Da Agostino a Tibhirine: il Papa, l’Algeria e la pace
da rivista.vitaepensiero.it
Da Agostino a Tibhirine:
il Papa, l’Algeria e la pace
11.04.2026
di Roberto Righetto
“Disarmali, disarmaci!” è la preghiera rivolta a Dio da parte di Christian de Chergé, il priore di Tibhirine, la sera del 24 dicembre 1993. Un grido che ben rappresenta la sua figura, la sua opera. La comunità dei monaci cistercensi posta nell’Atlante algerino era stata appena visitata dall’emiro Sayah Attiyah e dalla sua banda armata, colpevole nei giorni precedenti di aver assassinato 12 lavoratori croati solo perché occidentali, poco lontano dal monastero. Ora cercavano un medico, fratel Luc, ben conosciuto nella zona per la sua attività benefica verso tutta la popolazione, decisi a prelevarlo. Ma padre Christian si era opposto con queste parole: “Stiamo preparandoci a celebrare il Natale, per noi è la nascita del principe della pace”. E l’emiro non aveva insistito andandosene con i suoi uomini. In quel momento nel cuore di Christian sgorga la preghiera. Non solo, decide di inviare una lettera a Attiyah, parlandogli “da uomo a uomo, da credente a credente”. Senza sapere se il suo scritto gli fosse arrivato, perché poco tempo dopo l’emiro venne ucciso. Quella di Chergé è la completa accettazione del proprio destino, tanto che potrà rivolgersi, nel suo testamento, a colui che gli toglierà la vita come “l’amico dell’ultimo minuto”. Il che accadde veramente: 7 monaci di Tibhirine furono rapiti dal Gruppo islamico armato il 26 marzo del 1996 e trucidati due mesi dopo.
Erano anni drammatici in Algeria, con una guerra civile scoppiata nel 1989 fra il regime dei generali e i fondamentalisti islamici. Anni in cui tanti cristiani furono vittime inermi del conflitto: fra essi nel 1994 quattro padri bianchi di Tizi Ouzoue e due monache agostiniane che operavano nel quartiere di Bab el-Oued ad Algeri, aiutando anziani, bambini disabili e famiglie bisognose. E persino il vescovo di Orano, Pierre Claverie, morto con il suo autista, Mohammed Bouchikhi, per l’esplosione di un’autobomba il 1° agosto 1996. Diciannove di loro sono stati beatificati nel 2018 e ora è in corso il processo di canonizzazione. Alla vicenda dei monaci trappisti di Tibhirine è stato dedicato com’è noto un bellissimo film di Xavier Beauvois, Uomini di Dio, uscito in Francia nel 2010 e celebrato in tutto il mondo. Una mostra itinerante, dal titolo Chiamati due volte, promossa dalla Fondazione Oasis e dalla Libreria Editrice Vaticana, è in corso in varie città d’Italia dopo il successo di visite al Meeting di Rimini nell’estate 2025.
Fra pochi giorni papa Leone renderà omaggio ai martiri d’Algeria, recandosi nella nazione nordafricana dal 13 al 15 aprile, visitando Algeri e Annaba, l’antica Ippona dove sant’Agostino fu vescovo. Un’occasione per rilanciare la sfida della pace e il dialogo fra le religioni. Dopo le aperture straordinarie del Concilio e i pontificati di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, con i numerosi incontri con ebrei e musulmani e non solo, il cui modello è quello tenutosi ad Assisi nel 1986, la situazione politica mondiale non sembra favorire il confronto tra le fedi. Proprio il priore di Tibhirine si domandava come far convivere cristiani e musulmani facendo emergere gli aspetti comuni e al contempo rispettando le differenze. Si legge in un altro passo del suo testamento: “Se piace a Dio potrò immergere il mio sguardo in quello del Padre per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo”.
Anche il lascito di Claverie è tutto nel segno di questo dialogo rispettoso, come dimostra un altro testamento, quello del suo giovane autista musulmano: in un piccolo quaderno ritrovato dopo la morte, il 22enne Mohamed invoca la pace e il perdono. Ha scritto il cardinale Jean-Paul Vesco, attuale arcivescovo di Algeri, in un articolo su Vita e Pensiero: “Spesso ci chiedono che cosa facciamo come Chiesa in Algeria, in un paese musulmano; e qual è l’utilità di una Chiesa ‘condannata’ al silenzio e all’amicizia come soli mezzi per testimoniare il Vangelo. Questa rappresentazione non è vera né falsa. Solo, non è ben centrata. Come se fosse possibile testimoniare il vangelo al di fuori di una relazione di amicizia!”. Charles de Foucauld è l’icona di questo desiderio di fraternità universale, la strada più potente perché sovversiva, un’arma contro la violenza e la barbarie. “Seguire Cristo significa rinunciare alla tentazione della forza”, insiste Vesco, convinto che il nucleo dell’identità cristiana sia da ritrovare nel Discorso della Montagna, che rappresenta l’essenza stessa del Vangelo e la specificità del cristianesimo rispetto agli altri due monoteismi.
