Giubileo. Chi distribuisce i bollini di “vero” influencer cattolico?

da Silere non possum
28/07/2025

Giubileo. Chi distribuisce

i bollini di “vero” influencer cattolico?

Città del Vaticano – In queste ore, scorrendo le pagine dei quotidiani e perfino i grandi e valorosi siti della Santa Sede, sembra che il concetto di “influencer cattolico” abbia subito un curioso, quanto preoccupante, svuotamento semantico. Titoli altisonanti, fotografie patinate, sorrisi a favore di camera, e la consueta iniezione di retorica digitale fanno da cornice a un evento che si sta celebrando tra la disillusione e l’imbarazzo: il cosiddetto “Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici”.
Ma chi sono, esattamente, questi “influencer” che la Santa Sede decide di invitare e promuovere? Su quali criteri si fonda la decisione e la scelta? Davvero bastano una manciata di video su TikTok, due balletti virali (magari eseguiti direttamente sul presbiterio davanti al Santissimo Sacramento con parrucca) e qualche frase generica sull’amore universale per ottenere il bollino di “evangelizzatori digitali”?
Perché se si guarda alla realtà, quella fatta di centinaia di sacerdoti, religiosi e laici che ogni giorno condividono meditazioni sul Vangelo, spiegazioni del catechismo, riflessioni teologiche — spesso raggiungendo migliaia di persone — ci si accorge che questi nomi non compaiono mai sui grandi giornali o sui media vaticani. Nessuna menzione per chi, con discrezione e fedeltà alla Chiesa, usa i social per parlare di Dio e non di sé. Nessun invito per chi preferisce il silenzio dell’adorazione e la profondità della Scrittura alle luci abbaglianti del palcoscenico digitale.
Allora viene da chiedersi: per i giornalai della disinformazione, chi è davvero un influencer cattolico?
È forse chi si rende ridicolo a cinquant’anni indossando parrucche e la talare sull’altare, finendo regolarmente deriso anche da quei giovani che si vorrebbero tanto attrarre? Oppure è chi, con parole semplici e fedeli al Magistero, tenta ogni giorno di far incontrare Cristo anche attraverso un reel o una meditazione sul Vangelo postata in Youtube?
La selezione di questi volti, sponsorizzati come modelli di “evangelizzazione 2.0”, sembra dire molto di più su chi li promuove che non su di loro. L’impressione è che l’algoritmo davvero decisivo non sia quello di Instagram, ma quello — ben più opaco — dell’opportunismo ecclesiale: funziona solo per chi fa parte del circoletto giusto, quello dei giornalai compiacenti. Chi ripete con zelo le parole d’ordine care ai mentori della disinformazione — ecologia integrale, sinodalità, Papa Francesco — viene immediatamente certificato come “influencer cattolico”. Gli altri, semplicemente, non esistono.
Del resto, difficile dimenticare quando il sacerdote incaricato dal Papa di occuparsi della spiritualità all’interno del Dicastero per la Comunicazione — un ambiente dove regna un ateismo imbarazzante e un anticlericalismo ormai strutturale — si trovava a predicare nel vuoto. Le meditazioni spirituali, pensate per offrire un momento di riflessione e preghiera, erano seguite da appena cinque o sei persone, sempre le stesse, tutte appartenenti alla “vecchia guardia”.
Il dato è eloquente: di Dio non interessa nulla ad Andrea Tornielli, Paolo Ruffini, Andrea Monda e Matteo Bruni. La loro attenzione è rivolta altrove: a confezionare l’articoletto sgrammaticato, quello che intercetta le parole d’ordine del momento — guerra, ambiente, sinodalità, laicato prepotente — purché allineato con l’agenda culturale del Partito Democratico. Il Vangelo? Se compare, è solo come sfondo decorativo.
E allora la vera domanda è un’altra: quale fede stanno davvero “influenzando” questi influencer? E, soprattutto, verso chi conducono i cuori che li seguono?
Finché non avremo il coraggio di porci queste domande — fuori dai circoli autoreferenziali e dai teatrini di un Dicastero che fa perdere migliaia di euro ogni anno ma non porta alcun frutto — continueremo a confondere la missione con la messinscena.
E chi cerca Dio sui social, troverà solo la caricatura dei suoi profeti.
d.S.V.
Silere non possum
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da Silere non possum
28/07/2025

