19 ottobre 2025: DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
Is 60,11-21; opp 1 Pt 2,4-10; Eb 13,15-17.20-21; Lc 6,43-48
La liturgia di rito ambrosiano ogni anno dedica questa domenica, terza di ottobre, alla Dedicazione del Duomo di Milano. Diciamo anzitutto che il Duomo, per ogni diocesi, è come il cuore pulsante, tanto più che si chiama anche “cattedrale”, dove cioè esiste la cattedra, simbolo di insegnamento del vescovo per tutti i suoi fedeli.
Certo, è triste quando un Duomo è poco frequentato soprattutto nelle grandi solennità. E non servono trovare sotterfugi per riempirlo sfruttando certe ricorrenze. Chi non ricorda il Duomo strapieno di giovani al tempo di Carlo Maria Martini? Poi, ecco, in pochi anni, il Duomo si è svuotato, e il simbolo si è impoverito, quasi fosse già un avviso di un allarme da ascoltare. Da ascoltare da parte di chi?
Quando le chiese si svuotano a preoccuparsi dovrebbero essere i parroci delle Comunità pastorali, e così, quando il Duomo si svuota a preoccuparsi dovrebbe essere il Vescovo che è a capo della Diocesi. E se per un parroco il problema non è tanto di riempiere le chiese con fasulli stratagemmi, così per un Vescovo, il quale dovrebbe preoccuparsi dei veri motivi per cui il Duomo non è più frequentato.
Ripeto, succede anche per le nostre chiese: una liturgia scadente, in tutti i suoi aspetti, che non nomino per non offendere, forse che potrebbe aiutare a far sì che un domani la gente possa tornare in chiesa? Finché la liturgia rimarrà del tutto scadente, per nulla nobilmente accogliente, che cosa di buono possiamo aspettarci?
Togliamo le Messe per dare più importanza alla Messa, come già diceva Carlo Maria Martini, oppure stabiliamo orari, oramai ridotti al minimo, senza alcuna discrezionalità, intelligenza o saggezza pastorale?
Sto assistendo a una generale pazzia che sta portando le Comunità cristiane a un tale impoverimento che difficilmente potremo in pochi anni riempire di qualcosa di altamente Nobile. Non è forse in gioco il Mistero di Dio, e noi preti ci divertiamo con le nostre pazzie pastorali, che si aggrappano a tutto, anche al ridicolo, all’osceno, alla blasfemia, illudendosi di ottenere chissà quale ritorno di fede?
E il vescovo che fa? Tace? Perché non interviene, come facevano una volta i grandi vescovi, preoccupati quando i preti ne combinavano di tutti i colori, tradendo la loro missione che consiste nell’annunciare una Parola, che è la Parola di Dio, senza ridurla in pillole moralistiche. Perché il nostro vescovo non interviene? Perché è lui fuori di testa, e non può essere di stimolo, un esempio del come gestire una pastorale, che è quella del Buon Pastore, che non dovrebbe fare la trottola, il girovago di mestiere.
Una volta c’era un principio sacrosanto per i preti di parrocchia: fedeltà radicale al proprio posto di lavoro, un amore alla propria comunità che lo legava anche fisicamente al paese, a lui destinato perché fosse il buon pastore. Ogni qualvolta ci si assentava per doveri pastorali, quasi ci si sentiva in colpa, con la voglia matta di tornare a casa. Oggi la casa del prete che cos’è? E la gente capiva, eccome capiva, se il suo parroco voleva bene alla propria comunità. La brutta definizione di un parroco l’ho sentita in un paese vicino a Melzo: “abbiamo un parroco a tempo perso”. Era un focolarino! Poteva essere anche un ciellino, è la stessa cosa. Questi preti diocesani ciellini o focolarini, ecc. non amano la propria comunità, ma il movimento a cui appartengono.
Nel brano del profeta Isaia, leggiamo: «Le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno né di notte».
Non ho mai sopportato le chiese chiuse, o a orari stabiliti. Quando penso ad esempio a Milano, trovare una chiesa aperta durante la pausa, doppo il pranzo, credo che sia una bella occasione di pregare, o di riflettere. Oggi si chiudono chiese e conventi, anche si vendono centri di spiritualità, con la scusa che ci sono troppe spese, o perché frati e monache stanno scomparendo per mancanza di vocazioni. Saggiamente un prete anziano invitata a non chiudere le chiese e neppure vendere ambienti educativi, perché arriveranno tempi migliori. Arriverà il momento in cui la gente tornerà alle Sorgenti di acqua viva, e succederà che non troverà nemmeno una sorgente, perché sopra vi abbiamo costruito un grattacielo.
Nella sua prima lettera Pietro parla di «Cristo, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo». Parole stupende, sconvolgenti se le intendessimo nella profondità del pensiero di Pietro.
In altre parole possiamo dire: come il tempio di Gerusalemme era costruito sulla roccia e questo diventa un richiamo fondamentale per il nuovo tempio: è l’assemblea cristiana, costruita sulla “pietra scartata dagli uomini e diventata testata d’angolo” (Sal 118,22).
Chiariamo. Fin dai tempi antichi, i costruttori hanno utilizzato pietre angolari nei progetti di costruzione. La pietra angolare era la pietra principale, solitamente posta all’angolo di un edificio, per guidare gli operai nello svolgimento del lavoro. Era solitamente una delle pietre più grandi, più solide e più accuratamente posizionate in tutto l’edificio.
La Bibbia descrive Gesù come la Pietra angolare su cui sarebbe stata edificata la Sua chiesa. Lui è fondamentale, è il fondamento. Una volta posta la prima pietra, essa diventava il punto di riferimento per determinare ogni altra misura nel resto della costruzione; tutto veniva adattato a essa. Come pietra angolare dell’edificio della chiesa, Gesù è il nostro standard di misura e allineamento.
Il libro di Isaia contiene molti riferimenti al Messia che doveva venire. In diversi punti il Messia è chiamato “testata d’angolo”, come in questa profezia: «Perciò così dice il Signore, l’Eterno: “Ecco, io pongo come fondamento in Sion una pietra, una pietra provata, una testata d’angolo preziosa, un fondamento sicuro; chi crede in essa non avrà alcuna fretta. Io porrò il diritto come misura e la giustizia come piombino”» (Isaia 28,16-17).
Nel Nuovo Testamento, la metafora della pietra angolare è ripresa dall’apostolo Paolo, quando così scrive ai cristiani di Efeso: «Voi dunque non siete più forestieri né ospiti, ma concittadini dei santi e membri della famiglia di Dio, edificati sul fondamento degli apostoli e dei profeti, essendo Gesù Cristo stesso la pietra angolare, su cui tutto l’edificio ben collegato cresce per essere un tempio santo nel Signore» (Ef 2,19-21).
La nuova roccia, pietra scartata, è Cristo, il Figlio di Dio che è venuto tra noi. E su questa roccia si sono aggiunte altre pietre, altri credenti, tutti quelli che hanno fede in lui. Insieme si costruisce un “edificio spirituale”, un tempio nuovo dove non si offrono animali o agnelli, ma vita e operosità gradite a Dio.
Quando entrate in una chiesa, dovreste pensare: uno di quelle pietre o uno di quei mattoni sono io. Questa è la vera Chiesa di Cristo!
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