28 dicembre 2025: Ss. Innocenti martiri
Ger 31,15-18.20; Rm 8,14-21; Mt 2,13b-18
Nonostante sia domenica, che per il nostro rito ambrosiano non cede mai il posto ad una festività dei santi, la Liturgia celebra gli Innocenti. Anche i bambini fatti uccidere da Erode il Grande appartengono ai “comites Christi”, ovvero ai “compagni di Cristo”, i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.
Dico subito che l’episodio meriterebbe una particolare esegesi, cioè una interpretazione che va oltre il racconto in sé, tanto più che la maggioranza degli studiosi moderni nega la storicità dell’episodio, anche per il mancato riscontro nelle opere di Giuseppe Flavio, fonte principale della storia giudaica del I secolo d.C. Che sia storico o no, ci può interessare fino a un certo punto. La domanda vera è questa: come andrebbe letto l’episodio? come uno tra i tanti delitti compiuti da Erode il Grande, crudele e sanguinario? Secondo Macrobio, l’imperatore Augusto, ricevuta la notizia della uccisione da parte di Erode di due suoi figli, Alessandro e Aristobulo conosciuti molto bene dallo stesso Augusto, ebbe a dire: «È meglio essere il maiale di Erode piuttosto che uno dei suoi figli»; infatti Erode, essendo giudaizzato, non mangiava carne di maiale, anche se non esitò ad uccidere i suoi stessi figli.
Matteo, l’unico tra i quattro Evangelisti a tramandarci la strage degli innocenti, lo inserisce però in un contesto di profezie, che non va sottovalutato. Anzitutto, l’episodio viene narrato subito dopo quello dei magi, quasi che Erode, preso in giro da loro per non essere tornati per avvertirlo della nascita del Bambino misterioso, si fosse poi vendicato facendo uccidere i bambini di Betlemme. Ma, come vedremo durante l’omelia dell’Epifania, la storia dei magi è un “midrash”, cioè non è un racconto da prendere alla lettera.
Ma c’è di più. Matteo, scrivendo il suo Vangelo ai cristiani provenienti dal mondo giudaico, continuamente ricorre alle profezie, che gli Ebrei conoscevano molto bene. Qualche esegeta ha contato il numero di queste citazioni profetiche: sarebbero una settantina. Perché Matteo ricorreva così frequentemente alle profezie? Lo faceva per collegare l’attesa d’Israele alla figura e alla parola di Gesù. Come dire: vedete, Gesù è veramente il messia atteso dai profeti. Perché non gli avete creduto? Potete ancora ricredervi.
Nel terzo brano di oggi troviamo proprio due di queste profezie: la prima è di Osea, il quale al capitolo 11, primi versetti, scrive: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio». “Figlio” sta per Israele, ma il profeta ha visto qualcosa di più, di oltre: ha visto il Messia. Secondo la lettura diciamo simbolico-spirituale delle prime comunità, anche Cristo ha ripercorso alcune tappe della storia del suo popolo: una di queste era la schiavitù egiziana. Ecco la domanda: come mai Maria, Giuseppe e il bambino Gesù si erano recati in Egitto? Risposta: sono dovuti fuggire a causa della persecuzione di Erode. La persecuzione di Erode: altro tema che ricordava il faraone che ha perseguitato gli antichi ebrei, uccidendo i neonati maschi in quella notte di liberazione, per evitare che il popolo fuggisse dall’Egitto, agli ordini di Mosè.
L’episodio della strage dei bambini innocenti non viene però inventato di sana pianta per giustificare la fuga in Egitto. Qui entra in scena un’altra profezia, questa volta molto interessante. È quella di Geremia, citata da Matteo, e riportata nel primo brano della Messa. «Una voce si ode a Rama, un lamento e un pianto amaro: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata per i suoi figli, perché non sono più».
Chi era Rachele? Era la moglie prediletta di Giacobbe. Mentre, incinta del secondo figlio sta per giungere a Efrata, nel circondario di Betlemme, è scossa da un parto difficile e la sua situazione è drammatica. Scrive l’autore della Genesi: «Mentre esalava l’ultimo respiro, perché stava morendo, essa lo chiamò Ben-onì (“figlio del mio dolore”), ma suo padre lo chiamò Beniamino (“figlio della destra”), cioè della fortuna» (Gen 35,18).
Secoli dopo quell’evento, nel 586 a.C., davanti a Gerusalemme diroccata dall’esercito babilonese, Geremia riprende quel ricordo e lo ambiente a Rama, una località 17 chilometri a nord di Gerusalemme. A Rama erano stati concentrati dai babilonesi tutti gli Ebrei che si sarebbero poi incamminati per l’esilio verso Babilonia. Su questa folla di disperati il profeta immagina che si erga la figura statuaria di Rachele; questo spettro solenne sembra piangere non più la sua morte, ma la morte degli Ebrei, quelli caduti nell’assedio di Gerusalemme e quelli ora deportati. L’evangelista Matteo, in dissolvenza, riproduce la stessa scena dipinta da Geremia, ma ambientandola a Efrata, cioè a Betlemme, ove si leva il pianto delle madri dei bimbi fatti uccidere da Erode.
Vorrei ora fare qualche personale riflessione. Non voglio però cadere nello scontato. Tanti preti avranno parlato oggi della fine tragica di tanti bambini innocenti, fatti abortire prima di nascere, uccisi dalla fame, dalla violenza, magari da madri snaturate. Senza negare le tragedie quotidiane che vedono questi piccoli, vittime di una società balorda, vorrei invece soffermarmi sulle parole di conforto, che riguardano anzitutto noi adulti, che siamo i primi responsabili di ciò che succede in questo mondo.
Il Signore ripete anche a noi le parole che ha rivolto alla figura immaginaria di Rachele: «Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche… essi (gli esuli ebrei) torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza… I tuoi figli ritorneranno nella loro terra». E, rivolgendosi poi al popolo d’Israele, rappresentato da Efraim, più volte colpito dalla punizione divina, e che per questo si lamenta, il Signore lo conforta con queste parole: «Il mio cuore (letteralmente “le mie viscere”) si commuove per lui e sento per lui profonda tenerezza».
Il problema del male e della sofferenza degli innocenti nessuno potrà mai risolvere, tanto meno urlando tutta la propria rabbia. Bisogna sempre guardare avanti. Il Signore ancora ci ripete: “C’è una speranza per la tua discendenza”.
Noi adulti, purtroppo, abbiamo un grosso peccato: ci sembra che il mondo finisca con noi. In fondo, non siamo che decrepiti egoisti: pensiamo solo alla terra che viene a mancare sotto i nostri vacillanti piedi. Ma il Signore ci invita a pensare alla nostra discendenza. Dobbiamo seminare, altri raccoglieranno. Certo, spetta a noi oggi seminare speranze, quelle eterne. Ma in che modo? Lamentandoci come la biblica Rachele che osserva, afflitta, la massa di disperati che vanno verso l’esilio?
Il Signore ci conforta: “I tuoi figli ritorneranno nella loro terra”. Noi siamo così ossessivamente aggrappati al nostro pezzetto di terra che la consumiamo quasi tutta, senza permettere ai figli di poterla godere, ma i figli devono già imparare che, a loro volta, dovranno lasciare in eredità la possibilità ai loro discendenti di continuare il ritmo della vita. Un ritmo che, nonostante tutto, continua di generazione in generazione.
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