L’EDITORIALE
di don Giorgio
“La cultura… è organizzazione,
disciplina del proprio io interiore” (Gramsci)
Antonio Gramsci muore il 27 aprile 1937 in una clinica romana, dopo dieci anni di carcere duro che lo segnarono nel corpo, ma non nella mente. La sua resistenza intellettuale e la sua continua ricerca non vennero minate dai fascisti che pure speravano di “spegnere quel cervello”. Ne sono una prova i Quaderni del carcere, prova tangibile di altissima elaborazione culturale e politica, purtroppo non ancora conosciuta e valorizzata dalla sinistra. Left pubblica alcuni brani di un articolo di colui che è stato, oltre che dirigente politico, un grandissimo giornalista e sostenitore dell’importanza della cultura a sinistra. Anzi, della cultura che è politica. Nella sua forma più alta ed umana. L’articolo “Socialismo e cultura” venne pubblicato su Il Grido del popolo il 29 gennaio 1916 e in questa forma ridotta su Left n.16 del 22 aprile 2017.
«Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, cosí bene fustigato a sangue da Romain Rolland, che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, piú deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi. Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di più di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto, e contro di essa ben a ragione si reagisce. La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri».
Le parole qui riportate di Antonio Gramsci (22 gennaio 1891 – 27 aprile 1937) si collocano in un progetto più ampio rispetto ad un’analisi teorica sulla cultura: quello dell’emancipazione individuale e collettiva attraverso la consapevolezza e l’educazione. Antonio Gramsci, intellettuale e militante, non concepisce la cultura come mero bagaglio di nozioni, né come passatempo erudito riservato a pochi. Egli la intende come forza interiore, come processo di trasformazione personale e sociale.
Cultura come costruzione dell’io, nella citazione di Antonio Gramsci
Quando Gramsci parla di “organizzazione” e “disciplina del proprio io interiore”, si riferisce alla capacità dell’essere umano di dare un ordine alla propria esperienza. La cultura è, in questa prospettiva, uno strumento di elaborazione del sé, un processo che consente all’individuo di interpretare il mondo, ma anche di interpretare se stesso all’interno del mondo. È un’opera di architettura interiore: imparare a pensare, a distinguere, a giudicare, a dare un senso alle proprie emozioni e decisioni.
La cultura come organizzazione interiore implica dunque una responsabilità attiva. Non è cultura ciò che si accumula passivamente: è cultura solo ciò che si trasforma in coscienza critica, in capacità di scegliere con consapevolezza, in forza etica.
La cultura, continua Antonio Gramsci, è anche “presa di possesso della propria personalità”. In un mondo in cui le strutture sociali, economiche e mediatiche spesso agiscono per appiattire le individualità, l’acquisizione della propria voce autentica diventa un atto rivoluzionario. La personalità è il frutto di un percorso di formazione. Solo attraverso la cultura possiamo comprendere chi siamo davvero, al di là dei ruoli imposti o delle aspettative sociali.
Questo processo richiede tempo, fatica e una continua disponibilità alla revisione. Significa fare i conti con la propria storia personale, ma anche con la storia collettiva di cui si è parte. Per Gramsci, infatti, la cultura è indissolubilmente legata alla storicità dell’essere umano.
Coscienza storica e funzione nella vita
“Conquista di coscienza superiore” significa innanzitutto presa di coscienza storica. Il soggetto culturalmente formato è colui che comprende di non essere un atomo isolato, ma una persona inserita in un processo, in una comunità, in una rete di relazioni. La cultura rende possibile questa comprensione, e con essa la consapevolezza del “proprio valore storico”.
Antonio Gramsci invita ogni individuo, specialmente coloro che vivono nelle classi subalterne, a riconoscersi come protagonisti della storia. Il sapere non è una prerogativa dell’élite: è un diritto di tutti. La cultura è ciò che consente anche ai più marginalizzati di scoprire la propria dignità e di esercitare un ruolo attivo nella trasformazione del mondo. Non è un caso che nei “Quaderni del carcere” Gramsci insista tanto sulla formazione dell’“intellettuale organico”: figura che non è un erudito chiuso nella sua torre d’avorio, ma un soggetto immerso nella realtà sociale, capace di interpretarla e modificarla.
Diritti, doveri, cittadinanza
La cultura, quindi, non è mai neutra: porta con sé un’etica. “Comprendere i propri diritti e i propri doveri” significa diventare cittadini. La cultura non solo ci libera, ma ci responsabilizza. Essa ci chiama a esercitare i nostri diritti con intelligenza e a onorare i nostri doveri con coscienza. Senza cultura, la democrazia si svuota, diventa forma senza sostanza.
Per Antonio Gramsci, la cultura è dunque un fondamento politico e morale: è la base di una società giusta, consapevole, partecipativa. Dove non c’è cultura, regna la passività, il conformismo, l’alienazione. Dove la cultura è viva, si coltiva l’autonomia del pensiero, si alimenta il senso critico, si costruisce la libertà.
Oggi, in un’epoca in cui la parola “cultura” rischia di essere svilita, ridotta a prodotto da consumare o a status simbolo, il messaggio di Gramsci conserva un’urgenza straordinaria. In tempi di disinformazione, di appiattimento mediatico, di perdita di memoria storica, la sua visione ci ricorda che la cultura non è un lusso, ma una necessità vitale.
In un mondo dominato da algoritmi, da slogan e da narrazioni semplificate, coltivare la propria interiorità, riflettere sul senso della propria esistenza, riconoscere il proprio posto nella storia, sono gesti controcorrente. Ma sono anche gesti fondativi, capaci di restituire dignità all’essere umano.
La cultura, secondo Antonio Gramsci, è il terreno in cui si forma l’individuo libero e la società giusta. È lotta contro la superficialità, contro l’ignoranza indotta, contro l’individualismo egoista. È invece coscienza, responsabilità, solidarietà. Raccogliere l’invito di Gramsci significa accettare la sfida di vivere in modo autentico, consapevole, impegnato. Significa capire che la cultura si conquista. E che tale conquista è, forse, il senso più alto del nostro stare al mondo.
02/05/2026
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