunto? Defunti sono coloro che sono qui sulla terra, ma privi dello Spirito vivificante.
Perché non hai dato la parola a qualche prete che ha conosciuto bene Martini, e che ha vissuto con lui e lottato per far decollare la Chiesa ambrosiana, staccandola da banalità, formalità, ritualismi, ovvero, in poche parole, da una religione che predica bene e razzola male?
Ed ora, caro Scola, che cosa farai? Perché non inviti, in casa tua, i preti più dissidenti, per ascoltarli, così come faceva il cardinal Martini?
È da un anno che tu stai ignorando questi preti. Li lasci soli. Neppure una parola, magari di rimprovero. Lo sai che l’indifferenza uccide più che una condanna? All’inizio pensavo che tu usassi la tattica di saper attendere il momento giusto. Ora l’attesa si sta facendo troppo lunga. Direi criminosa.

don Giorgio De Capitani

Messaggio del Santo Padre

Cari fratelli e sorelle,

in questo momento desidero esprimere la mia vicinanza, con la preghiera e l’affetto, all’intera Arcidiocesi di Milano, alla Compagnia di Gesù, ai parenti e a tutti coloro che hanno stimato e amato il Cardinale Carlo Maria Martini e hanno voluto accompagnarlo per questo ultimo viaggio.

«Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 118[117], 105): le parole del Salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo Pastore generoso e fedele della Chiesa. E’ stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, perché tutto fosse «ad maiorem Dei gloriam», per la maggior gloria di Dio. E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore. Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti, rispondendo concretamente all’invito dell’Apostolo di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 4,13). Lo è stato con uno spirito di carità pastorale profonda, secondo il suo motto episcopale, Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà, nella sofferenza.

In un’omelia del suo lungo ministero a servizio di questa Arcidiocesi ambrosiana pregava così: «Ti chiediamo, Signore, che tu faccia di noi acqua sorgiva per gli altri, pane spezzato per i fratelli, luce per coloro che camminano nelle tenebre, vita per coloro che brancolano nelle ombre di morte. Signore, sii la vita del mondo; Signore, guidaci tu verso la tua Pasqua; insieme cammineremo verso di te, porteremo la tua croce, gusteremo la comunione con la tua risurrezione. Insieme con te cammineremo verso la Gerusalemme celeste, verso il Padre» (Omelia del 29 marzo 1980).

Il Signore, che ha guidato il Cardinale Carlo Maria Martini in tutta la sua esistenza accolga questo instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa nella Gerusalemme del Cielo. A tutti i presenti e a coloro che ne piangono la scomparsa, giunga il conforto della mia Benedizione.

Da Castel Gandolfo, 3 Settembre 2012

BENEDICTUS PP. XVI

 

ARCIDIOCESI DI MILANO

CELEBRAZIONE DELLE ESEQUIE

DI SUA EMINENZA IL SIGNOR CARDINALE
CARLO MARIA MARTINI
ARCIVESCOVO EMERITO DI MILANO

DUOMO DI MILANO
3 SETTEMBRE 2012

OMELIA DI S.E.R. CARD. ANGELO SCOLA,
ARCIVESCOVO DI MILANO

1. «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me» (Lc 22, 28-29). La lunga vita del Cardinal Martini è specchio trasparente di questa perseveranza, anche nella prova della malattia e della morte. Ed ora Gesù as-sicura lui e noi con lui: “Io faccio con te, come il Padre ha fatto con me”. Per lui è pronto un regno come quello che il Padre ha disposto per il Figlio Suo, l’Amato. Il fatto che non sia un luogo fisico, a nostra misura, non ci autorizza a ridurre il paradiso ad una favola. Il Cardinal Martini, che ha annunciato e studiato la Risurrezione, l’ha più volte sottolineato. Con parole tanto semplici quanto potenti San Paolo ne coglie la natura quando scrive: «Per sempre saremo con il Signore» (1Ts 4, 17). Il nostro Cardinale Carlo Maria, tanto amato, non si è quindi dileguato in un cielo remoto e inaccessibile.
Egli, entrando nel Regno partecipa del potere di Cristo sulla morte ed entra nella comunione con il Dio vivente. Per questo, in un certo vero senso, si può dire di lui ciò che Benedetto XVI ha scritto di Gesù asceso al Padre: «Il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi” (cfr. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret 2, 315).
Carissimi, siamo qui convocati dalla figura imponente di questo uomo di Chiesa, per esprimergli la nostra commossa gratitudine. In questi giorni una lunga fila di credenti e non credenti si è resa a lui presente.
Caro Padre, noi ora, con i molti che ci seguono attraverso i mezzi di comunicazione, ti facciamo corona. E lo facciamo perché nella luce del Risorto, garante del tuo compiuto destino, sappiamo dove sei. Sei nella vita piena, sei con noi. Questa è la nostra speranza certa. Non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro.

2. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46). Il terribile interrogativo di Gesù sulla croce è in realtà implorante preghiera. Estremo abbandono al disegno del Padre. E qual è questo disegno? Che il Crocifisso incorpori in Sé tutto il dolore degli uomini. Il Figlio di Dio ha assunto tutto dell’uomo, tranne il peccato, a tal punto che la Sua drammatica invocazione finale abbraccia l’umano grido di orrore di fronte alla morte per placarlo.
Alla morte di Gesù ben si addice la preghiera del poeta Rilke: «Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse» (R. M. Rilke, Das Buch von der Armut und vom Tode, Das Stundenbuch 1903). Chi muore nel Signore, col Signore è destinato a risorgere. Per questo la sua morte è un fiorire. La morte del Cardinale è stata veramente personale perché destinata alla sua personale, inconfondibile risurrezione, al suo personale modo di stare per sempre con il Signore e in Lui con tutti noi.
Niente e nessuno ci può strappare questa consolante verità. Neppure la dura, sarcastica obiezione di Adorno che liquida la preghiera di Rilke come «un miserevole inganno con cui si cerca di nascondere il fatto che gli uomini, ormai, crepano e basta» (T. W Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1988, 284). A smentirla è l’imponente manifestazione di affetto e di fede di questi giorni verso l’Arcivescovo.

3. Il Cardinal Martini non ci ha lasciato un testamento spirituale, nel senso esplicito della parola. La sua eredità è tutta nella sua vita e nel suo magistero e noi dovremo continuare ad attingervi a lungo. Ha, però, scelto la frase da porre sulla sua tomba, tratta dal Salmo 119 [118]: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». In tal modo, egli stesso ci ha dato la chiave per interpretare la sua esistenza e il suo ministero.
«Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6, 37). La luce della Parola di Dio, sulla scia del Concilio Vaticano II, abbondantemente profusa dal Cardinale su tutti gli uomini e le donne, non solo della terra ambrosiana, è il dono attraverso il quale Gesù accoglie chiunque decide di seguirLo. Perché – aggiunge il Vangelo di Giovanni – la volontà del Padre è che Egli non perda nulla, ma lo risusciti nell’ultimo giorno (cfr. Gv 6, 39). Dio è veramente vicino a ciascun uomo, qualunque sia la situazione in cui versa, la posizione del suo cuore, l’orientamento della sua ragione, l’energia della sua azione. Dobbiamo però definitivamente superare un atteggiamento molto diffuso circa il dono della fede. Il nostro Padre Ambrogio a proposito del Salmo scelto dal Cardinale, afferma: «Per certo quella luce vera splende a tutti. Ma se uno avrà chiuso le finestre, si priverà da se stesso della luce eterna. Allora, se tu chiudi la porta della tua mente, chiudi fuori anche Cristo. Benché possa entrare, nondimeno non vuole introdursi da importuno, non vuole costringere chi non vuole… Quelli che lo desiderano ricevono la chiarezza dell'eterno fulgore che nessuna notte riesce ad alterare» (Ambrogio, Commento al Salmo 118, Nn. 12. 13-14; CSEL 62, 258-259).
Affidare al Padre questo amato Pastore significa assumersi fino in fondo la responsabilità di credere e di testimoniare il bene della fede a tutti. Ci chiede di diventare, con lui, mendicanti di Cristo. Dolorosamente consapevoli di portare il tesoro della nostra fede in vasi di creta, gridiamo al Signore: «Credo; aiuta la mia incredulità» (Mc 9, 24).
Questo è il grande lascito del Cardinale: davvero egli si struggeva per non perdere nessuno e nulla (cfr. Gv 6, 39). Egli, che viveva eucaristicamente nella fede della risurrezione, ha sempre cercato di abbracciare tutto l’uomo e tutti gli uomini. Lo ha potuto fare proprio perché era ben radicato nella certezza incrollabile che Gesù Cristo, con la Sua morte e risurrezione, è perennemente offerto alla libertà di ognuno.

