15 febbraio 2026: ULTIMA DOPO L’EPIFANIA
Os 1,9a; 2,7a.b.-10.16-18.21-22; Rm 8,1-4; Lc 15,11-32
Partiamo dal primo brano, che è tolto da libro di Osea. Diciamo subito che Osea è il primo dei dodici profeti cosiddetti “minori”. Specifichiamo che l’appellativo “minori” si riferisce soltanto alla dimensione o mole degli scritti, non alla loro importanza, e così per l’appellativo “maggiori” dato ai libri di Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele.
Osea è vissuto nell’VIII a.C., nel regno del Nord (chiamato Regno d’Israele, con capitale Samaria), in un tempo turbolento di crisi politica e di decadenza morale. Si era diffusa l’idolatria, e c’erano molti templi pagani, dedicati agli dèi fenici. L’idolo conosciuto era Baal, chiamato “il Signore, il potente, il dominatore, il padrone”. Esisteva una classe sacerdotale che dominava il paese e teneva nei templi le prostitute sacre, alimentando così i profitti e la superstizione delle popolazioni che si erano allontanate dal Dio della liberazione.
Ed ecco che Dio inventa una della sue: ordina a Osea di sposare una di queste prostitute, di nome Gomer. Ma poi succede che la sposa si stanca della vita matrimoniale e ricomincia a desiderare l’antica abitudine di prostituirsi nel tempio con i devoti degli idoli.
Osea come vive questo dramma familiare? È un uomo fortemente innamorato, nonostante sia tradito dalla sposa, che egli ha amato e continua ad amare. E qui entra anche la parte simbolica. Il conflittuale matrimonio di Osea con Gomer diventa il simbolo della relazione tra Dio e il popolo d’Israele. Questo matrimonio non è solo un’unione personale tra due individui, ma un atto profetico carico di significato simbolico.
Questa unione travagliata diventa il cuore narrativo e teologico del libro: la relazione tra Osea e la sua sposa riflette quella tra Dio e il suo popolo, idolatra ma non abbandonato.
La profezia di Osea è un lamento appassionato, un atto d’accusa ma anche un appello alla riconciliazione. Israele, sedotto da culti stranieri e alleanze politiche, ha dimenticato la fedeltà dell’alleanza, ma Dio – come uno sposo ferito – non cessa di amare, anzi cerca continuamente la via del perdono.
Nel testo emergono con forza le immagini affettive e familiari: Dio è sposo, ma anche padre, educatore, medico e salvatore. Il linguaggio poetico e simbolico, a tratti struggente, rende la sua profezia tra le più intime e commoventi di tutta la Bibbia. Accanto alle accuse di infedeltà e ingiustizia, si apre lo spazio per la tenerezza, la speranza, la possibilità di un nuovo inizio.
L’influenza di Osea è profonda nella spiritualità ebraico-cristiana. I temi dell’amore misericordioso e dell’alleanza coniugale saranno ripresi più volte dai Profeti successivi e diventeranno fondamentali nella teologia cristiana. Anche per questo, nella tradizione cristiana, Osea è considerato uno dei primi a esprimere il volto di un Dio non solo giusto, ma intimamente legato al destino umano, capace di soffrire e di perdonare per amore.
Dunque, Gomer, che continua a prostituirsi anche dopo il matrimonio, incarna l’infedeltà spirituale di Israele. Il popolo di Dio, infatti, si è allontanato dall’adorazione del vero Dio per inseguire idoli e falsi dèi, proprio come una moglie infedele tradisce il proprio marito. Attraverso questo matrimonio, Osea diventa il portavoce di un messaggio profondo e difficile: come Gomer tradisce suo marito, così Israele tradisce Dio.
In questo contesto, la prostituzione di Gomer non viene mai giustificata o minimizzata; anzi, è chiaramente vista come un peccato, un atto di infedeltà. Tuttavia, il messaggio centrale del libro di Osea è la fedeltà di Dio, che non abbandona il suo popolo nonostante le sue colpe. Il profeta, con la sua fedeltà a Gomer, diventa un riflesso di questa fedeltà divina, offrendo a Israele un esempio vivente dell’amore e della pazienza di Dio.
L’episodio di Osea e Gomer ci lascia dunque sbalorditi per la sua intensità e profondità. Osea non è solo un profeta che parla; è un profeta che vive il messaggio di Dio in prima persona, facendo della propria vita un segno profetico. In questo modo, egli ci invita a riflettere sulla gravità del peccato, sulla necessità della fedeltà e, soprattutto, sulla meravigliosa grazia di un Dio che rimane fedele, anche quando noi non lo siamo.
Il cuore di Osea è il cuore di un innamorato che sa essere fedele. E come Dio attraverso i suoi profeti, Osea ripensa ad una strategia di riavvicinamento e accetta di umiliarsi e di riaccogliere Gomer che, nel frattempo, sta dando segni di stanchezza e di delusione. Perciò le parole di Osea diventano le parole del perdono di Dio.
Così quel Dio che è stato chiamato il Liberatore, il Pastore, l’Alleato, per la prima volta è chiamato Sposo. È un’immagine ardita, che obbliga a ripensare a rapporti nuovi, di profonda intimità e amore. Il profeta rilegge la storia di Israele: la solitudine dell’Egitto, l’innamoramento gratuito della sposa disprezzata e schiava, il fidanzamento nel deserto.
Pensate anche al nome dei tre figli nati dal matrimonio di Osea con Gomer: ricevono un nome simbolico, capaci di esprimere un monito per tutto Israele. Il primogenito si chiama Izreel, città della regione settentrionale della Galilea, residenza estiva dei sovrani di Samaria, sede si una strage perpetrata da un generale, di nome Ieu, nei confronti della dinastia precedente. Il bambino è, quindi, un segno di sangue. La figlia, nata dopo Izreel, si chiama “Non-amata”, sarà cioè testimonianza della fine della benevolenza del Signore nei confronti di Israele. Cira tre anni dopo nasce al profeta un terzo figlio, chiamato “Non-popolo-mio”: è facile vedere in questo nome la negazione della cosiddetta “formula di alleanza”, esprimente la reciproca adesione che legava Jhave a Israele. Poi, in seguito alla conversione di Israele e al suo perdono da parte di Dio, i nomi mutano di significato: indicano “Dio semina”, “Mio popolo”, “Amata”.
Mi ha sempre affascinato la vicenda personale di Osea: un simbolo che si fa carne in una persona reale. È stato scritto che Osea è il primo dei profeti che ha osato l’inosabile: ha osato fare dell’amore tra un uomo e una donna – e non un amore angelicato, ma un amore colmo di passione, di tensione, di smarrimenti e di ricerca – il simbolo dell’amore di Dio verso il suo popolo.
Mi piace pensare ad Osea come al profeta dell’amore di Dio Padre e Madre per i suoi figli. Dice Angelo Casati: «Alla mente mi ritorna una pagina folgorante dello scrittore Ennio Flaiano, là dove abbozzava un ipotetico ritorno di Gesù sulla terra, un Gesù, infastidito da giornalisti e fotoreporter, come sempre invece vicino ai drammi e alle fatiche dell’esistenza quotidiana: “Un uomo – scrive Flaiano – condusse a Gesù la figlia ammalata e gli disse: “Io non voglio che tu la guarisca, ma che tu la ami”. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando le folle a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli”. A convertirci – il profeta Osea ce lo ricorda – non sono certo i segni clamorosi, a convertirci è la tenerezza di Dio. La tenerezza ferita».
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