Omelie 2025 di don Giorgio: SECONDA DI AVVENTO

23 novembre 2025: SECONDA DI AVVENTO
Bar 4,36-5,9; Rm 15,1-13; Lc 3,1-18
Se è vero che, come dice la Liturgia, l’Avvento e la Quaresima sono due periodi “forti”, ovvero da vivere intensamente nella fede più pura, dobbiamo riconoscere che la stessa liturgia ci propone in queste settimane brani particolarmente intensi, e ricchi di riflessioni.
Mi soffermerò sul primo brano: è tolto dal libro di Baruc, che è stato il segretario del profeta Geremia, uno scriba pio e discreto, dedito al servizio della Parola di Dio, che ha svolto la sua opera durante l’esilio babilonese.
L’immagine di Gerusalemme, usata dal profeta, è quella della vedova, a cui sono stati strappati anche i figli, oltre ad aver perso il marito. Essa siede per terra, con gli abiti del lutto e il velo sul capo. Non si alimenta più, non si lava, non mette più profumi. È una donna disperata e senza futuro. Gerusalemme è rimasta sola a piangere per i figli dispersi.
Ma l’invito, che viene fatto a Gerusalemme dal profeta, è quello della sorprendente notizia: i figli stanno tornando a casa dopo tanto tempo. L’esilio a Babilonia è durato circa 50 anni e poi il dominio di Babilonia si è concluso con la vittoria di Ciro, re dei Medi e dei Persiani, che con l’editto del 538 a.C. ha rimandato alle proprie terre i deportati che desideravano tornare.
Quindi, il profeta invita Gerusalemme ad alzarsi per correre in cima al monte, e da lassù guardare verso oriente da cui stanno arrivando i figli deportati: li sentirà cantare come facevano i pellegrini alla vista di Gerusalemme, lassù sul monte Sion.
Perciò, dice il profeta: “Deponi gli abiti di afflizione e rivèstiti dello splendore che ti viene da Dio”. Gerusalemme è invitata a cambiare l’abito. Il vestito dimostra, soprattutto nel mondo ebraico, la dignità, la gloria, la grandezza e lo splendore interiore di chi indossa abiti maestosi. Il vestito non serve solo a ripararsi dal freddo o a proteggere il pudore, ma il vestito dimostra e qualifica nel proprio mondo il significato e l’onore della persona stessa.
Gerusalemme diventa splendente e unica: si riveste della gloria, che è luce che viene da Dio, mostrando la sua bellezza interiore a tutti i popoli, diventando attraente perché è rivestita del “manto della giustizia di Dio”. E la giustizia, nel Vecchio Testamento, è fedeltà, lealtà, solidarietà; perciò la bellezza è costituita da interiore splendore e coerenza di generosità. La luce per la sua stessa natura è diffusiva. Però, bisogna accoglierla nel nostro essere più profondo; qui solo è divina. Anche le cose diffondono una certa luce, ma è aleatoria, solo apparente, legata alle cose che passano, svaniscono, si consumano.
Gerusalemme riceve un nome nuovo: “pace di giustizia e gloria di pietà”. Per un semita il nome non è una designazione convenzionale, ma particolarmente legato alla persona, ridefinisce il suo ruolo, la sua vocazione, e apre a progetti e visioni nuove.
Prima dell’esilio il nome “Gerusalemme” era considerato come composto da “shalem” (pace) e “jeru” (fondamenta/città), quindi “Città della Pace” o “Dimora della Pace”. Se il tema della pace porta brividi di gioia; dopo l’esilio, si aggiungono due altri nomi: “giustizia e pietà”.
Lo sto ripetendo soprattutto in questi ultimi tempi, dove a predominare è la parola “pacifismo” e sembra che tutto sia da ridurre alla parola “pace” e alle sue più o meno folcloristiche manifestazioni o marce chilometriche, senza capire una cosa fondamentale, già presente nel Testo sacro: la pace si fonda sulla giustizia, e non sulla soggezione o sulla conquista che ha snervato ogni resistenza. Non c’è pace, senza giustizia.
