Visita del Papa in Spagna: alcuni discorsi

da www.avvenire.it
9 giugno 2026

Il Papa a Montserrat. Il vescovo Manuel Nin:

«Nei monasteri impariamo a disarmare

le mani e il cuore»

di Lorenzo Rosoli
L’esarca apostolico di Grottaferrata è “figlio” della comunità benedettina che abita la millenaria abbazia a 50 chilometri da Barcellona. «Anche oggi nei monasteri si custodisce quella “magnifica humanitas” che il Figlio di Dio ha assunto e redento»
L’abbazia di Montserrat, fondata nel 1025 a una cinquantina di chilometri da Barcellona, è una delle più vive e feconde sorgenti di vita cristiana e di culto mariano della Penisola iberica. Una storia millenaria sulla quale né guerre, né occupazioni, né persecuzioni hanno avuto l’ultima parola. A Montserrat si recherà Leone XIV, in una delle giornate più intense del suo viaggio apostolico in Spagna. E di Montserrat è “figlio” Manuel Nin Güell. Monaco benedettino, nato a El Vendrell il 20 agosto 1956, a Montserrat è stato accolto come novizio, ha emesso i primi voti nel 1977 e la professione solenne nel 1980. E a Montserrat è tornato come docente, dopo gli anni di studio a Roma, e prima di lasciare nuovamente la Catalogna per altri incarichi. Nel 2016 è stato nominato esarca apostolico per i cattolici di rito bizantino in Grecia, e nello stesso anno ordinato vescovo. Dal 31 gennaio 2026 è esarca apostolico di Santa Maria di Grottaferrata.
Domani, mercoledì 10 giugno, Leone XIV visiterà l’Abbazia di Nostra Signora di Montserrat: prima la preghiera del Rosario, poi il pranzo con la comunità benedettina. Con la sua storia e col suo patrimonio di spiritualità, di liturgia, di cultura, di umanità illuminata dal Vangelo, cosa rappresenta Montserrat per la Spagna e l’Europa d’oggi? E la vita monastica come può aiutare quella “custodia della persona umana” alla quale ci chiama la Magnifica humanitas di papa Prevost?
«La presenza del Papa a Montserrat sarà segnata da due aspetti molto importanti per una comunità monastica: accogliere l’ospite nella preghiera e nella mensa fraterna. Quindi l’accoglienza umana e cristiana che i monaci danno ai pellegrini, con quella grande umanità chiesta da san Benedetto nella sua Regola. Per la Spagna e l’Europa del nostro tempo, Montserrat rappresenta quel luogo di umanità e di Vangelo che i monasteri e le Chiese cristiane debbono essere nel mondo d’oggi. La vita monastica è il luogo dove non solo il cristiano, ma ogni uomo viene accolto per quello che è e per quello che vive. Oggi i monasteri sono spazi dove viene messa al centro della vita spirituale e comunitaria quella magnifica humanitas che il Figlio di Dio ha assunto e ha redento».
La visita a Montserrat si compie in una giornata che vede il Papa recarsi, prima, al centro penitenziario “Brians 1”, poi incontrare le realtà di carità della diocesi di Barcellona, infine presiedere la Messa nella Sagrada Família, dove verrà inaugurata la Torre di Gesù Cristo…
«Questo 10 giugno sarà una giornata simbolo dello scopo di ogni viaggio apostolico: sarà una giornata veramente evangelica, inquadrata in un grande arco che va dalla carità e dalla parola evangelica verso coloro che soffrono, che sono nelle carceri, attraverso la preghiera in un luogo “in alto” – luogo di silenzio e accoglienza, com’è il monastero – fino alla lode al Signore Gesù Cristo, manifestata attraverso la bellezza della liturgia e del luogo dove essa viene celebrata. La liturgia nel carcere, la liturgia nel silenzio accanto alla Madre di Dio, fino alla liturgia in quel luogo che è bello e che sale nel cielo di Barcellona e ci porta in alto all’incontro con Cristo, Colui che è Bello».
