Omelie 2026 di don Giorgio: DOPO L’OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE

4 gennaio 2026: DOPO L’OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE
Sir 24,1-12; Rm 8,3b-9a; Lc 4,14-22
Il primo brano è tolto dal libro del Siracide, chiamato così dal suo autore, che nello stesso libro, capitolo 50,27, viene presentato come “Gesù, figlio di Sirach, figlio di Eleazaro, di Gerusalemme, che ha effuso la saggezza dal suo cuore”. Dunque – è importante già notarlo – si tratta di un maestro o, meglio, di un sapiente da ascoltare con attenzione, praticando ciò che egli, in nome di Dio, insegna, se si vuole diventare saggi alla luce del “timore di Dio”, secondo il monito classico della tradizione sapienziale.
Chiariamo. Avere timore non significa aver paura e tanto meno terrore di Dio, anche se alcune pagine dell’Antico Testamento potrebbero indurci a ritenere Dio come un despota anche vendicativo. Avere timore di Dio è riconoscere la sua grandezza, nella sua santità e giustizia: sì, avere anche una certa paura, ma di perdere la sua presenza e amicizia, non in vista di un castigo, ma perché il Signore è l’Unico Bene Necessario: senza di lui noi saremmo perduti, in balìa del vuoto.
Anche qui bisognerebbe chiarire il concetto di peccato: soprattutto una volta, il peccato era visto come un venire meno ad una legge del tipo religioso, obbligandoci ad andare poi a confessare quella determinata mancanza davanti a un prete. Lo stesso Paolo ha scritto: più ci sono leggi più c’è la possibilità di peccare, invitandoci a rivedere il nostro rapporto con Dio alla luce della Grazia, e non in base alla legge umana, senza poi dimenticare che la stessa Chiesa ha messo tra i sette doni dello Spirito santo il “timor di Dio”, che ci aiuta a capire come dobbiamo comportarci. Sant’Agostino ha scritto: “temo il Signore che passa”, ossia: il Vescovo di Ippona temeva di perdere ogni buona occasione per incontrarsi con Dio. Dio semina ovunque i semi della sua Grazia. Dobbiamo temere di non vedere i momenti di grazia, lasciando che Dio passi senza che ce ne accorgiamo. Un maestro, un vero maestro, ci invita a saper cogliere ogni opportunità per scoprire già in noi la presenza del Divino. Un maestro è sapiente quando è illuminato dalla sapienza divina.
Ed ecco la cosa sorprendente: il capitolo 24 del Siracide, di cui fa parte il brano di oggi, introduce la Sapienza come una donna che si presenta nella sua missione e nella sua personalità: per questo si usa parlare di “personificazione”.
Il testo, che ha le caratteristiche di un inno proclamato dalla sapienza stessa, è di estrema importanza per comprendere non solo la visione che l’autore, il Siracide, ha della sapienza, ma anche l’evoluzione che quel concetto ha avuto nel tempo. Basterebbe andare a rileggere il capitolo 8 del libro dei Proverbi, quando l’autore sacro descrive la Sapienza, già personificata come una Donna, con un termine ebraico, “amon”, variamente interpretato: o come una “architetta” che traccia il piano del mondo o come “giovane”, quasi una ragazzina, che sta danzando man mano che il Signore crea il mondo.
Ascoltiamo ora ciò che ci dicono gli esegeti. Dopo avere per secoli accolto la Parola del Signore ed averla letta, analizzata, confrontata, imparata a memoria nei tempi drammatici e gloriosi del popolo d’Israele (in ogni caso, preziosa e indispensabile è stata l’opera degli antichi Profeti) si è sviluppata con stupore e meraviglia la scoperta della bellezza e della profondità della Sapienza.
