Grossman, coscienza dell’epoca

da la Repubblica
03 AGOSTO 2025

Grossman, coscienza dell’epoca

di Ezio Mauro
Tocca allo scrittore israeliano pronunciare quelle parole che la politica non riesce a esprimere, superando la guerra per chiedere al suo Paese di fare fin d’ora i conti con il potere quando diventa onnipotenza. E con la tentazione che ne nasce di calpestare il senso umano del limite, per trasformare il diritto (anche il diritto alla difesa) in pura forza
Anche se la guerra radicalizza i concetti e ci spinge a rendere estremi i nostri giudizi, non riesco a usare il termine “genocidio” come uno strumento polemico da gettare nella mischia per chiudere ogni discussione, visto il significato definitivo ma preciso di quella parola e la realtà che rappresenta. Penso anche che non sia necessario e indispensabile arrivare fin qui per provare angoscia e orrore davanti alla disumanità di ciò che sta accadendo a Gaza per decisione del governo israeliano, e condannarlo come un crimine, chiedendo che abbia fine.
Forse soltanto chi vive dentro la tragedia mediorientale, con il suo esercizio costante di dolore e paura nei ruoli di vittima e carnefice scambiati nei decenni, ha il diritto e il dovere di certificare il limite del disumano perché lo sta sperimentando: anche se naturalmente oltre la dimensione fisica, personale, familiare e nazionale delle atrocità c’è l’universalità del sentimento morale che si ribella nel giudizio del mondo, prende parte e chiede giustizia.
Abbiamo visto e patito le immagini della fame trasformata in arma di guerra, dei palestinesi uccisi nei centri di distribuzione dei viveri, dei bambini di Gaza che sporgono la desolazione delle loro pentole vuote. Oggi possiamo vedere l’altra faccia della disperazione, quella degli israeliani che condannano ciò che sta avvenendo nella Striscia perché oltre a schiacciare i palestinesi affamandoli per sradicarli, corrompe e trasforma l’anima di Israele, fino a rovesciare la sua storia e a ribaltare la mistica della sua vicenda suprema, la Shoah.
Tocca allo scrittore israeliano David Grossman pronunciare quelle parole che la politica non riesce a esprimere, superando la guerra per chiedere al suo Paese di fare fin d’ora i conti con il potere quando diventa onnipotenza, e con la tentazione che ne nasce di calpestare il senso umano del limite, per trasformare il diritto (anche il diritto alla difesa) in pura forza, correndo così «il rischio dell’indicibile», come denuncia Liliana Segre.
Chi ha letto nei mesi e negli anni le riflessioni di Grossman avverte nell’intervista a Francesca Caferri pubblicata su Repubblica il senso concreto di una progressione della coscienza, il sentimento di un dovere che urge sotto l’urto insopportabile degli eventi, la sofferenza di questo travaglio privato per una tragedia pubblica — «sto male» — fino alla consapevolezza che questo «è il momento di fare la cosa giusta».
È un processo di responsabilità, faticoso ma via via sempre più inevitabile quando si vede la guerra andare oltre se stessa, sperimentando pratiche primordiali di dominio come la fame indotta. Cos’è successo a Israele, si domanda Grossman, come siamo arrivati fino al punto da essere accusati di genocidio?
Lo scrittore spiega che per anni si è rifiutato di usare questo termine, anzi ha fatto «tutto quello che poteva» per non giungere a chiamare Israele uno Stato genocida: ma oggi, «con immenso dolore e con il cuore spezzato devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi».
Grossman sa che con questo giudizio fa saltare un argine, perché genocidio è una «parola-valanga», e «una volta che la pronunci non fa che crescere». Ma il suo rimedio non è tacere, piuttosto spezzare l’attuale associazione tra Israele e il genocidio: «Come nazione siamo abbastanza forti per resistere ai germi del genocidio, dell’odio, degli assassinii di massa, oppure dobbiamo arrenderci al potere che ci garantisce il fatto di essere i più forti?».
Arrendersi alla paura e all’odio è semplicissimo, non vedere risulta facile, ma cercare di capire e reagire resta essenziale. Ecco perché lo scrittore esce dal silenzio e indica la strada della responsabilità, evitando di rimanere prigionieri della tentazione che Israele possa fare tutto ciò che vuole, grazie alla corruzione del potere assoluto generato dall’occupazione dei territori palestinesi.
È un invito alla responsabilità doppia, per sé e per gli altri, dimostrando che anche nel momento più buio degli eccessi disumani di guerra Israele resta una democrazia, dov’è possibile giudicare pubblicamente il potere e denunciare i suoi abusi, ponendo un limite alla propria supremazia per farsi carico della disperazione altrui.
Questo spazio democratico, questa passione di minoranza in Israele oggi è un sentiero stretto: ma è l’unica traccia verso un futuro che Grossman vede ancora e sempre nei due Stati, se la comunità internazionale riuscirà a ricostruire una vera rappresentanza attorno all’Autorità palestinese, fuori dalla corruzione e dall’ambiguità per arrivare a elezioni trasparenti e libere dall’ipoteca terroristica.
Ci vuole coraggio, dopo il pogrom terroristico di Hamas il 7 ottobre, a chiedere al proprio popolo di rinunciare a stravincere trasformando la sicurezza in dominazione. Ma ci vuole altrettanta lungimiranza nel vedere l’abisso che Israele sta scavando nella sua storia, a colpi di abusi e soprusi, e dove rischia di precipitare insieme con la sua vittoria. Per questo la voce dello scrittore, oggi, è la vera coscienza dell’epoca.

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