4. Oggi la Chiesa celebra la memoria del papa San Gregorio Magno. Dalla sua celebre opera La regola pastorale, il Cardinal Martini ha tratto il suo motto episcopale: «Pro veritate adversa diligere», per amore della verità, abbracciare le avversità (II, 3, 3). In questa scelta brilla lo spirito ignaziano del Cardinal Martini: la tensione al discernimento e alla purificazione, come condizioni ascetiche per far spazio a Dio e per imparare quel distacco che solo garantisce l’autentico possesso, cioè, il vero bene delle persone e delle cose. Così il pastore che ora affidiamo al Padre ha amato il suo popolo, spendendosi fino alla fine. Anch’io ho potuto far tesoro del suo aiuto fin nell’ultimo affettuoso colloquio, una settimana prima della sua morte. Nell’attitudine salvifica, pienamente pastorale, del suo ministero egli ha riversato la competenza scritturistica, l’attenzione alla realtà contemporanea, la disponibilità all’accoglienza di tutti, la sensibilità ecumenica e al dialogo interreligioso, la cura per i poveri e i più bisognosi, la ricerca di vie di riconciliazione per il bene della Chiesa e della società civile.
Nella Chiesa le diversità di temperamento e di sensibilità, come le diverse letture delle urgenze del tempo, esprimono la legge della comunione: la pluriformità nell’unità. Questa legge scaturisce da un atteggiamento agostiniano molto caro al Cardinale: chi ha trovato Cristo, proprio perché certo della Sua presenza, continua, indomito, a cercare.

5. Facciamo ora nostra di tutto cuore la preghiera del Prefazio di questa solenne liturgia di suffragio: «È nostro vivo desiderio che il tuo servo Carlo Maria venga annoverato nel regno celeste tra i santi pastori del tuo gregge e possa raggiungere la ricompensa di coloro con i quali ha condiviso fedelmente le fatiche della stessa missione». Pensiamo alla lunga catena dei nostri arcivescovi, soprattutto a Sant’Ambrogio e a San Carlo. Caro Arcivescovo Carlo Maria, la Madonnina, l’Assunta, con gli Angeli e i Santi che affollano il nostro Duomo, ti accompagni alla meta che tanto hai bramato: vedere Dio faccia a faccia. Amen.

 

IL RICORDO

Tettamanzi: Martini, noi ti abbiamo amato
Saluto del card. Tettamanzi
a conclusione della Messa esequiale

Carissimi fedeli e amici tutti,
mi è difficile dire una parola in questo momento, tante sono le emozioni, tanti i ricordi che si accumulano, tante le voci ascoltate che si sono riversate in questi giorni come un fiume nel mio cuore. Sì, mi è davvero difficile parlare.
Il Cardinale Martini mi ha imposto le mani per la consacrazione episcopale. Lui è stato, per me come per tantissimi altri, punto di riferimento per interpretare le divine Scritture, leggere il tempo presente e sognare il futuro, tracciare sentieri per la missione evangelizzatrice della Chiesa in amorosa e obbediente docilità al suo Signore. Il cardinale Martini mi ha accolto come suo successore sulla cattedra di Ambrogio e Carlo consegnandomi il pastorale mentre mi diceva: “Vedrai quanto sarà pesante!”.

Mi è difficile parlare. Eppure vorrei in questo momento tentare di essere voce di questa Chiesa di cui il Cardinale Carlo Maria è stato, nel nome del Signore, padre, pastore, maestro, servo, intercessore, testimone della verità di Dio e della dignità dell’uomo.

Che cosa dice oggi questa santa Chiesa di Milano?

Dice: “Noi ti abbiamo amato! per il tuo sorriso e la tua parola, per il tuo chinarti sulle nostre fragilità e per il tuo sguardo capace di vedere lontano, per la tua fede nei giorni della gioia e in quelli del dolore, per la tua arte di ascoltare e di dare speranza a tutti: a tutti!” .

Dice ancora questa Chiesa di Milano: “Noi ti amiamo e di fronte al mistero della morte professiamo la nostra fede nella Risurrezione e nella Comunione dei Santi, che non separa coloro che si amano ma li chiama a una più alta partecipazione alla gloria di Dio. Noi ti amiamo e sappiamo che ci sei e ci sarai vicino: sempre!”.
Dice di nuovo la nostra Chiesa: “Noi diamo lode a Dio insieme con te: ‘Benedetto il Signore, il Dio di Israele, che ha visitato e redento il suo popolo’. Noi diamo lode a Dio che ti ha donato di vivere secondo il tuo motto di Vescovo Pro veritate adversa diligere e che ti ha chiamato ad entrare ora nella gioia senza ombre attraversando nella fede e nella speranza la fatica del soffrire e del morire”.

“Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua a intercedere per tutti noi”.

