Omelie 2025 di don Giorgio: QUINTA DI AVVENTO

14 dicembre 2025: QUINTA DI AVVENTO
Mi 5,1; Ml 3,1-5a.6-7b; Gal 3,23-28; Gv 1,6-8.15-18
La prima lettura è costituita da due frammenti uniti insieme: il primo è tolto dal profeta Michea, costituito da un solo versetto, il secondo è tolto dal profeta Malachia.
Soffermiamoci sul primo frammento. Il libro di Michea alterna oracoli di minaccia e di denuncia a parole di consolazione e di promessa. Chiariamo: “Oracolo del Signore” si riferisce a un messaggio o un responso divino, tipicamente nei testi biblici, che viene introdotto come parola diretta di Dio. Il termine deriva dal latino “oraculum” ed è usato per indicare una profezia o un’affermazione infallibile di origine divina, spesso trasmessa attraverso un profeta. Si tratta di un genere letterario profetico che sottolinea l’autorità e la volontà di Dio, anche se in ambito non religioso il termine può indicare il parere di una persona autorevole.
Il tema dominante negli oracoli di minaccia nel testo di Michea è la condanna dell’ingiustizia sociale, dell’oppressione verso i deboli, della corruzione dei capi e dei magistrati. Notiamo: questo va di pari passo con la denuncia delle autorità religiose, sacerdoti e profeti, che non predicano secondo la volontà di Dio, ma secondo gli interessi personali. Perché allora scandalizzarci se diciamo che anche oggi Dio se la prenderebbe soprattutto con i suoi ministri, o, meglio, con quei ministri di una religione, quella cattolica, che ha tradito il cristianesimo, che non è una religione, facendo di dio un pretesto per i loro sporchi interessi?
Ma i parroci di oggi che fanno? Distruggono il volere di Dio in nome di una follia pastorale che giorno dopo giorno riduce in polvere parrocchie, dove non trovi più il Divino, come Spirito santificatore, ma un vuoto che pesa sulle anime che sono alla ricerca di una Sorgente di acqua viva. Un tempo i parroci erano incollati alla loro località, vissuta come quel pezzo di Regno di Dio che è la Grazia stessa di Dio. Oggi la gente ne soffre, e se ne va altrove.
Se volete trovare corrotti e i primi a violare ogni senso di ingiustizia anche sociale non andate lontano e non guardate fuori della vostra parrocchia. Almeno i preti facessero il funzionario, e lo facessero bene! No! Sono funzionari come i ministri del governo fascista che abbiamo in Italia, composto di gaudenti, pelandroni, farabutti, ladri, incompetenti.
Una volta in seminario ci educavano al senso di un dovere quasi maniacale, che è anche rispetto della giustizia, rispetto dell’altrui intelligenza, servizio di quel bene comune per il quale, come direbbe forse ancora oggi don Lorenzo Milani, non c’è orario, non ci sono vacanze, non c’è spazio pei i godimenti personali, che metterebbero in sofferenza lo stesso bene di una comunità, la quale, come dicevano una volta, mangia sì il suo prete, lo vorrebbe tutto per sé, ma perché un parroco è come un padre che ama i suoi figli fino alla follia: si perde per donarsi al bene dei suoi parrocchiani.
Torniamo al tempo di Michea. È il secondo profeta scrittore del Regno di Giuda, o Regno del Sud con capitale Gerusalemme. Era contemporaneo ad Isaia: siamo nella seconda metà del sec. VIII a.C. Il re è Ezechia, un buon uomo, ma troppo debole. In questo contesto il Profeta di Dio annuncia un oracolo di speranza: sta per nascere colui che dominerà Israele, e proprio in un paese ritenuto “insignificante”, il villaggio di Betlemme. Ma in quel paese era nato il re Davide, attorno al 1000 a.C. Da pastore che era, diventò re e fece grande il suo popolo. Dio sceglie sempre i posti più insignificanti dove deporre il seme della salvezza.
Notate. I personaggi importanti non dicono mai che sono nati in una piccola frazione: sarebbe un disonore. E i preti più ambiziosi sognano di prendersi parrocchie importanti, e qui rimangono pochi anni per andare altrove, in posti più altolocati. E poi solitamente falliscono miseramente. Don Lorenzo Milani ha lanciato il suo messaggio educativo in tutto il mondo da un piccolissimo paese di montagna, dove aveva istituito una scuola a tempo pieno per quattro mocciosi.
Passiamo ora al secondo brano della prima lettura, costituito dalla profezia di Malachia che
preannuncia la venuta di Gesù. Siamo sempre nel Regno di Giuda, del Sud. La composizione del libro di Malachia va probabilmente collocata nella prima metà del V a.C. È probabile che il nome Malachia non sia un nome di persona: la parola ebraica infatti significa “messaggero del Signore”. Dato il suo interesse per il culto, si è pensato fosse un sacerdote. Destinatari delle parole di Malachia furono gli Ebrei del periodo successivo all’esilio babilonese, quando il tempio era già ricostruito e la comunità iniziava a riorganizzarsi. Ci sono però segnali di crisi di fiducia nel Signore. Sempre così: sembra la legge inesorabile presente in tutto l’Antico Testamento: gli Ebrei stringono sotto giuramento un’ Alleanza di fedeltà con il Signore, poi la tradiscono, vengono perciò puniti, poi si pentono, ma tutto torna come prima: tradiscono, sono puniti, si pentono e così via. Non è anche la nostra storia? Talora non bastano catastrofi, guerre, per capire la lezione.
Dunque, anche nel contesto di Malachia ci ritroviamo in un tempo di grande decadenza: siamo attorno all’anno 450 a.C. Il popolo si lamenta anche perché trova una grave contraddizione tra la propria convinzione religiosa, e l’esperienza. La convinzione è garantita nel versetto del Salmo 37,25: «Sono stato fanciullo ed ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto abbandonato né i suoi figli mendicare il pane»; ma l’esperienza mette ogni giorno, sotto gli occhi, l’oppressione dei poveri da parte dei ricchi che prosperano, mentre il Signore non interviene. Ed ecco che il Signore, attraverso il profeta, promette: «Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me», poi introduce un secondo personaggio: «e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate; e l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire, dice il Signore dell’universo».
Attenzione a ciò che segue: «Il Signore è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia».
Dunque il Signore che verrà entrerà nel tempio e, come fuoco e come lisciva, purificherà i i sacerdoti secondo l’ordine di Levi. Cristo sarà sacerdote ma secondo l’ordine di Melchisedek, un re-sacerdote pagano. È importante questo richiamo alla purificazione del tempio che fa sorgere la coscienza nuova di un popolo. Gesù si lamenterà dei sacerdoti e della classe dirigente che avevano ridotto il tempio a “spelonca di ladri” (Mc 11,17). Oggi la situazione delle nostre chiese non sembra diversa, ma guai se uno dicesse che sono tuttora spelonche di ladri o di mercanti che fanno loschi guadagni.
La comunità cristiana rilegga la venuta di Gesù come una presenza nuova di Dio che porta fuoco e purificazione: attraverso la Parola e lo Spirito. La parola di Dio è Spirito che purifica, togliendo tutto ciò che è carnale, che schiavizza la coscienza o la dignità di essere figli di Dio.

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