Flop del Giubileo degli influencer:

i giovani dicono no ai mistificatori

Roma – Nella sala semivuota dell’Auditorium di via della Conciliazione, questa mattina si è celebrato un Giubileo tanto sbandierato quanto desolante. A parlare agli influencer accorsi (pochissimi, e non per caso) è stata una sfilata di volti noti e ormai logori, la cui credibilità vacilla come la poltrona che occupano. Il risultato? Una passerella di retorica stanca, di parole vuote, di discorsi così sterili da far rimpiangere il silenzio.

Pietro Parolin, il regista nell’ombra

Ha aperto le danze Sua Eminenza il Cardinale Pietro Parolin, l’uomo del sorriso diplomatico e delle manovre dietro le quinte. Nessuno come lui incarna l’arte dell’ambiguità clericale: davanti il volto bonario del dialogo, dietro le quinte il burattinaio spietato. Basta ricordare il caso Enzo Bianchi. Parolin, con la complicità di Amedeo Cencini – noto per le sue crociate pseudo psicologiche –, ha orchestrato l’esautorazione del fondatore di Bose per piazzare Luciano Manicardi, suo protetto. Inutile rammentare le calunnie e diffamazioni ai danni di Enzo Bianchi, fatte passare attraverso la stampa amica, le quali non hanno mai trovato riscontro in nessun documento ufficiale. Il risultato? Manicardi è sparito nel nulla. A dimostrazione che i “nuovi inizi” della diplomazia ecclesiale portano dritti nel dimenticatoio.

Antonio Spadaro, il manipolatore digitale

Poi è toccato a padre Antonio Spadaro, maestro della mistificazione, che nei giorni scorsi si è superato: ha diffuso una falsa copertina di un libro, spacciando per inedita e sua un’intervista al Card. Prevost che in realtà era online da anni e non è stata rilasciata a lui. E quando la menzogna è venuta a galla? Ha chiesto alla Casa Editrice di coprirgli le spalle, scaricando su di loro la colpa. Peccato che lui stesso abbia promosso la copertina sui social senza battere ciglio nelle settimane precedenti. Ecco il senso di responsabilità secondo Spadaro: falsificare, mentire, scaricare. Dietro le quinte di quell’operazione c’è un altro pezzo forte del circo ecclesiale: Alberto Melloni. Storico del nulla, tuttologo compulsivo, boomer impenitente. Usa i social come se fossero bollettini parrocchiali del ’62, lancia anatemi sgrammaticati e insulti gratuiti su X. Ma lo fa in nome del dialogo, ovviamente. Non manca mai di ribadire quanto sia colto, ma basta leggerlo per capire il contrario.

Ruffini, il comandante del Titanic mediatico

E poi Paolo Ruffini. Direttore di un Dicastero per la Comunicazione che, invece di comunicare, confonde, occulta, distorce. Le gaffe si sprecano, gli errori sono diventati prassi. E quando una notizia è scomoda, la si “mistifica” – parola chiave del lessico ruffiniano – fino a renderla irriconoscibile. Un disastro annunciato, coperto da un linguaggio mellifluo e da progetti tanto inutili quanto costosi.

E questi dovrebbero insegnare qualcosa?

A cosa serve che questa banda di autocompiaciuti si rivolga agli influencer, se non hanno nulla da insegnare? Gli influencer – almeno quelli veri – dovrebbero parlare di verità, raccontare la realtà per quella che è, e non per come la vorrebbero nelle stanzette del potere. Altro che storytelling, altro che “ministero digitale”: servono occhi aperti, schiena dritta e un rifiuto netto della menzogna. Perché senza verità, non esiste alcuna evangelizzazione. Senza credibilità, ogni parola è rumore.
E oggi, sul palco del Giubileo, si è sentito solo quello: rumore vuoto, parole che non bucano il silenzio ma lo aggravano. La Chiesa, se vuole parlare al mondo, dovrebbe prima imparare a non prenderlo in giro. E a non prendere in giro sé stessa mettendo in prima fila personaggi assetati di potere: Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, Nathalie Becquart, Paolo Ruffini, ecc….
p.R.B.
Silere non possum
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da Il Timone
29 Luglio 2025
di Lorenzo Bertocchi