Dionigi card. Tettamanzi

18 Commenti

  1. Raimondo Testa ha detto:

    La Chiesa senza Martini si allontanerà sempre di più dal Concilio Vaticano II e rinvierà sine die la possibilità di una terza Assise Universale dei Vescovi. Raimondo Testa

  2. Antonio Luigi Mori ha detto:

    E’ una Chiesa ormai sulle difensive, accerchiata da un nemico che non esiste.
    Caro Don Giorgio, certe prese di posizione sono il ruggito di un leone morente.
    Il vento dello Spirito presto soffierà e ci sorprenderà tutti, riservandoci straordinarie sorprese.

  3. mauro basilico ha detto:

    Caro Don Giorgio, davvero avrei voluto sentire qualche parola più coraggiosa dal nostro cardinale: forse la nostra chiesa ambrosiana ha più coraggio nel difendere la tradizione dei benpensanti e dei perfetti piuttosto che aprire il cuore a tante nuove strade di vita. Perfino ilPapa, nella giornata delle famiglie, ha ricordato i separati (chissà quanto sgomento ha generato nelle coscienze degli integerrimi).. Di certo si è persa, e in malo modo, una grande occasione per recuperare qualche anno dei due/trecento di arretratezza: la mia preoccupazione però è di pregare perchè qualcuno, come già fa lei, si preoccupi di raccogliere il testimone lasciato da Martini e sappia autorevolmente interrogare la Chiesa sempre più istituzione e sempre meno casa di Dio.

  4. samuele fabbri ha detto:

    Don Giorgio, trovo veramente ingiuste le sue critiche al Papa e a Scola. Nemmeno di fronte alle esequie del cardinal Martini lei frena la sua vena polemica. Cosa dovevano dire di più Benedetto XVI e l’Arcivescovo di Milano? Si dovrebbe smettere di ritrarre Martini come un ribelle o un uomo in contrasto con la Chiesa e il Papa quando in realtà non è così. Il suo funerale è stato una grande manifestazione di fede e di Chiesa: migliaia di persone sono venute a rendere omaggio a un grande servitore della Chiesa e di Cristo. Trovo inuitili e sterili le sue polemiche. Lasciamo in pace, almeno da morto, il card. Martini,

    • Antonio Luigi Mori ha detto:

      Bravo Samuele, che sposa la linea Carron ben espressa sul Corriere martedì. Non vedo l’ora di leggere un bell’articolo o un libro! sulla grande sintonia – mai prima colta da nessuno – tra Giussani e Martini. Stessa operazione ciellina tentata con Paolo VI quando a CL faceva gola il comune di Brescia – che l’anno prossimo butterà fuori con il voto democratico il sindaco ciellino Paroli.

      • samuele fabbri ha detto:

        Veramente Carron parlava anche delle divergenze avute con Martini… E poi, ripeto, Martini non era certo in contrasto con Benedetto XVI.

      • bobby sands ha detto:

        antonio luigi mori, mi sa che ci hai visto bene.
        ecco un articolo trovato in rete.

        per don giorgio : alla fine dell’articolo c’è scritto “riproduzione riservata”. non vorrei farle passare dei guai, se non si può pubblicare cancelli purre il tutto

        CARRON SU MARTINI/ Borghesi: ciò che accomuna il cardinale a don Giussani

        Massimo Borghesi

        lunedì 10 settembre 2012

        Il cardinale Carlo Maria Martini (InfoPhoto)

        Approfondisci

        CARRON SU MARTINI/ Lenoci (Cattolica): libera la Chiesa dall’equivoco della politica

        CARRON SU MARTINI/ Risé: le scuse non c’entrano, è un modo nuovo di amare la verità

        vai allo speciale La lettera di Carrón su Martini: riflessioni e commenti

        Coloro che si sorprendono positivamente e, in taluni casi, negativamente, per il contenuto delle due lettere di don Julian Carron, presidente della Fraternità di Cl, la prima indirizzata a La Repubblica del 1 maggio, su Cl e la politica, la seconda al Corriere della Sera del 4 settembre, in occasione della morte del cardinal Martini, non tengono conto, spesso, di un dato essenziale: esse si collocano in continuità profonda con l’insegnamento di don Luigi Giussani e con l’attuale Magistero di Benedetto XVI. Quello stesso Magistero che si documenta nella prima lettera pastorale alla diocesi ambrosiana del cardinale Angelo Scola appena pubblicata. In essa, dopo aver affermato che «Le nostre comunità dovranno concentrarsi sull’essenziale: il rapporto con Gesù», si chiede loro di «dedicare il tempo alla conoscenza e alla contemplazione più che proliferazione di iniziative, silenzio più che moltiplicazione di parole, l’irresistibile comunicazione di un’esperienza di pienezza che contagia la società più che l’affannosa ricerca del consenso. In una parola: testimonianza più che militanza». In proposito il cardinale cita Benedetto XVI per il quale oggi «capita non di rado che i cristiani si diano maggior preoccupazione per le conseguenze sociali, culturali e politiche del loro impegno, continuando a pensare alla fede come un presupposto ovvio del vivere comune. In effetti questo presupposto non solo non è più tale, ma spesso viene perfino negato».