A Montserrat, dopo una notte in “veglia d’armi”, Ignazio di Loyola depose spada e pugnale all’altare della Madonna, donò gli abiti a un povero, si vestì da pellegrino. I cristiani come possono aiutare il mondo d’oggi a deporre le sue armi e scegliere la via di una pace “disarmata e disarmante”? Eccellenza, lei ha svolto il suo servizio in Spagna, Italia e Grecia: come possiamo trasformare le terre mediterranee in terre di pace e fraternità?
«Montserrat è luogo di pellegrinaggio e luogo di tante conversioni, anonime, nel silenzio, sempre nella verità. L’esempio di Ignazio è molto importante per tutti noi cristiani che siamo pellegrini alla ricerca del senso della vita, alla ricerca del Signore. Lui a Montserrat depose le armi materiali. Oggi noi cristiani e tutta l’umanità siamo chiamati a deporre le armi belliche, certamente, ma anche quelle armi, tanto taglienti quanto le spade, che sono le parole che fanno del male, che creano divisione e odio tra le persone e tra i popoli. Ed è dai monasteri che oggi dovrebbe uscire una parola di pace, affinché l’umanità possa imparare a disarmare non solo le parole, ma anche l’atteggiamento per vivere una cultura dell’incontro che custodisca ogni persona umana. Ho vissuto come un grande dono i miei anni a Montserrat, un decennio; poi un trentennio a Roma tra studi, docenza e guida umana e spirituale nel Pontificio Collegio Greco; quindi, un altro decennio in Grecia come vescovo di una Chiesa orientale cattolica; infine ho iniziato da poco questo periodo nuovo a Grottaferrata, monastero e Chiesa orientale cattolica alle porte di Roma. In questi lunghi anni ho cercato di insegnare sempre l’uso di parole e gesti che creano pace e profonda comunione tra gli uomini e tra i popoli. Penso anche al legame, invisibile ma fortissimo, che unisce la solida e ferma roccia benedettina di Montserrat all’Abbazia di San Nilo di Grottaferrata. Due monasteri millenari, uno di tradizione latina e l’altro di tradizione bizantina, che rappresentano i “due polmoni” delle Chiese cristiane e si offrono come luoghi di pace e di ospitalità veramente umana e cristiana».
Se le chiedessero un motivo, anche uno solo, per cui vale la pena di recarsi in visita a Montserrat, lei cosa suggerirebbe? E guardando alla sua personale esperienza: qual è la traccia più viva e profonda che Montserrat ha lasciato in lei?
«Montserrat vale la pena di essere visitato, oppure – meglio – di lasciarsi visitare da Montserrat: salendo tra quelle rocce, lasciarsi toccare dallo sguardo sereno, amorevole, di Colei, la Madre di Dio, che in quel luogo “in alto” ci dona suo Figlio, ci porta a Cristo. Per me Montserrat è stato, ed è tuttora, il luogo dove ho imparato a vivere e a respirare come cristiano, monaco, sacerdote e vescovo. Il luogo dove ho anche imparato a conoscere, a rispettare e soprattutto a amare l’Oriente cristiano».
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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
(6-12 GIUGNO 2026)

