Omelie 2025 di don Giorgio: DECIMA DOPO PENTECOSTE

17 agosto 2025: DECIMA DOPO PENTECOSTE
1Re 3,5-15; 1Cor 3,18-23; Lc 18,24b-30
La Liturgia come primo brano ci ripresenta una pagina famosa, tolta dal primo Libro dei Re: è la famosa preghiera rivolta da Salomone, terzo re d’Israele, al Signore che gli aveva detto: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda».
Inquadriamo l’episodio. Siamo vicini a Gerusalemme, precisamente a Gàbaon, in una sorta di santuario dove il popolo d’Israele andava a pregare, a offrire sacrifici e a lodare Dio. Salomone è appena diventato re, succedendo a suo padre Davide e per questo vuole ringraziare il Signore. Dobbiamo immaginare Gabaon come un luogo isolato e, dopo aver sostenuto un viaggio un po’ lungo, si è già verso la fine della giornata e sta arrivando la notte, Salomone ormai stanco, si addormenta. È a questo punto che Dio gli appare in sogno e gli dice: «Chiedi ciò che vuoi e te lo darò».
Da che mondo è mondo i re, i potenti, i dittatori chiedono di eliminare i propri nemici, di sbaragliare quelli che non sono allineati, c’è chi chiede denaro, ricchezza, lunghi anni di vita, insomma l’uomo chiede questo.
Quando Pietro fa presente a Gesù, casomai se ne fosse dimenticato, che lui e gli altri undici hanno lasciato tutto per seguirlo, quindi qualcosa magari potrebbero anche meritarselo, dice il nostro bisogno di avere un Dio a nostra disposizione. C’è sempre un interesse anche nel credere. Il cuore dell’uomo vuole per sé, chiede sicurezza alle cose, al denaro, al potere. Salomone, da vero uomo di Dio, invece ci sorprende: il nuovo re chiede un cuore docile affinché sappia rendere giustizia al popolo e sappia distinguere il bene dal male.
Salomone chiede in particolare la saggezza nel saper governare un popolo numeroso, non con la forza o con i soldi o con un potere sempre più forte, ma con quella capacità di discernimento per saper distinguere il bene dal male, ciò che è giusto da ciò che non è giusto. Insomma, Salomone chiede al Signore un cuore pensante, capace di discernere. Ma forse anche quella paternità che sappia accarezzare i più deboli e incoraggiare i più delusi. Noi abbiamo una idea storta di potere: comandare a bacchetta senza permettere eccezioni per chi è più povero, senza quei diritti magari rubati dai più ricchi.
E se pensiamo al campo della fede, diciamo al campo ecclesiastico, allora ci sarebbe da inorridire per quei superiori, vescovi o non vescovi, che usano il loro potere per farsi ciecamente obbedire o, diciamo, hanno un cuore di pietra, o sono così insensibili da mostrare un volto freddo e gelido.
Se non possiamo pretendere da un re di essere troppo emozionale, o da un governo di essere misericordioso per i più deboli, come sopportare una chiesa gerarchica che usa il suo potere per colpire a morte chi non sopporta ingiustizie o malefatte?
Cristo stesso ha detto ripetutamente, del resto ne ha dato l’esempio, di non usare il proprio potere o ruolo per farsi servire, ma per servire: il potere nella Chiesa è mettersi al servizio della gente per aiutarla a trovare il suo vero benessere: ben-essere. Una chiesa rigidamente dogmatica è una chiesa di potere dottrinale che allontana la gente dalla sua beatitudine, che consiste nell’unirsi con quel mondo del Divino, che è nell’essere di ciascuna creatura.
Mi verrebbe da dire che la Chiesa istituzionale abbia commesso più delitti di tutto il tempo in cui l’impero romano ha dominato il mondo. In nome di quale giustizia? Che significa allora intelligenza, saggezza, discernimento? Sul piano dottrinale o sul piano dell’essere umano?
Quante esperienze negative ho avuto nella mia vita sacerdotale a causa di superiori rigidi nel loro potere disumano! Ho incontrato un superiore che mi ha detto che versare anche una sola lacrima da parte di un prete è segno di debolezza. D’istinto l’avrei preso a sberle.
Certo, giustizia è verità, ma in che senso? Dio è la verità che salva, che comprende, è saggezza che sa discernere ciò che è il vero bene da ciò che è frutto di una legge disumana. Perché dimenticare le parole di Cristo: “Il sabato è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”?
Giustizia è una parola da intendere alla luce della Parola di Dio, che è salvezza. Intendo dire che Giustizia è quel Bene Sommo per cui nessuno di noi è uguale all’altro.
Siamo unici, singolari, originali, ma nel Tutto divino. Immaginate se tutti fossimo uguali, che noia! E se siamo unici davanti a Dio, come possiamo trattare le persone come se fossero tutte uguali? La legge di Dio non omologa nessuno, perché Dio ci ha creato unici, singolari, originali. Nel Tutto, certo, ma il Tutto divino non rende ogni singolo parte di una massa. Del resto la parola “massa” esclude la singolarità.
Il discernimento che Dio ci dona non è tanto di carattere dottrinale, ma è quella capacità di cogliere l’originalità di ciascuno, il che non significa che ognuno abbia la sua legge o la sua verità, ovvero sia del tutto autonomo, una tesserina a se stante di un mosaico caotico.
Del resto già nella Bibbia troviamo che la Giustizia non consiste semplicemente nell’osservare delle norme, delle leggi, il codice civile, tanto è vero che Cristo ha ridotto tutte le numerose norme della religiosità ebraica (allora 613!) a un solo comandamento: amare Dio e in Dio il prossimo.
Non dobbiamo pensare che il discernimento sia qualcosa di inutile o di facile. C’è sempre di mezzo il bene del singolo. Già gli antichi greci parlavano di “epicheia”, ovvero buon senso, o quella capacità di sospendere, valutando caso per caso, la legge quando essa fosse di impedimento al bene del singolo.
Del resto, la parola “intelligenza”, dal latino intus + legere, significa saper leggere il fatto o un evento o una legge dal di dentro, e non nella sua esteriorità. Ogni legge è generale, e non va applicata in modo generico, uguale per tutti.
Famose, e spesso citate le parole di don Lorenzo Milani: “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”. In altre parole, Don Milani sosteneva che per garantire una vera uguaglianza, è necessario riconoscere e tenere conto delle differenze individuali, offrendo un trattamento differenziato per raggiungere una parità sostanziale. Questa idea si contrappone alla visione di una giustizia che applica la legge in modo uniforme senza considerare le circostanze specifiche degli individui. Le parole di Don Milani invitano a riflettere sulla necessità di un approccio alla giustizia che sia sensibile alle differenze individuali, per evitare che l’applicazione di regole uguali per tutti possa invece creare o accentuare le disuguaglianze.
Anche se una volta la gente comune non conosceva il significato della parola “epicheia”, applicava il buon senso perché era saggia, intelligente, oggi, magari conosciamo il significato della parola “greca”, ma concretamente abbiamo tolto di mezzo ogni buon senso. Ed è sempre dall’alto della gerarchia che scendono minacce o silenzi atroci, quando la gente o lo stesso clero richiederebbe invece che si applicasse il buon senso, ma succede, anche nel campo ecclesiastico, non parliamo poi nel campo politico, che i gerarchi sappiano applicare per loro troppo buon senso, al di là del lecito.

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