Giubileo degli influencer,

la verità vale più dei like

Si conclude oggi il primo Giubileo dei missionari digitali e influencer, aperto ieri con un intervento del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin e dell’arcivescovo Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione e responsabile dell’organizzazione dell’Anno Santo.
Proprio monsignor Fisichella ha ricordato che «il mondo non ascolta gli influencer in quanto tali, ma li ascolta quando sono testimoni».
Una differenza essenziale. Perché tra influencer e testimone c’è un mare di differenza, e questo abisso racconta dei rischi che questa nuova frontiera dell’evangelizzazione porta con sé.
Non nascondiamo che alcuni preti e suore influencer, tra pose ammiccanti e show a favor di telecamera, assomigliano di più a prodotti per l’algoritmo che a evangelizzatori che predicano bene e razzolano altrettanto.
Siamo tutti pronti a cadere nella trappola di Narciso, ma se c’è un ambiente dove questo viene amplificato sono proprio le bolle social, dove tra haters e tifosi si fa presto a cadere nella trappola dell’ego che si gonfia e sgonfia a dismisura.
Il compito dell’algoritmo, vero dio del mondo online, non è quello di servire la verità, ma di intrappolare dentro al suo social, rubare il tempo, polarizzare, emozionare, incastrare e dividere. Non proprio un lavoro da angelo del bene.
Allora l’influencer, per quanto ben disposto, si trova dentro a dinamiche che non seguono tanto quella “brezza leggera” in cui Dio ama farsi sentire, quanto quelle dei like, dei follower, dell’entertainment. Ed ecco che il missionario digitale finisce per accomodare il messaggio al mezzo, dando ancora una volta ragione all’avvertimento di Marshall McLuhan.
Vale anche per i tanti laici che si sono impegnati nella missione. Con l’aggravante che, tra un video YouTube e un reel su TikTok, si può finire a raccontare la fede secondo noi e non quella cattolica romana. Spesso inseguendo improbabili esclusive o retroscena, trasformando la Chiesa e la fede in un continuo bar sport, magari cercando lo scandalo o il prodigio anche dove non c’è nulla.
I social sono il regno del “secondo me”, dove uno vale uno, dimenticando che se parliamo di teologia cattolica e di dogmi, l’autorità ha un valore gigantesco. E no, uno non vale uno.
Per tacere poi delle cose personali sbattute online, come se tutto fosse un Grande Fratello sempre in diretta, con buona pace del nascondimento tanto caro alla famiglia di Nazareth e ai piccoli, gli “anawim” protagonisti della Sacra Scrittura.
Un altro rischio è quello di esaurire il proprio impegno di evangelizzazione nella bolla social, che assorbe sicuramente molto tempo, dimenticando quella parola che si può portare nella vita reale. Vale per i preti influencer, che sicuramente hanno molti luoghi fisici in cui farsi vedere e sentire lì dove il Signore li ha mandati, ma anche per i laici, che comunque hanno in famiglia, nel vicino di casa, sul luogo di lavoro e per strada, tante possibilità per essere testimoni.
Dopo questa litania di rischi, rendiamo anche conto di questa possibilità nuova per essere testimoni di Cristo. Il testimone, non il testimonial, deve avere la preoccupazione costante, presente e profonda, di «sparire perché rimanga Cristo», come ha indicato papa Leone XIV dando l’abbrivio al suo pontificato.
Non dimentichiamo che la sbornia del web sta producendo una sempre più diffusa incapacità di leggere e ascoltare veramente. Cose che si fanno dedicando il giusto tempo, il necessario silenzio e la giusta compagnia.
Che sia Giubileo anche per i missionari digitali, ma senza dimenticare che il cristianesimo o è incarnato o non è.

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