PREGHIERA DEL SANTO ROSARIO
DISCORSO DEL SANTO PADRE

Abbazia di Nostra Signora di Montserrat
Mercoledì, 10 giugno 2026
Saluto cordialmente Vostra Eccellenza, Mons. Xavier Gómez García, l’Abate di Montserrat Manel Gasch i Hurios, nonché i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli che partecipano a questo pellegrinaggio, in modo particolare i bambini e le bambine che ci accompagnano oggi. Grazie per averci accolto, grazie per la vostra presenza.
Sono lieto di poter venire ai piedi della Moreneta per affidarle, pieno di fiducia nella sua intercessione materna, il mio servizio petrino e la missione della Chiesa nel mondo, che grida chiedendo giustizia e pace.
Con emozione ho ricordato i miei anni come parroco della parrocchia di Santa Maria di Montserrat a Trujillo, in Perù. La Moreneta mi ha sempre accompagnato. Grazie, Catalogna, per la tua fede!
Le mura di questo santuario potrebbero raccontarci le innumerevoli storie di devozione, gratitudine e speranza che hanno contemplato nel corso dei secoli attorno alla Mare de Déu di Montserrat e sono state anche testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo.
Al loro interno sono state custodite le gioie e i dolori, le letizie e le lacrime di tanti fedeli, ed esse hanno ascoltato anche le voci celestiali del canto infantile della più antica Escolanía d’Europa.
Quando il mio Predecessore, Papa Francesco, nel 2023 ha offerto la rosa d’oro a questa venerata immagine, ci invitava a considerare come, per centinaia di anni, i fedeli, senza distinzione, siano passati da questo Santuario recitando il rosario, perché Maria, Mare de Déu, è fondamentale nella vita di ogni cristiano. In quella stessa occasione egli ha sottolineato: «Davanti alla Madre, è come se si risvegliassero i sentimenti più nobili di una persona» (Discorso ai membri della Confraternita della “Mare de Déu” di Montserrat, 7 ottobre 2023). In effetti, ella suscita in noi profonde conversioni, come quella di sant’Ignazio di Loyola, il quale in questo luogo suggestivo, dopo una notte di preghiera davanti alla Vergine, consegnò le sue armi da cavaliere, momento che segnò l’inizio di una nuova vita al servizio di Gesù Cristo.
Con questo stesso atteggiamento filiale, vi invito oggi ad accogliere l’invito di Maria: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Queste parole pronunciate a Cana di Galilea contengono un vero e proprio programma di vita cristiana, perché Maria ci conduce verso Cristo e ci insegna ad ascoltare la sua voce, a obbedire alla sua parola e a lasciarci trasformare da Lui. La volontà di Gesù è chiara: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15,17). Si tratta di un amore che ha in Lui stesso la sua misura e la sua fonte: «Come io ho amato voi» (v. 12). Per questo, quando Maria ci dice: «Fate quello che vi dirà», ci invita a raggiungere un cuore riconciliato con i criteri del Vangelo.
Gesù ci mostra la via della misericordia, della riconciliazione, della verità e della mitezza. Allo stesso tempo, smaschera la violenza che può nascondersi nelle nostre parole e nei nostri atteggiamenti: la critica che umilia, la condanna che distrugge e l’aggressività che divide. Tale violenza nascosta può spesso rivestirsi di armature apparenti con cui cerchiamo di proteggere le nostre ferite, le nostre paure o la sofferenza causata dalle ingiustizie.
Contempliamo Maria di Montserrat che ci mostra Gesù come un bambino indifeso che riposa sul suo grembo, dal momento che Lei è qui, accanto al Figlio, invitandoci ad amarci gli uni gli altri. Deponiamo oggi ai suoi piedi le corazze che hanno indurito poco a poco il cuore.
Il Bambino Gesù che Maria tiene tra le braccia non porta armature e sarà Lui stesso che poi, nudo sulla croce, si abbandonerà totalmente al Padre per salvarci con la forza disarmata e disarmante dell’amore.
Alziamo lo sguardo a Maria e supplichiamola di aiutarci a rivestirci unicamente delle armi di Dio, come esorta san Paolo: «Attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, […] prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio» (Ef 6,14-17).
Oggi, come pellegrini a Montserrat, manifestiamo il sincero desiderio di riaffermare il nostro servizio a Dio Padre, che ci ha rivelato Gesù Cristo, il quale ci dice: « Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37).
Consideriamo anche come la Vergine, nella sua mano destra, regga la sfera del mondo, segno della sua cura materna, perché il mondo intero trova posto nel suo cuore. Ella ci invita a riconoscerci fratelli e sorelle, così che nessuno sia escluso e la comunione sia più forte di ogni divisione.
Chiediamo a Maria, Regina della pace, di insegnarci a rinunciare alle parole offensive, al giudizio affrettato, alle maldicenze e alle calunnie. E che impariamo a custodire e a coltivare l’amore in famiglia, tra amici, sul posto di lavoro, nei social network, nelle discussioni politiche e nelle comunità cristiane, affinché l’odio lasci il posto alla speranza e alla pace.
Che Maria, Madre della Chiesa, ci orienti sempre verso Gesù. Vi invito a onorarla con queste parole:
Per i catalani sarai sempre la Principessa,
per gli spagnoli e per il mondo intero tutto l’amore;
di’ a noi: «Siete il mio tesoro,
io sono la vostra madre, non temete»
Così sia.
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Saluto del Santo Padre