Infatti, in questo libro, scritto nel II secolo a.C., neppure accettato nella sua versione greca come testo canonico dagli Ebrei e neppure dai cristiani protestanti, è come se si levasse il velo della quotidianità e si riuscisse a svelare le ricchezze, la pienezza della Sapienza di Dio che ha creato il mondo. Proprio quella Sapienza di architetto e di inventore del mondo, ora trascrive in parole e formule la sua ricchezza.
Il popolo ebraico possiede la “Torah” (legge-insegnamento) che è la strada che conduce alla vita. Essa è la Sapienza di Dio che si è installata in Israele, dono gratuito che non si può meritare, perché è un dono da accogliere, senza le nostre pretese di creature precarie. Purtroppo, dobbiamo dirlo, la Sapienza di Dio verrà offuscata da una miriade di leggi ebraiche non solo del tutto inutili e dispersive, ma anche dannose, se è vero che Cristo stesso sarà costretto a ridimensionare il rapporto legge-coscienza con quelle parole diventate famose: “il sabato, ovvero la legge, è per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”.
Analizziamo ora il testo del brano. La Sapienza è preesistente al mondo, anzi accompagna il Signore nell’architettare la terra nella sua bellezza. Si richiama la creazione e ci sono immagini che nella cultura ebraica erano fondamentali: prendere dimora che corrisponde al piantare una tenda. L’espressione del Prologo di Giovanni: “E (il Logos eterno) venne ad abitare in mezzo a noi”, secondo il testo greco andrebbe tradotta così: “(Il Verbo eterno) ha piantato la sua tenda in mezzo noi”. Sarei tentato di chiarire: non in mezzo a noi, ma dentro di noi, nel grembo del nostro essere.
Nelle parole del Maestro saggio c’è anche il richiamo al cammino nel deserto e l’accompagnamento di Dio con l’arca. E subito dopo, ecco “la colonna di nubi” che rilegge la protezione di Dio sempre durante il cammino nel deserto verso la terra promessa. La Sapienza percorre il mare e la terra, scende negli abissi e regola con le sue leggi l’equilibrio della natura. Dovremmo soffermarci a lungo su questo aspetto: è la Sapienza e non lo sfruttamento da parte dell’uomo, a regolare, ovvero a mettere le leggi giuste, se vogliamo trovare l’equilibrio delle energie che Dio stesso ha posto nel Creato.
Poi il Signore vuole che la Sapienza trovi una casa tra i popoli, ma, secondo il Saggio biblico, solo Israele l’ha voluta ospitare. Perciò la Sapienza resterà per sempre: “per tutta l’eternità non verrò mai meno”. Parole che oggi come oggi fanno seriamente riflettere sul come intendere questa promessa, visto che il popolo ebraico sembra aver perso ogni minimo segno di sapienza, trasformandola in follia omicida.
Interessante poi l’annotazione: la Sapienza cerca un luogo di riposo, e lo trova nel tempio, dove sviluppa la sua intelligenza e bellezza nei complicati e ammirevoli atti di culto. La Sapienza prende la parola nel tempio e parla nell’assemblea liturgica. La sua funzione è quella di stare presso Dio. Insieme alla lode la Sapienza dispensa la sua intelligenza per governare la vita del popolo e la vita personale di ciascuno
E tuttavia il popolo d’Israele si rende conto di aver bisogno di una nuova presenza. E perciò attende Colui che verrà e che saprà vivere in pienezza la Sapienza di Dio. Si fa strada la speranza che il Messia verrà finalmente ed esprimerà in bellezza e pienezza la bellezza e la pienezza di Dio. L’evangelista Giovanni, quando scrive il suo Vangelo, ha senz’altro davanti agli occhi l’immagine della Sapienza e accetta di fare sintesi e traduce nel suo Prologo il significato di Gesù, riconosciuto dalla comunità cristiana, come la Sapienza incarnata: “la Parola (Verbo) si è fatta carne e ha posto la sua tenda, ovvero la sua dimora, in mezzo a noi, o meglio in noi”. Dove “sono”, Lui c’è, come la Sapienza che è Luce nelle tenebre.

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