        La riflessione su ciò è preliminare nell’Anno della fede promulgato dal Papa: la fede non è più un presupposto. Questo è il punto che accomunava Giussani, Martini all’attuale Papa, Benedetto XVI. La “mutazione antropologica”, diagnosticata da Pasolini a metà degli anni ’70, era conseguenza del tramonto di questo presupposto. Da qui muoveva l’intuizione e la testimonianza educativa di Giussani nel liceo Berchet di Milano nel lontano 1954: la fede non era più un presupposto. Non lo era nemmeno per i giovani di Azione Cattolica nella Chiesa, militante e organizzata, di Pio XII. Non lo era negli affetti, nello studio, nel lavoro, nella vita reale. Dall’esperienza educativa del sacerdote lombardo dovevano sorgere Gs prima e Cl poi, una presenza capace di opere e di iniziative sociali di rilievo.

        Quelle iniziative dovevano però essere occasioni per un’apertura ecumenica e per la condivisione dei bisogni – come Carron ha ricordato elogiando Martini -, non il fine dell’impegno. Se diventavano il fine potevano solo produrre egemonia e occupazione di potere. Dalla correzione di questa prospettiva nascerà il discorso pronunciato a Riccione, nel ’76, dove Giussani contrapponeva la presenza, cioè la testimonianza, all’utopia, cioè all’egemonia. Senonché nel tramontare dell’impeto iniziale anche la “presenza” diveniva una nuova forma di egemonia, una forma che assumeva nel panorama cattolico italiano di allora la figura della contrapposizione tra i cattolici della mediazione, aperti e dialoganti, e i cattolici della presenza, identitari ed intransigenti. Una distinzione polemica e caricaturale che torna oggi nella dialettica tra martiniani ed anti-martiniani.

        << Prima pagina
        Il cardinale Carlo Maria Martini (InfoPhoto)

        Approfondisci

        CARRON SU MARTINI/ Lenoci (Cattolica): libera la Chiesa dall'equivoco della politica

        CARRON SU MARTINI/ Risé: le scuse non c'entrano, è un modo nuovo di amare la verità

        vai allo speciale La lettera di Carrón su Martini: riflessioni e commenti

        La storia di Cl, in realtà, lungi dall’essere la cronologia dell’intransigenza cattolica, è la storia delle continue correzioni che Giussani ne ha operato. Così negli anni ’80 colpisce il suo giudizio espresso dopo l’esito negativo, per i cattolici, del referendum (17/18 maggio 1981) che legittimava la legge sull’aborto in Italia. Proprio quanto il settimanale “il Sabato” titolava “Si riparte da 32”, intendendo con ciò la percentuale di coloro che si erano opposti all’aborto, Giussani affermava: «Ecco, questo è il momento in cui sarebbe bello essere solo in dodici in tutto il mondo. Vale a dire: è un momento in cui si ritorna all’inizio, perché è stato dimostrato che la mentalità non è più cristiana. Il cristianesimo come presenza stabile, consistente e perciò capace di “tradere” – tradizione, comunicazione – non c’è più».

        Un giudizio sorprendente che accomuna, al di là delle possibili diversità di sensibilità, Giussani e Martini. E’ nella sua ultima, discussa, intervista – “Chiesa indietro di 200 anni” – che il cardinale affermava: «Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

        Risuona qui un giudizio comune che non può essere sottaciuto. Un giudizio più importante delle differenze portate su situazioni contingenti nella quale è legittima una diversità di vedute. E’ lo stesso giudizio che portava Giussani, in un dialogo con Giovanni Testori nel 1980, a dichiarare: «Questo è il tempo della rinascita della coscienza personale. E’ come se non si potessero far più crociate organizzate; movimenti organizzati. Un movimento nasce proprio con il ridestarsi della persona. E’ una cosa impressionante». E’ lo stesso giudizio che lo porta a scrivere, dopo un viaggio in Terrasanta nel 1986, «Vedendo quei luoghi dove soltanto un’umanità viva, sia pure determinata così embrionalmente e seminalmente, ha potuto attecchire e avere la forza di resistere, di comunicarsi e di travolgere il mondo, risulta chiaro che nella vita della Chiesa di oggi quello che conta è la vivezza di una fede rinnovata e non un potere derivato da una storia, da un’istituzione che si è affermata, o da un ordinamento intellettuale teologico. Ciò che conta è realmente che la vita incominciata in Maria e Giuseppe, in Giovanni e Andrea, sia come riaccesa nel cuore della gente e la folla sia aiutata in un incontro, incidente sulla vita come avvenne alle origini del cristianesimo».