dal balcone dell’abbazia di Montserrat

Grazie, grazie!
Fratelli e sorelle, buongiorno!
Grazie per essere qui. Grazie per questa bellissima manifestazione di fede. Tutti uniti in un’unica famiglia, accolti dalla nostra Madre Maria, la Vergine di Montserrat.
La gioia, l’entusiasmo, il profondo senso di fede che stiamo vivendo in questi giorni: prima a Madrid, in questi giorni a Barcellona, in Catalogna, poi alle Canarie: tutta la Spagna piena di fede, di amore, piena di questo desiderio di lodare Dio, di rendere grazie a Dio e di essere uniti.
Grazie alla Catalogna per aver accolto tante persone provenienti da altri Paesi, perché insegna come integrare tutti in un’unica famiglia.
Grazie alla comunità di fede, alla comunità dei nostri fratelli monaci, che accolgono tutti i pellegrini che vengono a pregare Maria, nostra Signora.
Grazie a ciascuno e a tutti voi che siete qui questa mattina, per ricordare a tutti, in Catalogna, in Spagna, nel mondo, che la fede dà vita e la fede dà speranza.
Ed è Maria, che Gesù ci ha dato come Madre dalla croce, è Maria che ci accompagna, che è espressione di amore materno che ci accompagnerà sempre.
[Benedizione]
Grazie, grazie a tutti.

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VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV
IN SPAGNA
(6-12 GIUGNO 2026)