Il profeta aggiunge un altro termine: “pietà”, che non è pietismo, un insieme di emozioni facili come è facile passare da un piatto pieno di salsicce a un altro pieno di leccornie varie. La pietà (o “pietas” in latino), invece, indica una vera interiorità spirituale, che si collega alla bellezza divina e alle sue scelte, e rende un tutt’uno la volontà di Dio e l’adesione a Lui. “Fiat voluntas tua”, preghiamo nel Padre nostro. Ma mentre diciamo “tua” pensiamo alla “nostra” volontà, ovvero che Dio ci ascolti nelle nostre più assurde pretese.
Torniamo alla immagine con cui il profeta vede il ritorno degli esuli in patria. Gli ebrei si sono allontanati dalla terra d’esilio a piedi, con tutte le deformazioni e i limiti di una dura esperienza negativa, quella dell’esilio, da qui un fardello pesante di odi, di rancori, di inimicizie, di rifiuti, schiacciati e profondamente delusi nel cuore.
Ora tornano in patria con il volto dell’amicizia, pieni di energia, accompagnati dal Signore che rende possibile una speranza nuova di coesione, di pace e di responsabilità. Il popolo si riunisce nella coerenza e nella gioia di saper ricostruire un futuro con l’aiuto di Dio. Israele ha riconosciuto il suo male nell’esperienza della misericordia di Dio, e Dio stesso gioisce nel ricostituire il suo popolo.
Ora sostituiamo a Gerusalemme la Chiesa, quella fondata da Gesù Cristo, che ha perso la strada del pensiero originario di Cristo. Essa è invitata a cambiare l’abito diciamo istituzionale, che essa ha assunto lungo i secoli: un abito che ha coperto l’essenzialità del messaggio originario e originale di Cristo.
Se ci fosse qui il profeta Baruc direbbe: «Smettila con le lamentele. Deponi il vestito del lutto, nella nostalgia del tempo passato quando esercitavi un forte controllo sulla società. Rivestiti della gloria/luce che viene da Dio, mostrando la sua bellezza interiore, solo così tornerai ad essere attraente, perché rivestita del “manto della giustizia di Dio”».
Ho l’impressione che oggi ci si limiti a cambiare qualche parola, o a invertirle. Recentemente il card. Matteo Zuppi ha scandalizzato un certo mondo ecclesiastico dicendo in una intervista: “Finita la cristianità, non è però finito il cristianesimo”. Intendiamoci sui termini: già il teologo Romano Guardini spiegava il termine “cristianità” come l’insieme delle strutture sociali, culturali e politiche nate dal Cristianesimo: un’epoca in cui la fede plasmava le istituzioni, il diritto, l’arte e la vita quotidiana. Il Cristianesimo, invece, sosteneva Guardini, è la fede interiore, l’incontro personale con Cristo, la sequela del Vangelo, che può vivere anche senza potere, senza consenso, persino senza visibilità.
Lo stesso Ratzinger, in “Fede e futuro”, diceva che la crisi che attraversiamo non è anzitutto religiosa, ma strutturale e culturale: «Il mondo si è chiuso in se stesso… l’ipotesi di Dio non è più necessaria per la comprensione del mondo». E tuttavia, proprio in questa pretesa di autosufficienza, l’uomo finisce per scoprire il proprio vuoto. È la crisi della cristianità, non del cristianesimo: ciò che viene meno è un sistema di valori condiviso, non la verità della fede.
Vorrei chiarire meglio il mio pensiero. Ancora oggi si confonde religiosità con spiritualità. La Chiesa non esce dalle strettoie di una religione, perché, nonostante qualche buona intenzione, intente il Cristianesimo sempre in uno schema religioso. Non si è ancora arrivati, anche da parte dei teologi più moderni, a puntare su quella interiorità dell’essere umano, che è essenzialmente mistico. La gerarchia ecclesiastica non ce la fa a compire il grande salto: dalla religiosità, che, volere o no, è sempre di carattere istituzionale o strutturale, a quel mondo del Divino che è presente in tutta la sua purezza nel nostro essere più profondo.

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