        Questa lettura, che è da sempre anche quella di Razinger, è il motivo che ha reso cara la persona di Giussani al futuro Papa. Lo stesso motivo – come ricorda Carron nella sua lettera – per il cui il cardinal Martini era sorpreso da come Giussani tornasse continuamente al cuore del cristianesimo: «Ecco, tu, ogni volta che parli, ritorni sempre a questo nucleo che è l’Incarnazione, e – con mille modi diversi – lo riproponi». E’ questa sintonia, di Giussani con Martini, sulla scia di Benedetto XVI, che Carron ha voluto esprimere nella sua lettera.

  5. davide ha detto:

    Non ho mai conosciuto Carlo Maria Martini (quando era vescovo della diocesi di Milano ero lontano dalla Chiesa) ma l’ho conosciuto attraverso i suoi libri e c’e’ un passaggio nel libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme” che mi ha fatto capire chi e’ Carlo Maria Martini ed e’ quando dice:”Sono colpito dalla domanda di Gesu’: il Figlio dell’uomo quando verra’, trovera’ la fede? Egli non chiede: trovero’ una Chiesa grande e bene organizzata? Sa apprezzare anche la Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza ………….”

  6. Antonio Luigi Mori ha detto:

    Caro Don Giorgio,
    la “diplomazia esequiale” dei messaggi di SS e di Scola non mi stupisce. Rientra nello stile delle gerarchie. Forse l’unico passaggio che mi è piaciuto di Scola è stato quando si è rivolto al defunto con il “Caro Padre”. L’uscita a fine messa sul sagrato dell’arcivescovo mi è puzzata tanto di studiata mossa di fronte all’enorme consenso sucitato tra le folle dal ricordo (passato, presente e futuro) di Martini. Insomma, della serie: il gregge indica il vero pastore, cerchiamo di ammansire qualche pecorella anche perché certi gesti forse mi rendono più papabile al momento buono. Ma vogliamo parlare dell’articolo di Socci? schifoso. E della Lettera di Carron ieri sul Corriere? certamente scritta d’intesa con Roma….questi temono le coscienze che matureranno ancora sotto il magistero di Martini. Il suo ricordo sia per noi di benedizione, per usare un’espressione del mondo ebraico a lui così caro.

  7. Giuseppe ha detto:

    Detesto i funerali di stato e le cerimonie ufficiali: sono il trionfo dell’ipocrisia. La cosa singolare è che spesso vengono celebrati per persone scomode in vita o morte per servire una patria che l’ha dimenticati o tutte e due le cose insieme. Con Martini non si è fatto eccezione, perché sono convinto che, a parte le persone comuni che hanno sentito il bisogno di essere ancora una volta in comunione col proprio vescovo, e qualche personaggio conosciuto, ma schivo e sinceramente commosso, il resto dei partecipanti in veste ufficiale, laici o prelati che fossero, era lì a far vetrina e pronunciare le solite insulse frasi di circostanza. Per Scola e l’apparato era diventato un punto d’onore riappropriarsi di una figura universale che ha travolto i confini angusti entro i quali gran parte dei nostri pastori “allineati” vorrebbero rinchiuderci, rinnegando la nostra natura di uomini liberi (anche di sbagliare) così come il creatore ha voluto che fossimo.

  8. Gianni ha detto:

    Dimenticanza:
    a parte i funerali di Martini, lei don Giorgio si domandava perchè Scola non mandi a chiamare lei o altri preti, cosiddetti ribelli.
    Sempre restando in tema di comportamenti e loro significati:
    per me la cosa potrebbe anche essere positiva..mi spiego:
    se la chiamasse, cosa potrebbe dirLe?
    Che lui e lei avete idee piuttosto diverse?
    Invece, così, per certi versi NON interferisce con le sue scelte, o quelle di altri preti, nè censura…, e quindi, in certo qual senso, vi lascia operare….tranquillamente..
    non dico che qui valga il detto..chi tace acconsente…,ma è come dire…
    io non condivido, ma neppure sto a censurarvi ecc..
    tutto sommato mi pare un atteggiamento….
    Invece, se vi avesse chiamato, allora in quel caso io magari penserei a possibili guai in vista….
    poi, certo, lo so anche per esperienza personale…
    l’indifferenza…ma le posso garantire che, almeno personalmente, piuttosto che mettermi a discutere con persone con cui non è possibile dialogare…..
    meglio starsene da soli e continuare nel proprio operato…
    in fondo, credo sia proprio quello che dice Scola, quando parla delle diverse letture delle urgenze del tempo, che esprimono la legge della comunione: la pluriformità nell’unità..
    secondo me, questo significa che Scola, pur non condividendo certe idee, tuttavia non le contesta…
    insomma, la sua probabilmente, per come mi pare di capire, non è certo una concezione da scontro frontale, ma forse più un vivi e lascia vivere….
    e tutto sommato….
    certo, si potrebbe anche pensare che un certo atteggiamento lo tiene verso preti prossimi alla pensione, ma da quello che leggo nell’articolo,invece, lo tiene anche verso altri preti..