SANTA MESSA
OMELIA DEL SANTO PADRE

Basilica della Sagrada Família (Barcellona)
Mercoledì, 10 giugno 2026

«O Signore, Signore nostro, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8,2.10).
Con la lode di questo Salmo, così pieno di gioia e stupore, saluto tutti voi, carissimi fratelli e sorelle. Esprimo riconoscenza alle Loro Maestà e ringrazio il Signor Cardinale Juan José Omella, Arcivescovo di Barcellona, così come gli altri fratelli nell’Episcopato e quanti si uniscono alla nostra preghiera: i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e i seminaristi. In questa sera, festa per tutta la città di Barcellona, estendo il mio grato saluto alle Autorità nazionali, regionali e locali, nonché ai membri di altre comunità cristiane e di altre religioni che partecipano alla nostra azione di grazie.
Oggi, infatti, la Basilica della Sacra Famiglia ci accoglie, aprendo le sue porte come braccia spalancate per invitare ciascuno a questo altare, all’ascolto della parola di Dio, che ci costituisce famiglia amata dal Signore, nutrita dalla sua stessa vita nell’Eucaristia. È così che Barcellona, la ciutat comtal, e tutta la Catalogna si radunano in questo tempio, segno di unità e di concordia, e alzano lo sguardo per incontrare il volto di Dio Padre, raggiante nel suo Figlio fatto uomo, Gesù Cristo.
Mentre rendiamo grazie al Signore per la sua carità verso di noi, lo lodiamo per quel che opera nella nostra vita. Lo ringraziamo in particolare per questa straordinaria Basilica, che Papa Benedetto XVI ha dedicato nel 2010, ricordando che è segno visibile del Dio invisibile, per la cui gloria svettano le sue torri (cfr Omelia per la dedicazione, 7 novembre 2010). In continuità con la preghiera del mio Predecessore, tra poco benedirò la torre più alta, quella di Gesù Cristo.
Questa chiesa è un unico edificio, composto di molte pietre. Una casa che cresce con costanza negli anni, secondo un identico progetto. Noi tutti siamo le pietre vive di quest’opera, che ha Cristo per fondamento e culmine, inizio e fine. Molto più di un monumento, la Basilica della Sacra Famiglia è ancora oggi un cantiere, che ci ricorda come la vita cristiana sia sempre un cammino, perché si tratta di un progetto, che Dio porta a compimento.
Non abitiamo dunque un’opera incompiuta, ma un tempio ancora in costruzione. La sua imperfezione non è un difetto, perché attesta un desiderio; non significa una mancanza, ma esprime una promessa, che vogliamo onorare con coerenza. La nostra gratitudine diventa allora impegno, mentre cooperiamo al progetto di Dio, cioè alla costruzione cui Egli stesso ci chiama. Poiché siamo tempio dello Spirito Santo (cfr 1Cor 6,16.19), quest’opera coincide con la nostra vita, che Dio pensa come un capolavoro da realizzare insieme.
In proposito, custodiamo nel cuore la parola rivolta dal Signore al re Davide: «Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti?» (2Sam 7,5). Al contrario, «il Signore ti annuncia che farà a te una casa» (v. 11). Con quest’annuncio, la Scrittura ci insegna che non siamo noi a dare un posto a Dio, come se fosse l’elemento di una serie o la parte di un tutto più grande di Lui. È invece Dio che dà posto a noi, e il posto che ci dona è il suo cuore: il posto del Figlio, per noi che eravamo estranei; il posto dell’Amato, per noi che siamo peccatori.
Questa sua volontà si compie mediante Gesù: possiamo allora cogliere il senso di quel che abbiamo ascoltato nel Vangelo, quando il Signore dice ai farisei: «Se non crederete che Io Sono, morirete nei vostri peccati» (Gv 8,24). Parole forti, che non sono affatto minacce, né un ricatto. Sono un invito di salvezza, cioè un appello alla libertà da parte di Cristo, che vuole per noi il bene definitivo, eterno. Davanti alla minaccia del male, il Signore è sempre con noi, sempre per noi. “Io Sono”: questo è il Nome santissimo che Dio consegnò a Mosè dal roveto ardente, rivelando la propria indistruttibile fedeltà. Fatto uomo, Egli diventa per noi l’Emmanuele, sorgente di grazia e di perdono, di salvezza e di vita nuova. Carissimi, non possiamo credere in Gesù e fare guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria.