Lo stesso sant’Agostino, che Leone XIV onorerà visitando la basilica a lui dedicata ad Annaba, scrisse il suo libro più famoso assieme alle Confessioni, la Città di Dio, come reazione al collasso dell’impero dopo aver visto il sacco di Roma ad opera del visigoto Alarico nel 410, morendo vent’anni dopo in un’Ippona assediata dai Vandali. Ma il padre della Chiesa può essere considerato un punto di riferimento anche per i musulmani? È quanto esaminò nel 2001 un colloquio internazionale promosso dal governo algerino in collaborazione con l’Alto Consiglio Islamico, l’Università di Friburgo e l’Augustinianum di Roma. Fino ad allora nel Paese non si era mai parlato dell’Algeria dei primi secoli, quella cristiana, ma oggi si accetta integralmente il suo patrimonio culturale riconoscendo la personalità eccezionale di Agostino. È come se in Turchia i turchi stessi si ritrovassero a discutere con i cristiani sull’opera di san Basilio o san Gregorio di Nazianzo, o se in Egitto si intrattenessero su sant’Atanasio di Alessandria o sulla vita dei monaci del deserto, ed ancora se in Iran cristiani e musulmani identificassero sant’Efraim come tesoro di tutta la nazione.
E se oggi a Tagaste, l’attuale Souk-Ahras, città natale di Agostino, non resta più nulla delle radici cristiane, ad Annaba lo Stato sta cercando di valorizzare le testimonianze della Chiesa dei primi secoli. Ma qual era il bagaglio culturale di Agostino? Era quello tipico dell’Africa romana: quando egli era in vita, il nord quanto il sud del Mediterraneo facevano parte di un unico mondo e scrivevano e parlavano un buon latino, che gli africani pronunciavano con un forte accento regionale. Come ricorda lo storico Henry Chadwick nel suo libretto Agostino (Einaudi 1986), il viaggio estivo via mare da Cartagine o da Ippona all’Italia era breve e veniva affrontato da parecchie navi ogni settimana. Agostino era un ragazzo di campagna, nato nella provincia della Numidia: la sua cultura scolastica e familiare fu completamente latina, così come la lingua che parlava. Quand’era scolaro a Tagaste, Agostino cominciò a imparare il greco, preferendo però sempre usare il latino nella sua attività di docente prima e di vescovo poi. Il che conferma il suo sentirsi appieno parte della civiltà romana. In Africa si trovò a combattere le sette e i gruppi ereticali. Prima i manichei, poi i donatisti ed infine i pelagiani. Quando divenne vescovo, intensificò i suoi sforzi nel tentativo di ricomporre le divisioni: agì sempre con fermezza, ma anche con l’animo sinceramente teso al dialogo e all’unità. Con l’azione e con la penna, Agostino riuscì ad essere un infaticabile costruttore di pace. Uomo del dialogo e della pace: questo può forse essere un punto di confronto per cristiani e musulmani. Come disse al colloquio l’allora arcivescovo di Algeri Teissier: “Quando Agostino cammina nella città di Dio, cammina contemporaneamente nella città degli uomini: in lui non c’è teocrazia”.
La Città di Dio, iniziata subito do¬po la catastrofe che aveva colpito la capitale dell’impe¬ro, continua nonostante tutto ad essere permeata di speranza. Identico invito a non rassegnarsi agli scenari di guerra viene dal pontefice agostiniano sin dal primo giorno, quando nel saluto alla folla di piazza San Pietro ricordò l’esortazione di Gesù Risorto per una pace “disarmata e disarmante”.
Roberto Righetto
Roberto Righetto ha diretto per 30 anni le pagine culturali di «Avvenire». Attualmente è coordinatore della rivista «Vita e Pensiero». Fra gli ultimi volumi pubblicati “Parole oltre. I libri che i cattolici dovrebbero leggere” (Edizioni dell’Asino, 2020) e “L’essenziale. Globalizzazione della chiacchiera e resistenza della cultura” (con Silvano Petrosino, Castelvecchi, 2023).


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