16 novembre 2025: PRIMA DI AVVENTO
Is 51,4-8; 2Ts 21,1-14; Mt 24,-31
Vorrei anzitutto ripetere, già l’ho detto: noi di rito ambrosiano siamo più fortunati di quelli di rito romano. Abbiamo due settimane in più per prepararci al Mistero natalizio, che in realtà non ci chiede solo quattro o sei settimane: ogni giorno è una nascita e rinascita, ovvero una nascita che si rinnova, per cui dobbiamo prendere coscienza perché tale nascita e rinascita del Logos Eterno, che è il Figlio del Padre, avvenga nel profondo del nostro essere, che, come un grembo (fisicamente non importa se maschio o femmina), è fecondato misticamente dallo Spirito santo.
La Liturgia ci aiuta a cogliere l’essenzialità del Mistero natalizio, offrendoci diversi brani biblici, non sempre facili da interpretare: alcuni, vedi il terzo brano di oggi, appartengono al genere apocalittico. E pensare che la parola “apocalisse” di per sé non significa “catastrofe”, perciò da intendere in senso negativo: nel suo senso etimologico “apocalisse” vuol dire “rivelazione di Dio”, che è sempre luce, al di là di ogni tenebra. Dunque, “apocalisse” è una parola di speranza, in attesa che Dio riveli la sua gloria luminosa.
Dunque, possiamo dire che ogni parola di Dio, anche quella che sembrerebbe minacciare un castigo, è in vista della salvezza di questo mondo. Sì, Dio, come appare dal Vecchio Testamento, anche castiga: pensate al suo popolo! I profeti non erano teneri nei riguardi di un popolo, duro di cervice, sempre pronto a tradire l’Alleanza con Dio. Lo stesso Cristo condannava duramente l’atteggiamento ipocrita degli scribi e dei farisei.
E qui vorrei aprire una parentesi, che mi tocca da vicino. Certe esperienze personali servono a capire tante cose. I castighi devono essere educativi, e non devono essere a se stanti: hai sbagliato, e allora ti punisco, e tutto finisce lì. Certi provvedimenti disciplinari perciò non devono mai essere a tempo indeterminato, o durare più a lungo del necessario che è stabilito dalla pedagogia, per cui se tu hai capito di aver sbagliato e ti rimetti in riga, i provvedimenti disciplinari devono cessare. Se voi leggete bene l’Antico Testamento, le cosiddette punizioni di Dio avevano sempre un termine: andare oltre era solo vendetta che finiva per allontanare di più il popolo. Ho l’impressione che certi superiori prendano gusto, ovvero siano sadici quando puniscono i ribelli. Chiusa parentesi.
L’Avvento che cos’è allora? È un periodo, che per noi di rito ambrosiano dura sei settimane, in cui ci prepariamo con gioia alla ricorrenza natalizia, che in realtà non è solo commemorare un evento storico, ma appunto, come ho già detto, è rivivere nella fede la Rinascita Mistica del Logos eterno, in noi. Il distacco è fondamentale, perché tale Rinascita si realizzi: il distacco da tutto ciò che impedisce al nostro spirito di unirsi al Divino. Già questo è impegnativo nella nostra vita di tutti i giorni, bombardati da richiami accattivanti di un ingannevole consumismo che logora anche le realtà più sacre, e se poi il consumismo gioca le sue carte migliori rubandoci quei momenti che la liturgia chiama “forti”, da vivere nella più pura intensità di fede, allora per noi, anche credenti, è finita.
Veramente non riesco a capire perché gli stessi preti non capiscano di sfruttare al meglio l’Avvento, spogliandolo di ogni carnalità, ovvero di ogni iniziativa culinaria o d’altro genere che definire solo inopportuna sarebbe un eufemismo: parlerei di blasfemia imperdonabile.
E non è vero che toglierci di dosso qualcosa di troppo carnale ci rende tristi, ci fa sentire mortificati in qualcosa di umano, ci rende pesante la giornata. Al contrario, lo scopo del distacco dall’inutile, dall’inessenziale, dal superfluo è quello di rendere leggero il nostro spirito, e solo nello spirito leggero vi è vera gioia.