Questa sera ricordiamo dunque che la Croce di Cristo, posta in cima a questa Basilica, è la Croce degli ultimi che diventano primi, dei peccatori che diventano santi, dei morti che risorgeranno. Tutte e tre le facciate della Sacra Famiglia lo attestano: il Primo si fa ultimo per noi nella Natività; col suo Sacrificio ci redime mediante la Passione; la sua morte ci dona vita eterna facendoci partecipi della gloria divina. Ammirando la torre di Gesù Cristo, alziamo a Lui lo sguardo, a Lui che solo ci svela la verità di Dio e la verità di noi stessi. Guardando a Cristo possiamo vedere il mondo con occhi rinnovati: la torre della Croce diventa allora vessillo di carità, perché Dio ci ama così, trasformando uno strumento di morte in segno di speranza. Nella Croce di Gesù la nostra fede raggiunge il vertice, come professa l’iscrizione che è posta alla base della guglia: “Tu solus Sanctus, Tu solus Dominus, tu solus Altissimus”. Questa Croce brilla di giorno, riflettendo la luce del sole, e brilla di notte, illuminando la città come faro aperto sul Mediterraneo.
Sì, la luce di Cristo brilla nelle tenebre, anche se le tenebre non l’hanno accolta (cfr Gv 1,5.11). Questo rifiuto non fa però venir meno l’amore di Dio: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo», dice il Signore, «allora conoscerete che Io Sono e che nulla faccio da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato» (Gv 8,28). Occorre passare attraverso la passione del Crocifisso, per essere illuminati dalla gloria del Risorto: da sempre, infatti, il Padre insegna a dare la vita e il Figlio, che la riceve da Lui, a tutti la dona con potenza di Spirito Santo. Ecco perché proprio la Croce è il segno luminoso del suo amore.
La fede dà forma alle pietre e senso all’edificio che stiamo abitando insieme. Nella nostra preghiera scopriamo perciò l’originario legame delle cose con Dio, creatore del cielo e della terra: Egli è l’artista che ha impresso il suo splendore nel cosmo. Creato a sua immagine, l’uomo corrisponde all’opera di Dio col proprio ingegno: è così che l’artista fa del talento una lode e della creatività la testimonianza del Creatore stesso. Come architetto ardente di fede, il venerabile Antoni Gaudì pensò questi spazi volendo raccontare i misteri della vita del Signore: in tal modo ci ha proposto un pellegrinaggio spirituale, che porta all’incontro con Cristo nato, morto e risorto per noi. Insieme a Gaudì, commemorando il centenario della sua morte, ricordiamo e ringraziamo questa sera tutti i promotori e i benefattori, gli artisti e le maestranze che cooperano a edificare un capolavoro architettonico che è anche un eloquente catechesi fatta di pietre, di colori e di luce. Nella sua saggezza, la Chiesa rinnova così la Biblia pauperum delle antiche cattedrali, che sono in sé stesse ricchissimi messaggi di evangelizzazione. In questo tempio d’immagini appare ancor più evidente come l’arte e la bellezza siano eminenti canali di evangelizzazione.
Cari fratelli e sorelle, la bellezza di questo tempio ci sproni ad imparare sempre più dal nostro Maestro e Signore l’arte di vivere secondo il suo Vangelo. Mentre alziamo lo sguardo a Lui, il Crocifisso Risorto, impegniamoci a sollevare il viso di chi è nella polvere (cfr 1Sam 2,8). E dimostriamo così che la Sacra Famiglia è la chiesa più alta del mondo non per primeggiare in classifiche mondane, ma per guidare i passi del popolo di Dio pellegrino in questa terra di Catalogna, con la croce che illumina il cammino, come lampada accesa nell’attesa del ritorno dello Sposo.
Dio sia benedetto per sempre!

