31 MAGGIO 2026: SS. TRINITÀ
Es 3,1-15; Rm 8,14-17; Gv 16,12-15
La festa della Santissima Trinità ricorre ogni anno la domenica dopo la festività della Pentecoste. Si colloca come riflessione su tutto il mistero che negli altri tempi liturgici è celebrato nei suoi diversi momenti e aspetti. Fu introdotta soltanto nel 1334 da papa Giovanni XXII, mentre l’antica liturgia romana non la conosceva. Anche la festa della Trinità è sorta come esigenza di contrapporsi ad alcune eresie che mettevano in dubbio alcuni aspetti del Mistero trinitario. Pensate che il termine “Filioque” (in latino “e dal Figlio”) è una delle principali cause teologiche del Grande Scisma del 1054, che ha diviso la cristianità tra la Chiesa Cattolica (Occidente) e quella Ortodossa (Oriente).
Potrebbe sembrare inutile una festività liturgica, come se il Mistero trinitario dovesse ridursi ad una domenica. Il Mistero trinitario pervade tutta la nostra fede e l’intera nostra vita di credenti. Pensate quante volte ricorre l’espressione: “Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirto”. Pensate al segno della croce, con cui noi esprimiamo i due misteri principali della Fede: con le parole esprimiamo l’Unità e Trinità di Dio, e con la figura della croce la Passione e la Morte di Nostro Signor Gesù Cristo.
In ogni caso è difficile parlare del Mistero trinitario. Ricordiamo l’episodio di Sant’Agostino. Si tratta di una leggenda, ma con un messaggio ben chiaro. Si narra che un giorno sant’Agostino era in riva al mare e meditava sul mistero della Trinità, volendolo comprendere con la forza della ragione. Si accorge di un bambino che con una conchiglia sta versando dell’acqua del mare in una buca. Incuriosito dall’operazione ripetuta più e più volte, Agostino chiede al bambino: «Che fai?» La risposta del fanciullo lo sorprende: «Voglio travasare il mare in questa mia buca». Sorridendo il Santo cerca di spiegare pazientemente l’impossibilità del suo intento ma il bambino fattosi serio gli replica: «Anche a te è impossibile scandagliare con la piccolezza della tua mente l’immensità del Mistero trinitario». E, detto questo, il bambino sparisce.
Qualche riflessione dobbiamo pur farla. E allora soffermiamoci sul primo brano della Messa, tolto dal libro dell’Esodo, dove si parla di un roveto ardente, la cui simbologia è estremamente ricca.
Il primo simbolo è la meraviglia. Scrive l’autore sacro: «Mosè guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava». Come può essere: brucia e non si consuma? Come vedere una candela di cera accesa che non si consuma. Mosè, incuriosito, cerca di avvicinarsi. Scrive l’autore sacro: «Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; gridò a lui dal roveto: “Mosè, Mosè!”. Mosè rispose: “Eccomi!”. Dio riprese: “Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo santo!”».
Dunque, Mosè si avvicina perché incuriosito, meravigliato da un fenomeno sconosciuto, diciamo contro la legge fisica. Un roveto di per sé non può ardere senza consumarsi.
Riflettiamo. Lo stupore spesso è l’anticamera che muove l’uomo verso l’impegno a conoscere, in qualunque campo: scientifico, letterario, tecnico, teologico. Sono le domande che abbiamo in comune coi bambini quando iniziano a chiedere ai genitori: perché? Allora i genitori vanno in crisi, si disperano, perché la sfilza dei “perché” sembra non avere mai fine: eppure è il primo segnale che il figlio sta crescendo, che vuole capire, scoprire, imparare tutto del mondo che lo circonda. Pensate: la filosofia è nata dalla meraviglia!
In secondo luogo, possiamo vedere una possibile visione di Dio. Dico “possibil”e, perché è una tra le tante modalità con cui il Signore intende avvicinare l’uomo. La Bibbia, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento è ricca di queste modalità con cui Dio appare, si fa sentire, parla, dialoga, stuzzica la curiosità dell’essere umano. Nell’omelia della Pentecoste avevo parlato del profeta Elia che scopre Dio non nel vento gagliardo o nel fuoco o nel terremoto, ma in una leggerissima brezza. Certo, possiamo anche vedere un segno divino in un terremoto o in una guerra e perfino in un convento che brucia. Quando si diventa apatici, allora ci vuole uno scossone, e quando tutto diventa così ordinario e scontato da perdere di vista il nostro futuro, di credenti o di comunità o di Monasteri senza più vocazioni, allora anche il fuoco può essere una purificazione in vista di un risveglio per aprirsi alla Novità di un Dio che ci toglie dal nostro torpore. E anche la morte di una Monaca è un segno di Dio perché possiamo seriamente riflettere su tante cose. A parte il fatto che non è mai da vedere come un lutto. La parola “lutto” deriva dal latino luctus che significa pianto, cordoglio. In greco per esprimere il lutto e il dolore, il termine principale è πένθος (penthos): è il termine più diffuso per indicare lo strazio, il cordoglio e il dolore profondo. Il “dies natalis” per un santo secondo la Liturgia non è la data della sua nascita fisica, ma la sua morte fisica, perché in quel momento è entrato nella visione eterna di Dio. Già Tertulliano, scrittore romano, filosofo e apologeta cristiano, fra i più celebri del suo tempo (vissuto tra il secondo e il terzo secolo dopo Cristo) scriveva: «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani». Così la morte di una Monaca può essere un seme per nuove vocazioni.
Continuiamo a riflettere sul roveto che brucia sul roveto che brucia, ma non si consuma. È suggestivo notare che il roveto non è proprio il tipo di albero elegante, profumato e da frutto. Il roveto è un cespuglio selvatico che consideriamo comunemente un’erbaccia. Eppure, Dio non disdegna quest’umiltà e questa povertà. Dio si manifesta lì con una luce che illumina e purifica senza bruciare proprio per mostrare l’opera di Dio nell’anima dove «il fuoco divino purifica senza distruggere». Il fuoco in questione, infatti, è l’incandescenza dell’amore di Dio che purifica l’anima e la solleva verso la somiglianza divina.
Di fronte a Dio però non possiamo non compiere un mutamento. A Mosè è chiesto di togliere i sandali e coprirsi il capo: in questi gesti è racchiuso il senso del sacro che consente il riconoscimento di chi sta alla presenza di Dio.
Per avvicinarsi al mondo di Dio, dicevano i grandi Mistici medievali, bisogna staccarsi dall’inutile, dal troppo, dalle cose non necessarie. Spogliarsi di cose per essere ciò che siamo. Non è facile in un mondo in cui si è continuamente tentati dal consumismo: avere, avere di più, desiderare sempre più cose. Ogni crisi economica, come l’attuale, la soffriamo come una maledizione di Dio. Negli anni del ’68 fiorivano vocazioni monastiche: le ragazze erano affascinate dal Tutto divino (solo Dio mi basta). Poi successe una inversione, forse per quel ben avere che aveva sostituto il ben essere, diventando così una droga che produce un mal essere. Ma non dobbiamo scoraggiarci, facendoci prendere dal pessimismo. Guardiamo in Alto, c’è sempre una stella che brilla per noi. Magari una stella umile, semplice, quasi timida. Ma è sempre un raggio di Dio, Luce eterna. Andiamo al cimitero a onorare che cosa? Guarda in cielo, anche di giorno, e ti sentirai vicino all’anima di un tuo parente, laico o monaca che sia, che ti richiama al tuo dovere di vivere intensamente, nello spirito, il tuo pellegrinare su questa terra.
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