Mi viene spontaneo citare le parole di san Paolo, quando nella Lettera ai Filippesi (4,4-9), scrive: “Rallegratevi nel Signore, sempre; il Signore è vicino!”. E il Signore si avvicina, quando il nostro spirito è staccato da ogni cosa che offusca l’intelletto, tramite un ego che si impone sullo spirito, quando si è fuori a contatto con un mondo che omologa tutto, anche il mondo religioso.
L’Avvento è un momento di Grazia, di infinite opportunità divine, che noi preti, oramai ciechi e ottusi, ignoriamo, preferendo altre opportunità più accattivanti in senso carnale, e parliamo magari di pastorale più efficiente. Certo che iniziare l’Avvento con un bel piatto di gustose lasagne in vendita presso l’oratorio è veramente sintomatico di quanto si è caduti nella più bassa carnalità ventresca.
Già da questa domenica, proprio nel terzo brano, ricorre un ordine di Cristo, ripetuto più volte: Vigilate! Non fatevi in ingannare! State svegli! Aprite bene gli occhi! Tutto è un inganno! Il mondo politico è tutto un inganno, e anche quello ecclesiastico. Una pastorale d’inganno è quella che punta alle apparenze, al mediatico, al consenso. E, si sa anche per esperienza, che tutto ciò che è apparente, svanisce al primo raggio di sole.
Nel famoso dialogo/scontro con alcuni giudei, che tra l’altro erano suoi simpatizzanti, Cristo li definisce figli del diavolo che uccide la verità. Nel diavolo non c’è verità, “quando dice il falso dice ciò che è suo, perché è menzognero e padre della menzogna”. L’inganno è l’arte del Maligno, e dei suoi discepoli. Dunque, ci ripete Cristo: State attenti!
Sembra impressionante quanto Cristo insista nel dirci di stare attenti, di vigilare, di tenere sveglio il nostro intelletto. Il diavolo non ci toglie il volere, anzi lo moltiplica, ma ci toglie l’intelletto. Spesso ripeto che il danno peggiore che Silvio Berlusconi ha fatto al popolo italiano è quello di avergli tolto la testa, e così ha ottenuto ciò che voleva ottenere: un gregge di pecore obbedienti al padrone. E ancora oggi il popolo italiano è senza testa, ed è per questo il governo fascista che abbiamo trionfa alla grande. Quando un popolo non ha più l’intelletto attivo, ma è spento, fa tutto ciò che vuole il potere, anche finendo in un burrone.
Sarei tentato ora di leggervi la parabola delle dieci ragazze, tra cui cinque stolte e cinque sagge. Già parlare di metà è ancora ottimismo, forse oggi le stolte prenderebbero il sopravvento. Non mi limito al genere; la parabola era rivolta a tutti, maschi e femmine. Le sagge, in attesa dell’arrivo dello Sposo, portano con sé l’olio per alimentare la loro lampada, mentre le stolte si dimenticano di prendere l’olio. A quei tempi non c’era la corrente elettrica, e l’olio era indispensabile per alimentare le lampade per illuminare la casa. La luce era più naturale di quella di oggi. Bellissimi poi i simbolismi dell’olio e della lampada. Un Salmo (118) dice: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”.
Per elevarci al di sopra del pantano, basterebbe pensare alla Grazia, parola oramai in disuso perfino nel mondo ecclesiastico. Grazia è Luce, è Intelletto divino, da cui il nostro spirito prende luce. E la fede allora che cos’è? La Fede pura, che non è credenza fatta di riti, di canti o d’altro, è una goccia di Grazia come una goccia d’olio che alimenta l’intelletto, sempre a rischio di spegnersi. Se sciupiamo le opportunità di bene o di grazia è perché siamo immersi in un mondo di carnalità che sterilizzano il nostro grembo interiore.
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