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da AVVENIRE
11 giugno 2026

Il Papa al “porto della vergogna”:

mi inchino sui migranti,

nessuno ha il diritto di disprezzarli

di Giacomo Gambassi, inviato a Gran Canaria
Leone XIV alle isole Canarie nel “porto della vergogna” dove 3mila africani erano stati respinti. L’accusa all’Europa «che non può proclamare la dignità umana e abituarsi ai cimiteri senza lapidi nel Mediterraneo e nell’Atlantico». Il richiamo alla Chiesa: abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano?
Il mare è lì, appena dietro il Papa, con le barche ormeggiate. Leone XIV si ferma di fronte alle acque dell’oceano Atlantico su cui si allunga il porto di Arguineguín. È la cittadina di pescatori e oggi anche di hotel turistici dell’isola di Gran Canaria da cui il Pontefice comincia le due giornate nell’arcipelago delle Canarie dove atterra a fine mattina: ultima tappa del suo viaggio apostolico in Spagna. La banchina che percorre fino al palco è il «molo della vergogna», come gli ricorda il vescovo delle Isole canarie, José Mazuelos Pérez. Stigma che si porta dietro dal 2020 quando a 3mila migranti, arrivati in meno di una settimana dall’Africa, era stato impedito di entrare per l’emergenza Covid. Leone XIV mostra l’anello del Pescatore, il “sigillo” del Papa, che «ho alla mano, come potete vedere». E spiega: «Qui vi sono persone soccorse in mare e corpi senza vita recuperati dalle acque. Per questo il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi. La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana. I discepoli di Gesù non possono considerare estraneo il clamore di chi grida dalla notte». Intorno a sé ha i migranti che l’arcipelago ha abbracciato. «Uomini, donne e bambini che, seguendo la rotta Atlantica, una delle più pericolose al mondo, sono arrivati su cayucos e pateras», chiarisce il vescovo. Sono i nomi delle carrette del mare, tutti in legno, che «partono soprattutto da Senegal, Mauritania, Gambia, Mali e Marocco, compiendo itinerari che possono superare i 1.600 chilometri». E l’approdo è una delle isole delle Canarie. Per questo Leone XIV sceglie di visitarle, facendo proprio un progetto che era anche di papa Francesco. E per questo si ferma fin da subito nel porto di Arguineguín.
«Cari migranti – afferma -: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare». Perché, accusa il Papa, «la dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera». E chiama in causa l’Europa «che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi». Una sferzata alla vigilia dell’entrata in vigore del contestato nuovo Patto Ue sulla migrazione e l’asilo che sarà applicabile da domani 12 giugno. L’approccio di Leone XIV è duro quando si rivolge alla politica, dando voce agli stessi protagonisti delle traversate. «Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante».
Porti che si chiudono. Muri che vengono alzati. Confini che si intendono di sigillare. Accordi economici sulla pelle degli ultimi. «Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute – fa sapere il Papa –. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Le Canarie lo sanno bene. Più di 250mila gli sbarchi in trent’anni. E il picco nel 2024 quando avevano raggiunto quota 47mila mentre i morti in mare erano stati 10mila. Per questo il Papa compie un gesto simile a quello con cui si era aperto il pontificato del suo predecessore a Lampedusa (dove Leone XIV andrà il 4 luglio): getta in mare una corona di fiori per ricordare le vittime dei viaggi della speranza e si raccoglie in preghiera davanti all’oceano. «Non possiamo abituarci a contare i morti», ammonisce.
Il porto è in un piccolo golfo. Sole a picco. Più di trenta gradi. E accanto al palco papale la nave arancione di “Salvamento Marítimo”, l’«organismo pubblico dedito al salvataggio di vite in mare», gli spiega il capitano Tito Villarmea che racconta di aver «soccorso più di 20mila persone: un numero che fa male e che non si dimentica». «Qui – sottolinea il Pontefice – giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare». Sulle banchine con centinaia di fedeli che lo attendono, il Papa ascolta le storie di chi ha sfidato la sorte in mezzo all’oceano e di chi accoglie a terra. Fra loro non c’è, per ragioni di sicurezza, la nigeriana Blessing, ma viene letta la sua testimonianza in cui la donna confida di aver lasciato «il mio Paese non perché lo volevo, ma perché non c’era altra scelta: procurarsi da mangiare era quasi impossibile» e in cui ripercorre il suo inferno lungo la rotta atlantica: la «mafia» che la imprigiona per «sei mesi per poter partire, senza quasi mangiare», lo stupro durante il viaggio quando «sono rimasta incinta di un uomo della mafia», il sequestro del figlio non appena arrivata in Spagna «per costringermi a prostituirmi» fino all’arresto degli aguzzini e all’«aiuto della Chiesa». «Nelle tue parole – le dice il Papa – sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada». Poi il messaggio che «vorrei arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile». Certo, Leone XIV mette in guardia i più fragili da pericoli e lusinghe: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono “canti delle sirene”, sono industrie di morte». E l’accusa: «Si aggirano in questi mari mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio». Da qui il richiamo anche a una parte del mondo cattolico, critico per la costante attenzione al fenomeno migratorio. «L’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari. Ci inginocchiamo davanti all’altare per adorare Cristo presente nell’Eucaristia, dal quale riceviamo la forza e la motivazione per vivere la carità: per questo non possiamo poi “passare oltre”». Così si fa monito anche la benedizione di una croce realizzata con il legno di un’imbarcazione di migranti, a fianco dell’immagine della Madonna del Carmelo collocata sul molo.
Agli Stati il Papa indica la rotta: «La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra». E torna sulla necessità di avere «il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». Guai – è la consegna finale – se la storia «debba accusarci di aver trasformato il dolore di chi soffre in un paesaggio abituale delle nostre coste. Perché oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità».

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