L’EDITORIALE
di don Giorgio
Questi preti imbecilli, fuori di testa…
Questi preti imbecilli, fuori di testa, carnali fino a fare della fede un piatto di pastasciutta o di cassoeula, che pensano solo a offrire ai ragazzi qualche biscottino (facendolo anche pagare pro questo o pro quello), per attirali in chiesa, ma che in chiesa non torneranno mai, finché ci saranno parroci con problemi psichici, per non dire morbosamente pericolosi.
Qualcuno dirà: tutto questo per colpa di chi?
Forse sarebbe facile rispondere: quando manca il buon pastore, i topi ballano e fanno solo i funzionari incollati al cadreghino, che possibilmente renda bene in comodità e in un buon mensile.
Colpa solo del buon pastore? Senz’altro nella Diocesi milanese c’è un pastore per lo meno indecente, fuori di testa, trottola impazzita, che dice cose da far piangere gli stessi angeli anche quando cantano l’alleluia pasquale.
Ma proprio per questo i preti non dovrebbero reagire di brutto, contro il loro pastore che se ne frega del bene della Diocesi?
Per noi di rito ambrosiano è iniziato l’Avvento, e il vescovo che fa? Non si ferma, ma continua a fare la trottola impazzita. E i preti che fanno? Pensano solo a organizzare cene o attività che nulla hanno a che fare con l’Avvento, preti che hanno anche la spudoratezza di chiamarlo tempo sacro, tempo forte, in preparazione al Mistero natalizio.
Magari mettono sulla loro pagina facebook, chissà per quale recondita motivazione, pezzi di articoli dove si invita il prete a pregare durante l’Avvento, facendosi anche vedere in chiesa, in ginocchio davanti al Ss. Sacramento, esposto sull’altare, magari con un faretto che illumina l’ostensorio per far vedere l’ostia, tanto bianca quanto fredda, e per creare emozioni mettono una musichetta sottofondo, e un libretto di preghiere asettiche.
Perché no? Ecco una paginetta dell’articolo che a prima vista potrebbe sembrare provocatorio, ma che alla fine dice poco o nulla. Dipende.
da la Chiesa in Italia oggi. Le news più importanti.
𝐈𝐥 𝐩𝐫𝐞𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚…
In un’epoca di frenetici “progetti pastorali”, di dirette Instagram dalla sagrestia, ed altro ancora, capita sempre più spesso di entrare in una chiesa e trovarla vuota di una presenza che un tempo era scontata: quella del prete inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento o seduto nel confessionale, in silenzio, disponibile, “prigioniero volontario per amore” del mistero che celebra.
Attenzione: l’attenzione al sociale, alla carità organizzata, all’accompagnamento dei lontani è parte integrante del mandato evangelico. «Ho compassione di questa folla» dice Gesù. Ma quel gesto di carità scaturiva da un cuore che passava le notti in silenziosa preghiera col Padre. Il miracolo nasceva dall’intimità, non dall’attivismo.
Oggi invece rischiamo sacerdoti-manager, impeccabili nell’organizzare, fare continue chiamate, presenti ad ogni invito, banchetto in ristoranti e bar, ma irreperibili nell’adorare, introvabili quando un’anima, magari alle nove di sera, bussa alla canonica con il peso di un peccato che le toglie il sonno. La gente, quella gente semplice che forse non sa citare l’ultima Enciclica, ma sa riconoscere l’odore della santità è stanca di trovare nel prete un qualsiasi animatore socio-culturale un po’ più gentile degli altri. Vuole un uomo che abbia le ginocchia consumate dal pavimento della chiesa più che le suole delle scarpe dai corridoi delle istituzioni.
L’Istruzione “Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale” (Congregazione per il Clero, 2002) lo ricorda con parole che suonano oggi quasi controcorrente: “Il sacerdote è chiamato innanzitutto a essere ministro della santificazione del popolo cristiano […] La sua identità più profonda consiste nell’essere dispensatore dei misteri di Dio (Cfr. 1Cor 4,1-2) […] È quindi necessario che dedichi tempi adeguati alla celebrazione dei sacramenti, specialmente della Penitenza e dell’Eucaristia, e all’adorazione eucaristica personale e comunitaria”.
Non è nostalgia passatista. No. È la consapevolezza che la gente non cerca principalmente un prete “utile”, ma un prete santo. Vuole vedere nei suoi occhi che ha appena finito di parlare con Qualcuno più grande di lui. Vuole percepire che, prima di organizzare la cena dei poveri, quel prete si è inginocchiato a lungo davanti al Tabernacolo chiedendo la grazia di non ridurre mai i poveri a un progetto, ma di incontrarli come Cristo li incontra.
Un vecchio prete di campagna, di quelli che ancora si alzano alle cinque per l’adorazione, diceva: “Quando la gente entra in chiesa e mi vede lì, in ginocchio, spesso non chiede più nulla. Si mette anche lei in ginocchio. Basta quello”. Bastava quello…
Forse è ora di tornare a “bastare quello”: un uomo che, prima di ogni agenda pastorale, si lascia consumare dall’unico necessario. Perché è solo da quel fuoco che può nascere una carità che non sia filantropia tiepida, ma passione di Cristo.
La gente non è stufa del prete che si spende. È stufa del prete che non si inginocchia più, che sfugge, che appare e scompare.
Ho visto preti davanti al SS.mo con il telefonino in mano. Penso di non sbagliare se qualche prete, misticamente raccolto davanti al SS.mo, avesse la mente occupata nell’organizzare meglio una serata del tutto culinaria. Tanto il Padre eterno non parla. L’ostia illuminata è là, asettica, senza parola. Almeno parlasse come ai tempi di don Camillo!
Oramai assistiamo a delle stramberie pastorali: esposizioni del SS.mo (veramente non pensavo che i giovani preti social riprendessero una devozione popolare già discutibile ai miei tempi), e poi distruggessero l’Avvento nel suo senso più profondamente spirituale, educando la gente a riflettere, a meditare, a riappropriarsi di quell’intelletto, luce divina, che potrebbe ridare alla fede quella profondità intesa dal Cristo evangelico.
22 novembre 2025
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