Omelie 2025 di don Giorgio: NONA DOPO PENTECOSTE

10 agosto 2025: NONA DOPO PENTECOSTE
1Sam 16,1-13; 2Tm 2,8-13; Mt 22,41-46
Mi soffermerò anche questa volta sul primo brano, ricco di insegnamenti, sempre attuali. Vorrei sempre ripeterlo. Ogni brano anche dell’Antico Testamento va letto con intelligenza (ovvero cogliendone il senso mistico), applicandolo all’oggi. Non possiamo essere solo bravi esegeti o eruditi storici della Bibbia. Ci vuole un altro occhio, quello del mistico che vede al di là di eventi storici di un passato oramai lontano. Se è vero il detto: “Historia magistra vitae”, “la storia è maestra di vita”, ciò vale in particolare per la Bibbia, che racconta sì eventi più o meno storici, ma insegnando. C’è gente che conosce la Bibbia come una fredda sequenza di episodi, senza coglierne il contenuto, che è quello di una Parola che è eterna.
Così va letto anche il primo brano di oggi. Una prima riflessione. Leggendo la storia di Saul, primo re d’Israele, che Dio aveva concesso contro voglia perché il suo popolo lo aveva preteso in linea con i popoli idolatri, mi sembra di vedere nella rassegnazione di Dio come una cattiveria, da intendere in questo senso: “Volete anche voi un re? Lo avrete, ma subito ve ne pentirete”. Saul si rivelò subito un pessimo re, tanto che il profeta Samuele sarà incaricato dallo stesso Dio ad avvertire il re: «Il Signore si è già scelto un uomo secondo il suo cuore e gli comanderà di essere capo del suo popolo, perché tu non hai osservato quanto ti aveva comandato il Signore».
Dio ha pronto il nome di un altro re, che succederà a Saul: “un uomo secondo il suo cuore”, il cuore di Dio. E la cosa interessante è il procedimento della scelta. Il profeta Samuele non sa nulla del nuovo re, deve fidarsi di Dio, e perciò si fa guidare come fosse un cieco che non vede. Dio ordina a Samuele di partire, ed egli obbedisce. Notiamo. L’ordine di partire viene pronunciato sempre quando Dio decide di creare qualcosa di nuovo nella storia del suo popolo (vedi Abramo, Mosè, Giona, i profeti…).
Samuele deve andare a Betlemme, e qui cercare il predestinato, tra i figli di un certo Iesse il Betlemmita. Ma Dio è chiaro: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura… non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore».
Samuele passa in rassegna i sette figli che sono in casa, e nessuno è quello scelto da Dio. La ricerca sembrerebbe conclusa, anche perché sono stati esclusi tutti e sette (ritenuto il numero perfetto), eppure il Signore incoraggia a cercare ancora. La perfezione dei numeri la stabilisce il Signore. Manca il ragazzo più giovane, che è fuori a pascolare il gregge. Lui è il predestinato a succedere come re a Saul: un ragazzo, troppo giovane per essere re, troppo bello per essere un guerriero, troppo poco adatto poiché è un pastorello. Ma Dio ha scelto lui.
I criteri di Dio sfalsano continuamente le nostre attese e garanzie: la primogenitura (Giacobbe ed Esaù), il livello di istruzione (gli apostoli non sono istruiti), la capacità dialettica (Mosé: “non so parlare”), l’età (Geremia: “sono giovane”) ecc.: tutti elementi che avrebbero deviato le scelte umane. Gesù stesso creerà infinite perplessità: da Nazareth, povero, senza potere, disarmato, in balia dei potenti non si difende, condannato e ucciso. Eppure è Lui la speranza del mondo.
Anche il terzo brano parla del re Davide, ma non vorrei soffermarmi sul brano in sé, ma dire qualcosa su questo re, certamente migliore del suo predecessore Saul, ma non per questo del tutto esente da difetti e anche da gravi infedeltà alla legge divina.
Prima però vorrei evidenziare un verbo che si trova nel testo, quando l’autore sacro descrive la consacrazione del ragazzo, scelto da Dio ad essere il successore di Saul. «Disse il Signore a Samuele: “Àlzati e ungilo: è lui!”. Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi».
Ecco il verbo: “E lo spirito irruppe su Davide”. Irruppe. Lo Spirito del Signore non poteva che agire così. Davide era un ragazzo. E lo Spirito con i giovani osa di più: non si limita a posarsi come è successo nel giorno della Pentecoste. Luca, dopo aver descritto in modo spettacolare la discesa dello Spirito, quasi a colpire le sensazioni della gente, narra: «Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro».
Con Davide, l’autore sacro dice: “lo spirito del Signore irruppe”. Qualcuno commenta: «Forse oggi lo Spirito dovrebbe irrompere sui giovani. Da loro ci si aspetta più audacia e intraprendenza. Aprirsi al nuovo, all’inedito. Bisogno urgente di uno Spirito che irrompa. E irrompere non è verbo per sedentari. Non è il verbo delle vecchie formule, di coloro che dopo anni ripetono le stesse parole, sino alla noia. È verbo per sognatori».
Negli anni del ’68 non c’era bisogno di pungolare i giovani, i quali pungolavano i preti sedentari. Oggi è il contrario: i preti devono pungolare i giovani, che sembrano in coma, quasi morti. Ma siamo al colmo di una situazione stagnante su tutti i fronti: capisco perché all’inizio delle sue visite pastorali il vescovo Mario parte dal cimitero.
Ma ora vorrei aprire un’altra riflessione su una espressione con cui spesso designiamo il re Davide; siamo soliti dire: “Il santo re Davide”. Mi chiedo: “Non dovremo forse dare un altro volto all’immagine della santità?”. Il card. Carlo Maria Martini così intitolò il suo libro su Davide: “Credente e peccatore”. In Davide, ma anche in ciascuno di noi, c’è il “credente” e c’è il “peccatore”. Pur essendo credenti, non siamo poi così immacolati; e pur peccatori, ci rimane la possibilità di rifiorire. Come fu per Davide.
È stato scritto: «C’è una cosa più importante del nostro fiorire, ed è il nostro rifiorire». Ed è stato anche scritto: «Spetta a noi credenti, a partire da chi dovrebbe vigilare, come un vescovo, far sì che, attraverso i nostri gesti e le nostre parole, Gesù possa continuare a carezzare le vite ferite di uomini e donne, che portano un peso nell’intimo dei cuori o nella sofferenza della carne. Agli albori del Cristianesimo bastava l’ombra di Pietro a guarire infermi su lettucci e barelle. Così scrive Luca negli Atti degli Apostoli (5, 14-16): “… Intanto andava aumentando il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore fino al punto che portavano gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo con la sua ombra coprisse qualcuno di loro”».
Sì, a volte basta un’ombra, uno scampolo di stoffa, una briciola caduta dalla tavola che sfama un cucciolo, ma in quel frammento abita già il tutto della Grazia. E la Grazia, lo dice il catechismo, opera anche nonostante le miserie umane dei suoi ministri.

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