  9. Gianni ha detto:

    Diciamolo pure senza infigimenti, di questi eventi, cioè funerali ed altre liturgie, possono essere date diverse chiavi di lettura.
    Fosse anche solo in relazione alla chiesa, che è tante cose.
    Costruzione umana, ma anche espressione di un credo metafisico.
    Ecco, quindi, che ognuno coglie aspetti diversi, sfaccettature per quacuno anche scarsamente comprensibili.
    Poniamoci pure anche domande scomode, e proviamo a rispondere.

    E qui mi riallaccio anche al mio intervento sulla presenza di un senso, un significato, negli interventi degli officianti, in particolare Scola, un senso che appunto potrebbe essere diverso per ognuno di noi, come dicevo nel mio commento al precedente articolo.
    Chiaro, quindi, che se uno aveva desiderio che questa litugia fosse occasione per affermare una certa concezione di chiesa, forse è rimasto deluso, dalle parole di Scola, ma io mi domando: era solo questo il senso delle sue parole?
    Forse, per molti si, ma io ci leggo anche dell’altro…

    Proviamo ad esercitare una comprensione intelligente, nel senso etimologico del termine, del suo messaggio….
    Cioè cerchiamo di leggere, di comprendere dal di dentro, certe espressioni, non solo con riferimento al loro significato più evidente e scontato.

    In fondo, diciamolo:
    se fosse solo perchè uomo sensibile socialmente, magari aperto a qualche idea riformista, come pure è stato, il card. Martini perchè sarebbe così unico?
    Di riformisti la chiesa ne ha avuti…eppure…
    non tutti hanno avuto il seguito di quest’uomo, in morte, come in vita…
    Io credo vi sia sempre una fondamentale differenza tra essere solo desiderosi di riforme ed innovazione, ed essere invece credenti in qualcosa di metafisico, e quindi, Martini era grande proprio per questo, cioè perchè voleva intendere certi interessi verso il prossimo, non come avrebbe potuto fare una qualsivoglia posizione riformista, ma perchè la riteneva espressione diretta di quella volontà divina, che è tutta metafisica…
    Chiaro, peraltro, che non tutti seguano tale concezione, e sicuramente non la segue Scola, ma proprio per questo, essendo che Scola non condivideva e non condivide certe concezioni martiniane, è tutto il quel..non passato, ma presente e futuro, che rende un grande omaggio al cardinale, anche se mi rendo conto che il senso sotteso a tale affermazione potrebbe essere criptico.
    Ma fià sappiamo che lo stile di Scola ha certe caratteristiche, cioè sopratutto quella di non prestarsi ad un’immediata comprensione dei suoi messaggi…
    E’ come dire: non banalizziamo Martini.
    Ha avuto un percorso di vita e di fede che magari altri non condividono, ma quel che conta è ciò che accomuna, e sicuramente Martini aveva ben presente il senso del mistero metafisico, che accomuna tutti i fedeli.
    In questo, sicuramente, c’è comunione di tutti i fedeli.
    Quindi, un evidente richiamo a ciò che accomuna, pur nella diversità di concezioni, proprio per questo non condivise.
    Ecco il presente ed il futuro.
    Quali?
    Quelli non certo terreni, ma metafisici.
    Insomma, è in chiave squisitamente metafisica che va letto il messaggio, ed io devo sinceramente dire che questo lo apprezzo molto….
    Apprezzo sopratutto il fatto che non si faccia di un funerale un’occasione terrena pe tirare per la giacchetta chi è defunto….
    Chiaro che ognuno ha le sue idee, ed altrettanto chiaro che queste, in vita, potevano essere condivise o meno.
    Ma, appunto, invece di ipocritamente idolatrare chi in vita non aveva certe nostre idee, come hanno fatto diversi articolisti e personaggi, e Scola non l’ha fatto,
    molto meglio evidenziare il significato per i credenti, e questo vale davvero per tutti, come a dire:
    Martini avrà anche avuto le sue idee, che io Scola non condividevo, ma non siamo qui per parlare delle idee, ma per ricordare la valenza metafisica.
    Credo quindi che sia tutt’altro che ipocrita quel messaggio….
    Solo che, appunto, il senso, il significato di una manifestazione, e di certe parole, non è detto che sia uno solo, anzi….

