Quaresima, tempo della gioia del distacco

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Quaresima,

tempo della gioia del distacco

Chi parla del periodo quaresimale con il volto funereo non ha capito il senso profondo di un momento di Grazia illuminante, di cui il numero quaranta dovrebbe assumere una valenza che affonda le sue radici nel profetismo più elevato dell’Antico Testamento.
Basterebbero queste parole con cui il profeta Osea fa parlare Dio riferendosi al suo popolo, nelle vesti di una sposa: «Perciò, ecco, io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (2,14).
Dio parla di attirare il suo popolo in un luogo solitario per parlare al suo cuore e ricostruire un rapporto intimo. Il deserto biblico rappresenta un luogo di prova, ma anche di purificazione e di incontro profondo con il Divino, lontano dalle seduzioni del “mondo”, da intendere in senso giovanneo. È l’iniziativa di Dio di riallacciare un legame d’amore, come uno sposo che porta la sposa in disparte, in una segreta intimità, per rinnovare l’alleanza.
Il deserto è sì un luogo di privazione, un luogo anche difficile, un luogo di sofferenze, nel deserto manca tutto, nel deserto tutto è arido; nel deserto si hanno anche le allucinazioni e si può rischiare di morire. Ma il Signore chiama ciascuno di noi nel deserto, perché vuole farci capire cos’è essenziale, per dirci che nel deserto vi è l’unica certezza, l’unica oasi, l’unica acqua che è Lui. Dio è il Tutto, e nel deserto lo si capisce, ma non nel senso che ci richiama non so a quale pauperismo o non so a chissà quale forma strana di vita eremica.
Il deserto è per tutti, perché tutti, in un modo o nell’altro, abbiamo addosso qualcosa che non va, che ci pesa, fosse pure una povertà materiale che vogliamo scrollarci di dosso per caricarci poi di un altro peso, che è quel mondo stressante di cose che anche solo nel desiderarle ci deprime fino allo sfinimento. Il Signore ci seduce nel deserto, quando siamo spogli di ogni di più, di ogni desiderio del di più.
I devoti Ebrei ritenevano il deserto il luogo ideale per una vita spirituale più profonda perché richiamava il periodo in cui Dio si era fidanzato nel deserto sinaitico con il suo popolo dopo averlo liberato dalla schiavitù egizia: «Così dice il Signore: Io mi ricordo dell’affetto che avevi per me quand’eri giovane, del tuo amore da fidanzata, quando mi seguivi nel deserto» (Ger 2,2). Il deserto divenne così il simbolo di un periodo privilegiato della storia ebraica. In esso gli Ebrei avevano ricevuto la Legge, l’alleanza con Dio e avevano sperimentato la provvidenza miracolosa di Dio che aveva donato loro la manna (Es 16; Nm 11,4-9), l’acqua dalla roccia (Es 17,1-7), il serpente di bronzo contro il morso velenoso delle serpi (Nm 21:9). È per questo che il deserto (la steppa) attraeva in modo particolare Osea che riporta le parole di Dio alla sua nazione: «Ecco, io l’attrarrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Di là le darò le sue vigne e la valle d’Acor come porta di speranza; là mi risponderà come ai giorni della sua gioventù, come ai giorni che uscì dal paese d’Egitto» (Os 2,14,15).
Condivido quanto è stato scritto:
«Il deserto, a ben vedere, è una necessità. È un’esperienza che la persona che vuole essere sincera con se stessa deve fare. Perché il deserto è luogo di verità. Il deserto è una tappa dello spirito. Quando tutto diventa confuso dentro di noi, si prova perfino nostalgia del deserto, di un luogo dove finalmente far riposare la mente. Nel deserto si può andare allora volontariamente per desiderio di solitudine, di silenzio, di essenzialità. Così il deserto diventa un momento più vero, più profondo e significativo. Diventa tempo di ricerca di un significato interiore. Il deserto è un bisogno per indagare le nostre necessità ed essere poi liberi. Solo nel deserto possiamo essere purificati. Il compito del deserto è proprio questo. Lì tutto è nitido e il firmamento appare com’è, senza l’offuscamento delle luci artificiali degli abbagli umani. Abbiamo bisogno di scoprire la limpidezza. Ci vuole il deserto per ritrovare la verità su noi stessi, la nostra solitudine e scoprire poi con sorpresa che non siano soli. Il deserto è proprio questa condizione di assoluta necessità che anela alla liberazione. È ora di pensare al nostro deserto, di decidere come ritagliarci il nostro luogo spirituale per pregare in solitudine e nel silenzio, per purificarci. È ora di fare deserto. Quando tutte le voci e i rumori tacciono, come nel deserto, si crea lo spazio per l’ascolto. Possiamo allora udire la voce di Dio che ci parla con le parole della Sacra Scrittura. Il deserto si fa allora luogo della parola di Dio. Il deserto conduce alla solitudine, esige lo starsene da soli. Esige il silenzio che ci guida alla soglia di noi stessi. Il deserto ci obbliga al dialogo interiore con noi stessi, lasciando affiorare il nostro vero io. È in questa solitudine alla presenza di Dio che possiamo udire le sue parole: “La condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore” (Os 2,14)».
Attenzione. Non è necessario andare chissà dove, intendendo per deserto un luogo fisico. Pur rispettando ogni scelta, ma senza proporla come ideale, è dentro di noi che dobbiamo tornare perché qui, nel nostro più intimo, c’è quel deserto, di cui parlava il profeta Osea, Dio parla in ogni istante al suo ben amato. Dobbiamo rientrare in noi, per tornare a farci riamare dal Bene Sommo. Lui ci ama per Se stesso, perché è il Bene Assoluto: Dio ama Se stesso in noi.
In tal modo non si fugge dal mondo, come un eremita che si ritaglia un posto isolato per starsene da solo con il suo Dio. Più rientriamo in noi, più siamo spinti a riflettere il volto di Dio, nella sua essenzialità più pura, nella società che così non ci è estranea, pur fuori del nostro essere interiore.
Solo il Mistico capisce questo mondo, e va nella direzione giusta per lottare perché si realizzi il Disegno di Giustizia, che è quell’Ordine, Cosmo, per cui ogni particolare o frammento o rimasuglio prende senso e vita nel Mosaico divino.
21 febbraio 2026
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