Omelie 2025 di don Giorgio: TUTTI I SANTI

1 novembre 2025: TUTTI I SANTI
Ap 7,2-4.9-14; Rm 8,28-39; Mt 5,5,1-12a
I tre brani della Messa sembrerebbero portarci lontano da quella santità che lo stesso Carlo Maria Martini chiamava “popolare”, ovvero l’umile santità che è presente nel nostro popolo, composto di gente comune, senza titoli di studio o dotata di chissà quali doti umane. E qui sarebbe già importante distinguere tra ciò che è virtù e ciò che è dote umana. Le doti umane sono un insieme di talenti, predisposizioni e capacità che una persona possiede naturalmente. La virtù invece richiama Dio, il suo Mistero di Grazia, che sa trasformare le doti umane, di poca considerazione davanti al mondo, in qualcosa di profondamente straordinario, non sempre visibile agli occhi umani. Un piccolo gesto, nella Grazia, contagia di più di gesti clamorosi che subito si spengono nella nebbia della superficialità.
Il fatto che la stessa Chiesa ci invita oggi a celebrare tutti i santi è da intendere in questo senso: non è per fare un elenco generale dei Santi che sono stati ufficialmente e pubblicamente riconosciuti tali con la canonizzazione papale, ma per invitarci a pensare a quella moltitudine incalcolabile di persone che sono rimaste fedeli a Dio, pur nella loro piccolezza diciamo umana, nella grandezza della loro fede. Dalla Bibbia sappiamo che da sempre Dio ha scommesso su quanto il mondo chiama “scarto umano”. Sono i cosiddetti ‘anawim, di cui parla il Magnificat.
Ognuno di noi, di una certa età, ha un proprio caro ricordo di genitori o nonni che vivevano di stenti dal punto di vista economico, ma che avevano una grande fede che li teneva in vita, fidandosi di quel Dio che non dimentica i poveri, gli umili, i giusti che, proprio perché giusti, sono anche umiliati ed emarginati.
Talora mi chiedo: se, nonostante tutte le perversioni umane, le cattiverie, i delitti, le guerre, i soprusi, gli inganni, un mondo politico allo sbando e un mondo ecclesiastico che fa acqua da ogni parte, il mondo non è ancora sprofondato all’inferno, non è forse perché Dio gioca veramente tutte le sue migliori carte su coloro che, pochi o tanti, pongono ancora fiducia nel suo Disegno che sa trarre dal male anche il bene, così che alla fine sarà il bene a trionfare?
Noi pessimisticamente siamo portati a dire che sono pochi i giusti, ma credo che, proprio perché c’è una santità popolare, nessuno conosce quanti siano coloro che restano fedeli a Dio, e che questi sono senz’altro molto più numerosi dei santi canonizzati dalla Chiesa. Stavo per dire: sono ancora più grandi davanti a Dio, proprio perché sono umili, e l’umile si fida ciecamente di Dio, perché non si appoggia a qualcosa di troppo umano. Aggrapparsi solo a qualcosa di terreno vuol dire non avere piena fiducia in Dio, che è l’Unico Bene Necessario.
Possiamo allora comprendere il senso profondo delle Beatitudini, che sono come la porta d’ingresso del Discorso della Montagna, come a dire: chi non è beato nello spirito non può capire il Vangelo. Chi oggi vuole evangelizzare una massa senza entrare attraverso la porta delle Beatitudini pone al centro le sue vuote parole, ma non la Parola di Dio.
La stessa Parola di Dio è Beatitudine, in quanto è l’Essenza più pura, che è Dio in quanto Spirito purissimo.
A differenza di Luca che sembra puntare sulla realtà sociale che schiavizza il nostro essere più puro, come a dire che, staccandoci dai beni materiali, si libera la società dalle sue schiavitù, rischiando però di cadere in un ribaltamento solo di tipo strutturale, Matteo invece spiritualizza le Beatitudini, dicendo: “Beati i poveri in spirito, e non in senso materiale”.
Matteo punta su una purificazione interiore, nel senso che se lo spirito che è dentro di noi è libero da ogni soffocamento di cose inutili, è anche libero di tendere a una rivoluzione del tipo sociale e strutturale. Ovvero, le strutture si cambiano dal di dentro del nostro essere: da qui parte ogni vera rivoluzione.
In fondo, qui troviamo l’insegnamento della grande Mistica speculativa medievale: sappiamo quanto insistesse sul distacco da tutto ciò che reprime lo spirito interiore, in particolare da quell’ego che fa da tramite tra l’esterno e l’interno, riuscendo anche a coprire l’intelletto “attivo”, quello illuminato da Dio. Se si spegne lo spirito, ovvero l’intelletto, si cade in quel buio, che non ci permette di fare le scelte giuste.
Capiamo allora le parole di Gesù, che ci invita alla conversione, che non è una rivoluzione anzitutto di tipo strutturale o morale, ma è interiore, che riguarda il nostro modo di vedere le cose e il mondo. Parliamo di conversione, in realtà Cristo ha detto: “Metanoèite!”, verbo greco che significa: cambiate il vostro modo di pensare e perciò di vedere le cose. Certo, cambiando il modo di vedere, ovvero purificando la vista, ridando all’intelletto la sua lucidità diciamo divina, cambiamo poi strada: convertirsi significa allora che quando ci accorgiamo con la luce dell’intelletto che abbiamo preso una strada sbagliata, ci fermiamo e torniamo sulla strada giusta.
Qualcuno dirà: come si può alla gente comune, magari analfabeta come lo era una volta, usare un linguaggio filosofico, come quello di Aristotele, il quale distingueva tra intelletto “attivo”, quello acceso, illuminato da Dio, e un intelletto “passivo”, quello spento, reso tale dall’ego che introduce nel nostro essere un mondo di cose che soffrono lo spirito?
Già la Bibbia nell’Antico Testamento parlava di saggezza popolare; pensate ai proverbi, che erano frutto di una esperienza di saggezza e di fede nell’umanità.
Dio nasconde i suoi semi divini in ogni zolla di questa terra, in ogni angolo del mondo, in ogni soffio del vento e anche della tempesta, nel bene e nel male di esseri umani; e per cogliere questi semi divini ci vuole quell’intuito che è in ogni essere umano. Ci vuole “attenzione”, che è frutto di umiltà e non di orgoglio. Nella semplicità del nostro vivere quotidiano possiamo vedere ancor meglio di un dotto che ha mille lauree.
Qualcuno, invece di saggezza, parla di buon senso, ovvero di quel senso comune, perché è di tutti, per cui basta poco a vedere la realtà, senza farsi prendere dagli inganni. Il buon senso arriva là dove la legge non arriva: la legge è del potere che vuole dettare le sue strade, condizionare le nostre scelte e i nostri comportamenti.
Il buon senso è qualcosa invece di divino, che è dentro ciascuno di noi, ma che spesso è soffocato da un modo di pensare della società cosiddetta del consumismo. Il buon senso è tipico della gente che vive di attenzioni e di rispetto delle cose più semplici, e valuta caso per caso come comportarsi, anche con eccezioni quando la legge andasse contro il bene comune.
Vorrei concludere con le parole del cardinale José Tolentino Mendonça: “La santità è anonima e senza clamore. La santità non è eroica: si esprime nel piccolo, nel quotidiano, nell’abituale. Il peccato è la banalità del male. La santità è la normalità del bene”.

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