  10. Patrizia ha detto:

    Caro don Giorgio, secondo me, con quello perde il suo tempo, solo con un miracolo ci si cava qualcosa di buono.

  11. Ada ha detto:

    C’erano:
    numerosissimo clero, religiosi/e, molti politici, giornalisti, uomnini di potere
    mancava il popolo.
    I laici presenti, che erano soprattutto di “quelli che contano” e di “quelli che decidono” già sanno che l'”Umanità” del cardinale continuerà, perchè hanno già tutto progettato a tavolino.
    A mio avviso essi hanno anche manipolato il cardinal Martini nel periodo della sua malattia, però questa è una congettura che non potrà aver risposta.
    Mi chiedo, anche, perchè il card ha voluto vedere il Santo Padre? Non mi tornano alcune circostanze e fatti.
    Lei, don Giorgio, tifa per loro?

  12. Valerio ha detto:

    caro don Giorgio, le sue parole sono condivisibili da tantissimi. La folla in piazza duomo, ieri ai funerali (io c’ero), è stata la testimonianza più grande del popolo di Dio al Grande Carlo Maria. Il silenzio rispettoso di tutte le altre attività e persone presenti in piazza e non coinvolte nel rito ci ha confermato quanto fosse considerato solenne quel momento. Ironia della sorte sono stato anche testimone dell’uscita dalla cattedrale(lato arcivescovado)di don Carron, che ignorato da tutti, se ne andò di corsa quasi sentisse il dovere di scappare più in fretta possibile da un evento, forse per lui, imbarazzante. Quanta tristezza, che Dio lo aiuti e che il card. Martini possa pregare anche per lui.

  13. Luciano ha detto:

    Caro don Giorgio, io ero presente alle esequie dell’indimenticabile cardinale Carlo Maria Martini. Anch’io ho sofferto molto a subire il card. Scola che officiava le esequie di un grande uomo e pastore attento a tutti. Mi ha fatto senso anche quando il sabato, hanno portato la salma in Duomo e ad accoglierla c’era sempre lo Scola che con la sua voce gracchiante ha urlato al microfono:” ben tornato a casa eminenza”. L’ho inteso come un lugubre e anticipato sotterraamento di tutto ciò che il cardinale Carlo Maria Martini,ha costruito in sieme al popolo dei pensanti e anche dei non pensanti, con la sua particolarissima attenzione rivolta a tutti quelli che si avvicinavano a lui e alle sue iniziative di Promozione Umana e Cristiana. Però la semina del cardinale Carlo Maria Martini, è germogliata e continua a crescere e a dare frutto. Nonostante il cardinale Scola, i ciellini, Formigoni, questa chiesa tronfia, gerarchica, tradizionalista, che non riesce ad essere credibile perchè troppo sfarzosa e legata al potere temporale e … questo papa triste e oscurantista che non riesce a parlare ai sapienti di cuore. Mi manca già molto il cardinale Carlo Maria Martini, però faccio tesoro dei suoi insegnamenti sull’accostarmi alla Parola e a lasciarla Parlare nel mio cuore. Così da gustare quell’Amore che impone naturalmente di essere condiviso con ogni sorella e fratello in Cristo e non. Nonstante questi tempi bui carichi di mediocrità, le fiamme degli inferi non prevarranno sulla Chiesa di Cristo, Testimoniata da servi fedeli come Carlo Maria Martini che continuano a vegliare con noi e per noi che siamo Chiesa Viva e vogliamo Camminare nella Luce della Verità che ci renderà Liberi.

  14. filippo ha detto:

    Caro don Giorgio; condivido completamente il suo scritto e il suo pensiero.
    Martini lascia in questa Chiesa un vuoto enorme. Chi ha avuto la grazia di ascoltarlo, di conoscerlo, di parlarci, confidarsi …… dovrà vivere la sua presenza e rafforzare il suo impegno. Io mi sento tanto come una pecora senza Pastore e prego di capire sempre più ed approfondire ancora meglio il messaggio di questo Profeta dell’uomo.
    Grazie dei suoi ricordi e di queste riflessioni